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Due parti di me (112333)

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on . Postato in Adolescenza | Letto 237 volte

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S. 20

Le scrivo senza sapere se il mio sia realmente un problema. Più volte ho pensato che fosse semplicemente una grande insicurezza in me stessa, una sorta di tremenda pigrizia, ma per come sono fatta io analizzo le cose più a fondo, e come dice un mio amico forse il mio vero problema è quello di credere di avere un problema. Vorrei capire se è davvero così. Fino a non molto tempo fa ero una persona sicura di me, sapevo sempre quale scelta fare e che tipo di persona volevo essere; ero determinata, forte ed indipendente. Avevo idee chiare sul futuro e, sicura di me, avevo tante amicizie. I miei genitori sono stati separati fin da quando ero molto piccola, ed hanno continuato a convivere in quanto mia madre non trovava lavoro, e anche per il bene mio e quello di mio fratello. Quando compì 18 anni lui se ne andò di casa per andare a Londra, io avevo 12 anni. Mio fratello è una persona molto problematica, con frequenti attacchi di panico, un nodo alla gola che non sparisce, e le sue balbuzie lo fanno soffrire moltissimo. Non ha mai avuto ne amici ne ragazze. Studia all'università, e lo mantiene lo stato col sussidio. Poi, lo scorso agosto, dopo il mio diploma di maturità, anche mia madre se n'è andata, è tornata nella sua madrepatria, Londra. Adesso lavora ed abita lì. Qui in Italia siamo io e mio padre, perciò la nostra famiglia è divisa a metà. Non sono mai stata contraria alla partenza di mia madre; eravamo e siamo tutt'ora molto unite, e sapevo che qui era depressa, le mancava casa. In Italia stava male, passava (ormai rassegnata all'idea di trovare lavoro in quanto non aveva nessun diploma e non aveva affatto fiducia in se stessa) le giornate in casa a sognare un'altra vita. Non so con precisione cosa pensasse mio padre al riguardo, non ne ha mai parlato, ma sono rimasti anche loro in ottimi rapporti. Io pensavo di essere abbastanza grande e forte per cavarmela da sola, fare la spesa, pensare alla casa, a cucinare, lavare vestiti (mio padre lavora in banca tutto il giorno e mi aiutava il fine settimana) e nel frattempo cercare di capire cosa volessi fare nella mia vita come ogni ragazza della mia età; ma capii che non era così. Cominciarono a sorgere infinità di dubbi. C'erano situazioni difficili nelle vite dei miei amici e delle mie amiche, passavamo ore a parlare dei nostri problemi, e a me cominciava a mancare il fatto di tornare a casa e trovare una consolazione tra le braccia di mia madre. Mio padre mi ha sempre dato tutto, mi vuole moltissimo bene e cerca di coprire entrambi i ruoli del genitore, ma cominciava a mancarmi l'affetto di mia madre; ha continuato ad essere presente, tramite telefonate ed e-mail, ma andavo a visitarla due volte l'anno, perciò non era presente nella quotidianità, per vedermi dubbiosa o per abbracciarmi quando succedeva qualcosa di brutto e tornavo a casa in lacrime. Cominciai così nel tempo a nutrire uno strano sentimento nei suoi confronti, un misto tra amore e rancore, che mi confondeva moltissimo. Pian piano mi facevo sempre più insicura ed allontanai molte amicizie, non ammettevo nessuna relazione seria con un ragazzo, li allontanavo. Passavo le giornate a cercare di capire cosa volessi dalla vita, appoggiandomi ai miei quattro migliori amici (tre ragazze ed un ragazzo). Io ed una di queste tre ragazze passavamo i pomeriggi a "seminare" i nostri curriculum perché volevamo provare a lavorare, per conoscere questo nuovo mondo che un po' ci spaventava. Conoscendo bene l'inglese ed avendo un diploma in ragioneria pensavo di poter avere buone possibilità, ma