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Ansia da competizione [1601631282730]

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on . Postato in Ansia, Stress, Panico | Letto 366 volte

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le risposte dellesperto

elisa37, 37 anni

domanda

Gentili dottori

Il mio problema e' un po' imbarazzante, ma un problema che ha sempre fortemente limitato la mia vita e ancora non sono riuscita a risolverlo.
Sono sempre stata molto insicura sin dall'adolescenza e ho sempre avuto bisogno di eccellere a scuola per sentirmi ' a posto'. Prendere i voti piu' alti e' sempre stata un'ossessione e passavo ore e ore, anche di notte a studiare.

Ricordo come quando ero a scuola, alcuni genitori si lamentassero e attaccassero il fatto che avessi voti piu' alti dei loro figli e a come mia madre e la mia insegnante mi difendessero, e ricordo che da allora mi si impresse nella mia mente che gli altri fossero dei nemici da cui dovevo difendermi.
All'universita' e' stato lo stesso, ma non sono riuscita a completare il corso di studi inizialmente scelto e ho 'ripiegato' su un altro, comunque completato con i massimi voti.

Da allora, conclusosi finalmente il periodo degli studi, la competitivita' si e' trasferita sul lavoro. Siccome purtroppo il lavoro presuppone altre doti oltre a quelle della conoscenza, qualita; interpersonali (grinta, capacita' di 'sgomitare' e sapersi vendere ecc), non riesco ad eccellere quanto vorrei.

Ho sempre avuto opinioni molto positive dai miei manager ma e' piu' complicato progredire. Sono ossessionata da persone al mio stesso livello che poi riescono a progredire prima di me.

Da qualche anno poi sono ossessionata da una mia parente che ha intrapresa la carriera accademica e non perde occasione ad ogni raduno familiare per sbattermi in faccia i suoi successi (forse perche', segretamente, per molti anni mi vedeva come quella che aveva avuto successo, si era trasferita alavorare all'estero, aveva un lavoro ecc e ora si sente in dovere di 'recuperare).

Il mio senso di malessere e' soprattutto senso di colpa verso i miei genitori; sento di deluderli per non essere cosi' di successo e penso che loro, sotto sotto, soffrano da questo confronto.
Anche se hanno sempre negato, credo che abbiano sempre patito il confronto tra me e figli dei loro amici per esempio, tanto che io anni fa decisi di trasferirmi a vivere all'estero proprio per non sentire su di me questa pressione del confronto tra me e altra gente e il senso di inadeguatezza/colpa verso i miei genitori che, anche se dicono il contrario, tengono molto ai successi scolastici/accademici.
Ho persino deciso di mettere una scusa per non venire a Natale a apssare lel feste con la lmia famiglia, proprio per non dovermi sorbire la mia parente e sua madre che ci sbrodolano le sue storie.
Vorrei un giorno riuscire a raggiungere uno stato per cui vivo serena, mi dedico a cio' che mi interessa senza constantemente paragonarmi agli altri e senza sentirmi inadeguata se faccio cose diverse da loro, e sono content e appagata da cio' che sono e faccio.
Sono stata in terapia e ho parlato ovviamente di questo disagio e dell'ansia perenne che mi causa, e di come e il terapeuta mi invito' a riflettere su come quest'ansia fosse legata alla paura di attirare l'invidia e a cattiveria delle persone, e a come questa fosse piu' una proiezione sugli altri dei miei sentimenti di invidia, piu' che necessariamente un fatto oggettivo.

Il terapeuta mi invitava anhe a riflettere su come questo mio bisogno di primeggiare sugli altri, di 'sbaragliare' la concorrenza, potesse essere legato al mio essere figlia unica, al non aver avuto fratelli o sorelle con cui condividere l'attenzione dei miei genitori, e al mio bisogno di monopolizzare l'attenzione dei miei genitori e, ora che sono adulta, dei miei manager o colleghi. Al tempo stesso le mie ambizioni mi creano ansia perche' per me l'eccellere e avere lodi attira la negativita' e invidia di chi mi e' attorno.
Queste teorie possono ben essere vere. Tuttavia, come per tutte le terapie, aver compreso questi meccanismi ' interessante, ma non mi ha comunque aiutato a stare meglio e superare il mio problema.

Voi che ne pensate? Come puo' una persona come me uscire da queste dinamiche?
La mia ansia, il mio bisogno di primeggiare per sentirmi a posto e, al contempo, sfuggire da competizioni dirette, persistono e ancora oggi non riesco a liberarmene.
Grazie per la vostra attenzione

 

 


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risposta

Buongiorno Elisa.

Riporto, per chiarezza di sintesi ed esigenza di struttura della mia risposta, la definizione del problema ed il bisogno di cambiamento che Lei riferisce in tre sue stesse frasi.

"Sono sempre stata molto insicura sin dall'adolescenza e ho sempre avuto bisogno di eccellere a scuola per sentirmi ' a posto'. Prendere i voti piu' alti.."

"La mia ansia, il mio bisogno di primeggiare per sentirmi a posto e, al contempo, sfuggire da competizioni dirette, persistono e ancora oggi non riesco a liberarmene".

"Vorrei un giorno riuscire a raggiungere uno stato per cui vivo serena, mi dedico a cio' che mi interessa senza constantemente paragonarmi agli altri e senza sentirmi inadeguata se faccio cose diverse da loro, e sono contenta e appagata da cio' che sono e faccio".

