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Non dire bugie, non ti credo!

non dire bugieRenzi figlio dice al padre: «Non dire bugie, non ti credo». E' il capovolgimento di un paradigma psicologico della funzione del padre. Nella tradizione il padre è stato sempre al centro come  la figura della legge, della trasmissione della norma e del sapere. Ma, sempre nella tradizione spesso i padri si negano per quello che sono ai figli.

Ulisse quando ritorna ad Itaca si camuffa da porcaro, da straniero per non farsi riconoscere, solo il fedele Eumeo e il cane lo riconoscono. Telemaco chiede a Eumeo chi fosse lo straniero, quando Atena invita Odisseo a rivelarsi al figlio, Telemaco non lo riconosce.

Il figlio fatica a riconoscersi in quel padre reale che non corrisponde al suo oggetto paterno introiettato e simbolizzato.

La bugia è il luogo simbolico dello svelamento, della separazione e della scissione.

«Non dire bugie, non ti credo» perché io figlio sono diverso da te, per troppo tempo mi hai ingannato e mi hai narrato una storia di te che è altro da me.

Tutto questo è il rappresentato inconscio del conflitto simbolico che il figlio intrattiene con il padre. Il figlio si sente abitato da nuclei depositati, introiettati dal padre che sente pericolosi, minacciosi e desidera disfarsene, ma l'inganno della maschera lo costringe a non separare le parti di Sé da quelle introiettate del padre.

Telemaco diventa adulto solo quando riconosce altro da Sé Ulisse, termina di ricercare il fantasma del padre cercandolo nei racconti degli amici del padre. Nel momento in cui Telemaco svela la bugia del padre (straniero, pastore, porcaro) si scopre come alterità altra dal padre e non come una mimesi perenne e pregenitale del padre.

Lo svelamento della bugia è funzionale all'evoluzione del processo dell'identità dell'Io. Solo accettando la bugia, e non negandola, nella pretesa di ottenere la verità dal bugiardo, è possibile scoprire il volto di ciò che sta oltre la bugia.

Il figlio si scopre altro dal padre solo se riconosce ciò che sta nel non detto. Edipo si acceca perché non accetta la bugia. Accecandosi si infligge la punizione, la condanna, introietta dentro di Sé il senso di colpa in questo modo permane nel limbo del pregenitale.

Riconoscere e accettare la bugia è un modo per superare la dipendenza mimetica dell'Altro, è l'occasione per uscire dal gioco riflesso delle ombre. La bugia è quell'altra parte nascosta ma presente e visibile che costruisce il soggetto. Il non riconoscimento della bugia è funzionale a stare in una condizione di nascondimento e di esaltazione e visualizzazione solo di una parte dell'oggetto.

Chiedere al bugiardo di svelare la verità è come chiedere all'innocente di essere innocente. Il bugiardo è bugiardo solo per gli occhi dell'Altro. Chiedere al bugiardo di essere non bugiardo è la stessa cosa che chiedere a se stessi di essere se stessi, come se nella psiche umana esistesse una icona definibile di Sé e di Io a prescindere.

Chiedere al padre bugiardo di dire la verità è come chiedere al padre di non essere stato figlio. Con la bugia del padre entra in gioco il gioco dell'idealizzazione del padre. E' un gioco metapsicologico che porta soltanto alla depressione e alla depersonalizzazione: « Padre dimmi chi sei, dimmelo, sii sincero, solo così posso sapere chi sono». E' la voce di chi si sente perso, senza una identità o con una identità dimezzata.

Nel grande contenitore mediatico si sussurrano  quotidianamente bugie e richieste di svelamento della bugia, è un contenitore che è pieno di soggetti mancanti alla ricerca di una idealizzazione depressogena dell'identità.

 

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