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Il Mastino che puzza

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il mastino che puzzaMicol sogna di trovarsi spesso dentro a un ascensore che la porta in vari piani di una struttura molto grande, potrebbe essere un ospedale o forse una scuola, e in questi piani vaga alla ricerca non sa di cosa e quasi si perde.

Poi Micol si ritrova dentro a un locale dove c’è una sua conoscente che ha un cane mastino che puzza.

Micol si siede dall’altra parte del tavolo per non sentire l’odore, ma non ritiene giusto che il cane esca dal locale considerato che fuori piove tanto, ma non ritiene neanche giusto che gli altri avventori debbano sopportare la puzza del cane.

Poi Micol si ritrova in collina tra varie coltivazioni e in uno di questi pendii dispone in modo ordinato e parallelamente tra loro dei lunghi tralci di una pianta rampicante simile al luppolo, dal punto in cui era coltivata appoggiandoli lungo il terreno scosceso come fosse una lunga chioma.”

Scrive Micol: “avrei anche una curiosità a proposito di sogni ricorrenti. Il mio riguarda da decenni sempre la solita situazione: devo andare in bagno, ma mi è impossibile farlo perché o il bagno non è accessibile perché intasato, rotto o particolarmente sporco, ma molto spesso perché non è possibile chiudere la porta o la porta è molto bassa e quindi impossibilitata ad avere privacy.

La gradita lettera di Micol verte inizialmente su un tema onirico già trattato come l’“ascensore”, di poi offre la possibilità di allargare la simbologia onirica sui temi della “puzza” e del “bagno” con l’intermezzo della “lunga chioma”.

Procedo con l’ascensore. Trattasi della solita figura materna, vissuta come inglobante e fagocitatrice, che oscilla tra una dimensione concreta e una dimensione sublimata. In particolare si tratta di una dipendenza e di una pendenza verso la madre: dipendenza affettiva e pendenza edipica. Il conflitto si manifesta nel “trovarsi spesso dentro a un ascensore”, ma si tratta di un ascensore veramente impegnativo e poliedricamente funzionale perché ”la porta in vari piani di una struttura molto grande, potrebbe essere un ospedale o forse una scuola”. Micol proietta sulla madre il suo bisogno di essere una donna particolarmente importante e ricca di attributi psichici: “struttura molto grande”. L’ospedale o la scuola sintetizzano la complessità della personalità nel versante non solo sociale, ma anche donativo, in quanto si tratta di luoghi in cui si dà e si riceve in un interscambio gratificante. Forse si tratta di un lavoro, ma sicuramente Micol attesta il bisogno di una buona autostima e la consapevolezza di un buon valore di sé. Bisogna stare sempre attenti a non costruire un “Io” ipertrofico soltanto perché si è insoddisfatti della triste e avara realtà; in questo caso si rischia di essere esosi e tirannici con se stessi.

E in questi piani vaga alla ricerca non sa di cosa e quasi si perde.” Micol rievoca “e il naufragar m’è dolce in questo mare.” di leopardiana memoria. Ci sono parti della struttura psichica di Micol che aspirano a essere visitati meglio e portati alla coscienza, ci sono sfere psichiche che non sono evolute adeguatamente, ci sono costellazioni psichiche che vale la pena conoscere. Ma intanto queste parti di sé restano oscure e vaghe per Micol che “vaga” e quasi ha il senso della vertigine di fronte a questa serie di vissuti che sono obnubilati e crepuscolari. Ma, del resto, la perfetta e totale autocoscienza non è raggiungibile perché non è umana e perche è un traguardo che si evolve e si sposta continuamente: meno male! Quindi, il materiale psichico che resta nella dimensione profonda è assolutamente naturale e crea quell’oscurità che si definisce fascino del “non nato di sé” e quella sofferenza che si definisce struggimento da tesori nascosti.