Ritengo, nel suo caso, da quello che racconta, che il bisogno di eccellere sia antecedente al bisogno di primeggiare e che in generale eccellere e primeggiare possano avere una sovrapposizione semantica ma non necessariamente equivalente.

In particolare sembrerebbe che il bisogno di primeggiare (primo su altri, rispetto agli altri) sia emerso quando il suo bisogno di eccellere (prendere i voti più alti, che può essere inteso sia in senso assoluto il voto più alto, sia in senso relativo il voto più alto rispetto agli altri compagni e in questo caso non necessariamente il voto in assoluto più alto) è stato 'lamentato' e 'attaccato', o in altri termini osteggiato, dai genitori dei ragazzi con voti più bassi.

Ora, se il suo bisogno di eccellere era evocato, come scrive, da insicurezza e dalla necessità di 'sentirsi' a 'posto' , può essere che all'inizio abbia vissuto quel sentirsi attaccati come un impedimento alla sua necessità primordiale di trovare senso di adeguatezza, di sentirsi 'a posto' e cioè, per usare un'altra sua parola, di progredire verso una definizione più serena per se stessa, di essere magari se stessa. Questo spiegherebbe come mai, poi, in età più adulta abbia avuto bisogno di allontanrsi da tutte quelle persone e tutte quelle condizioni che avrebbero sollevato un confronto, un paragone, competitivo con le sue prestazioni.

Se davvero fosse profondamente e da sempre animata dalla necessità di primeggiare sugli altri accetterebbe ogni forma di competizione nonostante i livelli di stress che questo comporterebbe. E se anche Lei avesse esaurito le energie per sostenere questi livelli di stress, se fosse la competizione e il bisogno di primeggiare ciò che la anima davvero, non chiederebbe per sé un cambiamento in cui possa dedicarsi a ciò che le interessa senza paragonarsi agli altri, perchè chiedere questo significherebbe, nell'ottica della competizione, cedere, arrendersi.

Non lo tollererebbe. Lo tollererebbe meno di quanto non tolleri adesso il confronto e resterebbe al confronto nonostante lo stress che le potrebbe procurare.

Ho l'impressione cioè che da un certo momento in poi della sua vita, per poter divenire ed essere se stessa, qualunque cosa questo significasse e significhi per Lei, abbia dovuto 'imparare ' non solo ad eccellere ma anche a primeggiare e superare gli altri.

Trovo quindi che i problemi siano tre:

1) eccellere per sentirsi 'a posto', ovvero adeguata, a fronte dell'inziale insicurezza, pregressa agli attacchi dei genitori dei suoi ex compagni di classe.

Bisognerebbe approfondire questo aspetto per cui per il suo senso di sicurezza personale e adeguatezza era allora necessario raggiungere uno standard esterno (i voti), il più elevato possibile.

La ricerca di perfezionismo spesso dichiara una adesione del valore personale intrinseco a quello esterno estrinseco e una difficoltà ad accettarsi indipendentemente dalle aspettative esterne, dichiarerebbe una dipendenza dal campo, un bisogno di indiscutibilità.

Faccio riferimento a quanto ha detto e che temeva di deludere i suoi genitori e che deludendoli corresse il rischio di farli soffrire. Bisognerebbe accertarsi se davvero le aspettative dei suoi genitori fossero prevalentemente che lei eccellesse e se davvero non eccellendo avrebbero sofferto come riteneva. O se d'altra parte ha temuto che non eccellendo potesse perdere attenzioni, considerazioni da parte sei suoi genitori, amore.

Sono risposte che può prendere in considerazione di approfondire da sola, se già non lo ha fatto con la sua terapeuta, perchè non ho informazioni sufficienti per inoltrarmi ulteriormente.

2) Primeggiare per eccellere.

Si tratta dell'apprendimento che può essersi realizzato dopo l'accanimento dei genitori dei suoi ex compagni, come le spiegavo sopra.

Inoltre, quando scrive "Siccome purtroppo il lavoro presuppone altre doti oltre a quelle della conoscenza, qualita; interpersonali (grinta, capacita' di 'sgomitare' e sapersi vendere ecc), non riesco ad eccellere quanto vorrei" pare voglia esprimere un costrutto culturale appreso per cui nel lavoro 'eccelle' chi compete "sgomitando". Costrutto diffuso ma molto discutibile.

Pensi alle qualità relazionali empatiche che gli ambienti professionali manageriali sempre più spesso promuovono nei leader e tra i non leader. Potrebbe riflettere su questo costrutto culturale e tentare di metterlo in discussione.

Lascio un'ulteriore suggestione: è sempre necessario primeggaire per eccellere? è sempre necessario eccellere per sentirsi adeguati? è sempre necessario superare gli altri e se stessi per progredire? Quali progressioni sono quelle che ottimizzano crescita personale e benessere/stress?

3) Evitare gli ambienti che fanno pressione sulle dimensioni competitive.

Se trova soluzioni alle domande precedenti credo possa risparmiarsi di evitare la compagnia dei suoi familiari a Natale.

In fondo Lei già sa quello che vuole: deve solo rassicurarsi che ad ottenerlo non deluderà nessuno delle persone a cui tiene. Si domandi se un genitore è più felice a vedere un figlio felice o un figlio che eccelle o un figlio felice se eccelle e primeggia.

Un caro saluto

 

dott.ssa Liuva Capezzani

 

Pubblicato in data 12/10/2020

 

 


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Tags: ansia invidia inadeguatezza competizione

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