mi sbagliavo. Nessuno richiamava per un colloquio, e passai mesi in questo modo, sprofondando nello sconforto, piangendo per la nostalgia di una madre e tante insicurezze che non mi andava di confidare a mio padre. Era come se fossi nuda e sola in mezzo ad una folla di persone. Passavo tutte le sere fuori spendendo i soldi, che guadagnavo con qualche lavoretto tipo promoter, bevendo super alcolici. Molto turbata, tornavo a casa molto tardi la sera, spesso ubriaca, e non dormivo; cominciarono i disturbi del sonno e spesso, senza chiudere occhio, arrivavo a sentire la sveglia alle 6 del mattino di mio padre che si svegliava per andare a lavorare. Il giorno mi spaventava. In genere mi addormentavo nelle prime ore del mattino e mi risvegliavo nel pomeriggio inoltrato. Il pomeriggio era di nuovo ora di andare a portare curriculum. Questa era la mia vita. E cominciai ad abituarmi. Mi creai una sorta di mondo tutto mio, in cui vivevo nel rancore, nel dubbio, nella paura, nell'amore dei miei amici, e mi sentivo in colpa per mio padre che ogni sera tornava a casa col viso stanco ed io non avevo fatto assolutamente nulla. Cominciai quindi anche ad avere rabbia nei miei stessi confronti, e per sfogarmi non mi limitavo al bere, spesso mi tagliavo, o davo pugni su superfici dure fin che le nocche delle mani non sanguinavano e mi venivano i lividi. Il mio umore era sempre a terra. Inoltre il mio disordine interiore si rispecchiava anche nel mio stile di vita e per il disordine che avevo in camera: vestiti ammucchiati, fogliacci e scarpe ovunque. Non accettavo l'ordine. Quando mi mettevo d'impegno e cercavo di mettere le cose in ordine mi bloccavo e mi rifiutavo. Poi grazie al mio migliore amico trovai un lavoro, e la situazione invece di migliorare peggiorò. Io ero contentissima di iniziare, per passare meglio le mie giornate e perché pensavo di aumentare la stima in me stessa, che in quel momento, era sotto le scarpe. Ero segretaria in prova da un commercialista, senza contratto e in nero. Mi pagavano una miseria, ma conoscendo la situazione del lavoro in Italia, mi rimboccai le maniche e cercai di guardare i lati positivi: passavo le giornate ad imparare un mestiere e non avevo tempo per brutti pensieri. Una volta cominciato a lavorare, mi resi conto che il mio disagio interiore non se ne andava, mi causava ulteriori problemi. Non riuscivo a concentrarmi. Essendo disordinata perdevo documenti importanti sul lavoro. Distratta, ero in un mondo tutto mio. Più cercavo di trovare un mio sistema di ordine e concentrazione più sbagliavo e mi facevo prendere dal panico. Spesso mentre preparavo i documenti per gli "unici" dei clienti, mi scordavo di essere sul posto di lavoro, vagavo col pensiero senza fare la minima attenzione a quello che dovevo fare. Era come se mi addormentassi. Talvolta non pensavo nemmeno  a qualcosa in particolare, semplicemente non ero più lì, al lavoro. Poi mi "risvegliavo" e mi facevo prendere dal panico, avevo la tachicardia, e cercavo di rimettermi a lavorare, ma avevo perso tempo nella mia trance e dovevo ricominciare da capo. Ero lenta, per fare un semplice lavoro, tipo mettere fogli in ordine di data, ci mettevo anche più di un'ora. Le colleghe cominciarono ad arrabbiarsi molto, a volte urlavano e mi trattavano male. Io ogni volta mi promettevo di cambiare, ma ogni volta che mi impegnavo andava peggio. Non riuscivo ad imparare. Continuavo a tagliarmi. Io non volevo essere così, assolutamente. Io ero una persona forte una volta, non capivo e non capisco tutt'ora perchè le cose stessero andando così male. Sul lavoro le persone mi parlavano solo se necessario, non avevano affatto una buona opinione di me, ed io mi sentivo molto a disagio, perciò a mia volta avevo cominciato una sorta di meccanismo di autodifesa, e