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Cambia la scena onirica e “Micol si ritrova dentro a un locale dove vi è una sua conoscente che ha un cane mastino che puzza.” Il “locale” rappresenta il sistema relazionale e la rete sociale di Micol, ma il problema intrigante è la puzza del cane mastino della sua conoscente. E’ ovvio che si tratta di una “proiezione” sulla conoscente di un problema delicato di Micol in riguardo all’intimità e alla sessualità. La “puzza” condensa la carnalità nel versante della colpa, l’odore intimo del corpo nella sua espressione libidica genitale: sensi di colpa riferiti alla sessualità, colpevolizzazione e degenerazione della “libido”, colpa e rifiuto delle cariche libidiche. Micol vive la sua sessualità in maniera negativa a causa di un senso di colpa collegato alla censura degli adulti che da bambina ha dovuto subire e alla censura che da adulta ha operato il suo “Super-Io”, l’istanza psichica che fissa limiti e norme, imposizioni e divieti. Si presentano i soliti danni di un’educazione sessuale assente o, per quello che è presente, ammantata di notevoli sensi di colpa: genitori e adulti improvvidi, bambina sensibile, donna indifesa. Oggi Micol si difende dal coinvolgimento sessuale e dal vivere la “libido” del suo corpo con il senso di colpa e la censura moralistica e religiosa, si difende con la sessuofobia. La “puzza” implica una difesa paranoica: mi sento da un verso perseguitata dalla “libido” del mio corpo, “libido” che per un altro verso sento, desidero e voglio appagare. Il sogno di Micol offre il quadro psichico di una vita sessuale contrastata e conflittuale. Eppure questa sessualità è prepotente nelle sue cariche erotiche e quasi selvaggia: un mastino! Non è mica un cagnolino di poca stazza, è un cane aggressivo e pericoloso. Più Micol lo tiene in gabbia e più diventa feroce.

Ed ecco che si profila il conflitto: è giusto sentire l’odore? E’ giusto che il cane esca fuori dal locale, visto, oltretutto, che piove? E’ giusto che gli avventori subiscano la puzza del mastino? Micol allarga la sua questione in un ampio spettro sempre personale. Per non sentire la sua carica libidica “si siede dall’altra parte del tavolo”: risolve il suo problema anestetizzandosi nell’ambito sociale e non manifestando l’offerta sessuale del suo corpo. Micol evita il coinvolgimento erotico e sessuale. A questo punto arriva una salvifica consapevolezza che “non è giusto che il cane esca dal locale”, non è naturale reprimere la sessualità e addirittura alienarla e non considerarla. Meno male! Micol è sulla buona strada per il recupero della sua “libido”, in questo caso non è certamente amica degli animali, ma di se stessa. “Considerato che fuori piove tanto”, si può leggere in due modi: considerato che la mia eccitazione sessuale è presente con i suoi umori o considerato che la pioggia mi libera dal senso di colpa in riguardo alla sessualità, una “catarsi”. Il mastino è feroce e più lo castri e più esige in termini di “libido”. Ma non è neanche “giusto che gli altri avventori debbano sopportare la puzza del cane”. Ecco che ritorna la sua difesa dal coinvolgimento sessuale. Gli avventori non sono quelli che desiderano il corpo di Micol, ma la parte di Micol che desidera le relazioni amorose. Micol non si piace e non si accetta a livello di sessualità, mentre per altri versi ha già dimostrato di avere una buon concetto di sé, una buona autostima, un “Io” ben nutrito sicuramente in compensazione di altre magagne, quali la vita sessuale, il corpo oggetto d’amore, la concretezza dei sensi, la materia vivente e le pulsioni neurovegetative.

A questo punto il sogno devia e cambia totalmente argomento, almeno così sembra.

Poi Micol si ritrova in collina tra varie coltivazioni e in uno di questi pendii dispone in modo ordinato e parallelamente tra loro dei lunghi tralci di una pianta rampicante simile al luppolo, dal punto in cui era coltivata appoggiandoli lungo il terreno scosceso come fosse una lunga chioma.

Micol “dispone in modo ordinato …”,fa chiarezza, prende coscienza, razionalizza, capisce che i suoi conflitti sono autoalimentati, sono tutte sue paturnie, seghe mentali, sciocchezze paranoiche: “lunghi tralci di una pianta rampicante”. Micol sa che può restare vittima delle sue paranoie, sa che può essere invasa dalla mala pianta rampicante dei pensieri insinuanti e maligni. Micol cerca di mettere ordine alle sue ideazioni assurde estendendole fino alle estreme conseguenze. Micol visita tutto il suo materiale persecutorio, il suo nucleo psichico di natura paranoica. Micol si lascia andare nel “terreno scosceso” e sistema questi pensieri persecutori “come fosse una lunga chioma.” I capelli sono simbolicamente pensieri, i prodotti della testa e del cervello e, se sono troppo lunghi, sono compiacimenti mentali difensivi. Micol continua a difendersi dall’angoscia di un coinvolgimento sessuale e dagli investimenti della sua “libido”.

