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Droga (112519)

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on . Postato in Dipendenze e Abusi | Letto 359 volte

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Federica 27

Salve, ho un fratello al quale sono molto legata di 16 anni, questa estate "per provare" voleva fumarsi una canna, è stato scoperto e punito dai miei genitori. Mia madre ha comprato uno di quei kit per la prova dell'uso di sostanze stupefacenti da fare in casa e gli ha chiesto di farlo. Lui si è rifiutato dicendo che era logico che fosse positivo. Dopo 3 mesi mia madre è tornata alla carica con il test e lui si è nuovamente rifiutato perchè ha detto di essere rimasto traumatizzato dalla precedente esperienza. Mi chiedo se il rifiuto può essere considerato come un'ammissione di colpevolezza. Si deve obbligare il ragazzo a fare il test? La paura di sapere mi spaventa, ma è peggio vivere con la testa sotto la sabbia.

 C'è qualcosa che sottende la sua descrizione dei fatti che, volendo sintetizzare, chiamerei un deficit di fiducia. Capisco che avere 16 anni significa attraversare un periodo particolarmente esposto a rischi comportamentali  o all'uso di sostanze stupefacenti, spesso sperimentate con amici o gruppo di riferimento, ma, anche se messi a dura prova, il rispetto e la fiducia, soprattutto in una delicata fase dello sviluppo, da parte della famiglia non devono mancare. L'uso del kit cui lei fa riferimento va nella direzione opposta a quello che cerco di dire. Il messaggio che la famiglia dà a suo fratello è: non so quello che fai, non mi fido di quello che mi racconti, ti vedo un po' strano, quindi ti sottopongo all'esame; un indice mi dirà, nero su bianco, se menti o dici la verità. A questo tipo di messaggio mi viene da chiedere: e senza esami obiettivi prima con i nostri figli o fratelli come si faceva? Deve essere un kit a dire se mio figlio mente o dice la verità? Non sono più in grado di leggerlo nei suoi comportamenti, nei suoi occhi, nei suoi gesti? Quindi mi sembra un falso problema chiedersi  se il rifiuto possa essere considerato o meno un'ammissione di colpevolezza. Il vero problema è: cosa so di mio figlio/fratello? Come stà? Trovo il tempo per parlare con lui? Che pensieri gli passano per la testa? Gli sto vicino? Credo che "vivere con la testa sotto la sabbia" significhi non sapere queste cose, piuttosto che avere dubbi sulla possibilità che suo fratello possa fare uso di droghe. Nonostante i pochi dati, posso ipotizzare che le domande che mi pone, benchè umanamente comprensibili, siano  "la punta dell'iceberg" di un deficit di comunicazione oltreché, come le dicevo, di fiducia. Che fare allora? Operare nella direzione del dialogo, dell'ascolto e della condivisione anche di vissuti o esperienze spiacevoli (come fumarsi una canna), avendo chiaro che a 16 anni le cose si evolvono velocemente e, in un clima di aiuto e serenità familiare, verso direzioni positive in cui si dimenticano velocemente esperienze di questo tipo. Cordiali saluti.

(risponde il Dott. Orazio Caruso)

Pubblicato in data 06/06/08

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