non mi impegnavo ad essere garbata con loro. L'insonnia, che nel frattempo era sparita, era tornata e peggiorata; non mangiavo molto, e fumavo parecchio. Avevo una tremenda tachicardia. Prendevo goccioline omeopatiche  per rilassarmi. Dentro, nel petto, era come se avessi un mattone, ed ogni mattina che mi svegliavo per andare a lavoro avevo la nausea. Alternavo continuamente momenti di spensieratezza a momenti angoscianti, le persone mi dicevano che avevo sguardi duri e seri. Poi fortunatamente arrivarono le vacanze estive e staccai per un po' di tempo. Avevo un mese da passare con me stessa, ed i miei amici. Andai anche a Londra a trovare mia madre. L'ansia non era sparita, ma si era un po' alleviata. Un paio di giorni prima di ricominciare a lavorare, presi una decisione. Dissi al capo che avevo deciso di iscrivermi all'università per fare un corso a cui ero da sempre molto interessata. Allora il mio stato d'animo migliorò nuovamente. Avevo nuovi obiettivi, nuovi propositi, e cercai di volermi più bene. I corsi sono cominciati, un mesetto fa. È quello che voglio fare. Mi piace. Le materie sono interessanti. Devo cominciare a studiare perché tra un mesetto ho il primo esame. Ma c'è un problema. Il mio disagio torna a galla. Mi rifiuto di studiare ciò che mi piace; perchè? Quando ci provo, non riesco a ricordare quello che ho letto. Io non voglio essere così, ma ogni volta che mi impegno a cominciare qualcosa che mi interessa mi ritrovo ad abbandonarla molto prima di averla portata a termine. Sto male. Quando studio (in questo momento storia, che mi piace molto) vago di nuovo con la mente senza accorgermene nel mio mondo, e mi "risveglio" dopo una quindicina di minuti, a volte anche di più, e mi ritrovo a fissare nel vuoto. Mi accorgo di averlo rifatto. Ero lì, a bocca aperta e non ricordo a cosa stessi pensando. Guardo il testo che stavo leggendo, e riparto da capo, perché ho perso il filo. A volte non riparto nemmeno. Chiudo il libro e faccio altro. Perché mi succede? Non capisco cosa sia. Questa assenza dal mio corpo mi causa problemi in tutto quello che voglio fare, non ho più la costanza nel fare le cose. Sto male perché vorrei fare bene ogni esame, vorrei cercare di essere felice. Più volte ho pensato di andare al consultorio, al cosiddetto "igiene mentale" dove andava anche mia madre, ma poi mi sento ridicola e mi chiedo se il mio sia realmente un problema. So che in questo mondo ci sono persone che darebbero tutto per essere al mio posto, nella mia casa, ma non mi basta per mettermi la testa a posto. Grazie per il suo tempo e per il suo aiuto, S.

Cara S., la tua vita è stata costellata ormai da molti anni da una serie di eventi complessi che, per quanto sia tu che la tua famiglia avete cercato di gestire al meglio, hanno assottigliato le tue risorse e ti hanno provocato il classico disturbo da stress. Per quanto razionale tu possa essere o disposta a tollerare molte incongruenze e frustrazioni, la stanchezza e la tensione ormai hanno svaligiato le tue energie e trasformano tutto in qualcosa di complicato. Devi sapere perciò accettare la tua difficoltà fisiologica di non riuscire a star dietro a troppi eventi o nuove situazioni. Stacca un po' la presa e cerca per quel che puoi di far riposare la mente. Una psicoterapia adeguata potrebbe certamente in questo contesto esserti utile per elaborare tutto l'eventuale disagio e malessere che hai accumulato e non sei riuscita a smaltire. Sia tu che tuo fratello siete stati esposti ad una situazione difficile ed ognuno ne ha risentito a modo proprio, ora si tratta di voltar pagina e cercare non più di capire gli altri, ma di ascoltare te stessa.

(risponde la Dott.ssa Lucia Daniela Bosa)

Pubblicato in data 30/05/08

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