In effetti il sogno non ha cambiato tema e psicodinamica, ha solo cambiato i simboli e la scena. Un filo conduttore si evolve nel sogno di Micol nell’apparenza di una simbologia strana e incongrua: “il mastino che puzza”.

Questo è il sogno di Micol, ma ancora resta da interpretare la richiesta di chiarimento su alcuni temi onirici ricorrenti e chissà che non si tratti dello stesso argomento e della stessa psicodinamica. Intanto completiamo il sogno con la prognosi e il rischio psicopatologico.

La prognosi impone a Micol di accorciare i capelli con un taglio decisamente più sbarazzino e di recidere la lunga chioma che, anche se esteticamente fascinosa, indebolisce il capello. La metafora significa che Micol deve liberarsi delle sue paranoie in riguardo al suo corpo e alla sua sessualità ed evolvere questa sua ideazione difensiva in atteggiamento spavaldo e seduttivo mettendo al posto giusto il mastino ben profumato, la padrona ben sicura di sé e gli avventori ben desiderosi. Micol deve ridurre il suo “Io” a una dimensione domestica ossia essere padrona a casa sua senza la difesa illusoria dell’ipetrofia. Per fare questo deve uscire dall’ascensore definitivamente risolvendo le ultime pendenze edipiche con la madre.

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Il rischio psicopatologico si attesta nella costruzione di un sistema di idee come difesa dal coinvolgimento operato dagli investimenti della “libido”. Questa improvvida e sofferta strategia porta all’isolamento e a un doloroso conflitto tra la parte di sé che vuole e la parte di sé che nega: una psiconevrosi fobico-ossessiva con crisi di panico.

Scrive ancora Micol: “avrei anche una curiosità a proposito di sogni ricorrenti. Il mio riguarda da decenni sempre la solita situazione: devo andare in bagno, ma mi è impossibile farlo perché o il bagno non è accessibile perché intasato, rotto o particolarmente sporco, ma molto spesso perché non è possibile chiudere la porta o la porta è molto bassa e quindi impossibilitata ad avere privacy.

La simbologia del “bagno” racchiude la sfera dei bisogni intimi e delle pulsioni sessuali, il vissuto del corpo come sede di istinti e di appagamenti fisiologici. Vediamo adesso le varianti sul tema ossia gli impedimenti difensivi a vivere degnamente il corpo e i suoi diritti biologici, le sue funzioni più naturali. Il “bagno intasato” condensa la costrizione della “libido” e la forzatura a negare i bisogni intimi. Il “bagno rotto” condensa l’ossessione difensiva di una supposta disfunzione sessuale o incapacità erotica. Il bagno “particolarmente sporco” condensa la colpevolizzazione delle pulsioni organiche di varia natura,in particolare quelle sessuali. Il bagno che non si può “chiudere” rappresenta all’opposto il desiderio di Micol di disinibirsi e di esporsi nella sua intimità condividendo il suo corpo e appagando i suoi bisogni erotici e realizzando i suoi desideri. Della sua “pivacy” Micol non sa che farsene perché è la sua principale difesa, la sua principale resistenza a cambiare registro, l’impedimento a prendere coscienza del suo sistema difensivo di qualità persecutoria e di superarlo in un contesto più degno della sua bella persona.

La prognosi conferma l’inutilità di difendersi dal suo corpo, nello specifico dalle pulsioni erotiche e sessuali, esibendo una formale delicatezza dei gusti e dei modi: una buona educazione. Micol deve essere più concreta e misticamente materiale, deve riflettere sul dato di fatto che fondamentalmente il suo essere è il suo corpo e la sua mente, la sua unità psicosomatica e che deve dare la giusta importanza al corpo come sede dei bisogni più carnali e non per questo meno spirituali.

Il rischio psicopatologico si attesta nella conversione isterica in sintomi collegati alla “libido” colpevolizzata e repressa.

