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Bulimia (8888)

on . Postato in Disturbi alimentari | Letto 65 volte

Elena, 26 anni

Mi chiamo Elena e ho 26 anni. Da circa 10 anni soffro di disturbi dell'alimentazione. Verso i 16-17 anni, nonostante il mio fisico non proprio grasso (sono alta 178 e pesavo 62 kg) scattò qualcosa per cui dovevo stare attenta a cosa mangiavo.
Ho fatto periodi di vera e propria lotta al cibo, nel senso che mangiavo molto poco arrivando a pesare 56 kg.
Mi sentivo bene com'ero per cui potevo ricominciare a mangiare, tanto non sarei mai più ingrassata.ma quando toccai quota 67, cominciarono i problemi..
Avevo fame ma non potevo mangiare, più cercavo di tenermi lontana dal cibo e più pensavo al cibo così aprivo il frigo, la credenza e quant'altro mi mettesse a disposizione da mangiare e mi ci tuffavo. Ho sempre mangiato di nascosto quantità enormi (arrivavo anche a 2kg di cibo), o perlomeno per me erano enormi, lo so perché prima di mangiare e dopo mi pesavo, perché così sapevo esattamente quanto dovevo vomitare per sentirmi in pace con la coscienza.
Ho sempre fagocitato tutto con gran gusto però, a me alla fine piace mangiare, non fosse che mi fa traballare la bilancia.
Ho sempre alternato periodi di dieta rigida ad abbuffate tragiche.. ed ogni volta che mi trovavo davanti al water giuravo a me stessa che sarebbe stata l'ultima volta ma sapevo che mentivo.
L'università è stata il baratro. Periodi di sconforto mi facevano calare nella bulimia più nera, il mio pensiero era sempre il cibo, da quando mi alzavo a quando tornavo a dormire.
Ora sono un po' più stabile, nel senso che mentre prima era un vortice continuo: ad un periodo di dieta rigida ne seguiva immediatamente uno di abbuffate e vomito e a quest'ultimo uno di dieta rigida, ora ne passa un bel po' (un paio di mesi), ma quando arrivano quei momenti in cui sento il bisogno del cibo e a mangiare fino a quando non mi fa male la mascella per poi vomitare, sto davvero male.
Il cibo rimane, comunque il mio chiodo fisso, da quando mi alzo a quando vado a dormire.. penso sempre al cibo.
Cibo di cui conosco tutto, proprietà, calorie, grassi. potrei fare la nutrizionista perché so tutto, anche i tempi di digestione, così so quanto il mio corpo assorbe.
Non ho intenzione di parlarne con i miei, non capirebbero e tantomeno col mio ragazzo o col medico di famiglia, però voglio uscirne. Da sola ma voglio uscirne e non è vero che non ci riuscirò, mi serve solo la chiave di violino per riuscirci.
Ho provato una volta a parlarne con una terapeuta del SERT della mia università a Padova ma ho parlato di qualsiasi cosa, tranne del problema per cui mi ero presentata. Faccio psicologia e di mente e disturbi dovrei capirne qualcosa ma allora, perché non capisco il mio di disturbo, perché a 26 anni che non sono più un'adolescente, non riesco a superarlo?

Cara Elena, non è così semplice capirsi, e non è così semplice eliminare un disturbo che da dieci anni condiziona la propria vita. Tanto più se questo disturbo, come sembra, ancora non è stato realmente affrontato o elaborato. Dico questo perchè del tuo disturbo ti vergogni, tanto da non raccontarlo nemmeno in famiglia, oltre che al terapeuta del SERT.
E quando le cose stanno così, significa che devi ancora farci i conti. Immagino che avrai letto molti libri e studiato molte teorie sui Disturbi Alimentari; hai una posizione privilegiata, visto che studi psicologia, e tante cose le avrai capite.
Ma, come sai, non basta. Se bastassero i libri e la comprensione razionale di alcune cose per indurre un cambiamento e una risoluzione dei disagi psicologici, la nostra categoria (psicoterapeuti) non avrebbe nessun senso di esistere.
Ovviamente, come saprai, per il cambiamento serve qualcosa di diverso. Non basta capire e non basta sapere. Bisogna "sentire" e specchiarsi negli occhi di un'altra persona.
Serve una relazione, vale a dire una psicoterapia (o analisi). Se studi psicologia, saprai che un lavoro su di te è conditio sine qua non per poter lavorare con le altre persone. E allora sarebbe utile che tu lasciassi da parte il falso orgoglio e ti decidessi a chiedere l'aiuto di una terapia. Per te innanzitutto ma anche per il tuo futuro lavoro. Ti serve un confronto.

( risponde la dott.ssa Elisabetta Corberi )

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