Riflessioni metodologiche: in precedenza ho scritto che Micol “ visita il suo nucleo psichico di natura paranoica”. Tranquilla Micol! Si tratta di un tratto psichico assolutamente normale nella formazione psichica secondo le teorie psicoanalitiche sull’infanzia di Melanie Klein, una grande donna e una grande psichiatra infantile. Adesso spiego in termini semplici, ma non semplicistici, i cardini della sua teoria desunta e ratificata dalla sua pratica clinica. Melanie Klein (Vienna 1882-Londra 1960) ha messo in luce l’esistenza nel bambino di una vita psichica ricca di esperienze sin dalla nascita, ricca di vissuti primari e di meccanismi psichici fondamentali. Il bambino incarna “l’istinto di vita” e “l’istinto di morte” e percepisce in maniera allucinatoria la forte pulsione della fame, il cibo e la madre: la parola “fantasia” ha radice greca antica, “fas”, e si traduce “allucinazione”.

L’organizzazione mentale e psichica del bambino produce il “fantasma” della fame, del cibo e del seno come percezione rudimentale e conoscenza primaria. Il bambino, secondo la Klein, si rapporta con il suo corpo e con l’oggetto esterno della madre, ha, quindi, un “Io” più organizzato e strutturato rispetto a quello che Freud aveva individuato. Per quest’ultimo il bambino nei primi anni di vita era un animale vivente, sede di pulsioni organiche che si appagano oralmente e analmente senza che si costituisca un “Io” adeguato. La Klein ha individuato e messo in luce nell’attività psichica del bambino una serie di esperienze e di meccanismi psichici fondamentali che si riferiscono a tutto il primo anno di vita e che costituiscono i nuclei più profondi della vita affettiva originaria. La Klein ha evidenziato la successione di due diverse “posizioni” ,la “posizione schizo-paranoide” e la “posizione depressiva”.

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Il concetto di “posizione” esclude che si tratti di una fase di passaggio, ma attesta che le angosce e le difese che si esperiscono nel primo anno di vita rimarranno attive nella struttura psichica: i nuclei profondi della vita affettiva originaria. Il bambino sin dalla nascita si trova esposto all’angoscia determinata sia dalla polarità degli istinti, “istinto di vita” e “istinto di morte”, sia dall’impatto con la realtà esterna. A questa situazione il bambino risponde scindendo i suoi oggetti ,“splitting”, il “seno buono” e il “seno cattivo”. Il primo è quello che mi nutre e appaga i morsi della fame, il secondo è quello immaginato fantasticamente, meglio fantasmicamente, e che angoscia il bambino in maniera persecutoria perché minaccia la sua sopravvivenza. Questo travaglio avviene nei primi quattro anni di vita.

Subentra la “posizione depressiva”: il bambino comincia a non vivere la madre come oggetto parziale e scisso, il seno buono e cattivo, ma come oggetto intero, la mia mamma, stabilendo con lei ed esercitando la sua vita affettiva. La stessa Melanie Klein descrive la “posizione depressiva”: “ Ho osservato come i bambini nelle primissime fasi del loro sviluppo attraversino delle situazioni di angoscia”. Ancora: “si incontra regolarmente nei bambini questo passaggio tra l’esuberanza e l’abbattimento che è caratteristico degli stati depressivi.” Riepilogando abbiamo incontrato il meccanismo psichico di difesa dello “splitting”, scissione, che si usa anche da adulti, i meccanismi psichici di difesa della “proiezione” e della “introiezione”, la codificazione del fantasma e la presenza della fantasia, la determinante e primaria figura della madre e la vita affettiva, il passaggio dall’oggetto parziale all’oggetto intero, la madre come seno e la madre come persona da amare non soltanto perché mi nutre, la “posizione schizo-paranoide” e la “posizione depressiva”.

Tutto si conserva e sul materiale acquisito si struttura il carattere a testimonianza della determinante funzione della vita psicofisica infantile. Attorno alle esperienze positive il bambino forma il suo carattere e organizza la sua struttura psichica espellendo le angosce e proiettandole fuori dal suo “Io”. Questa operazione si definisce “deflessione dell’istinto di morte” e fu riconosciuta anche da Freud.

 

 


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