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disturbi alimentari (48311)

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on . Postato in Disturbi alimentari | Letto 195 volte

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Gianluca,24anni (11.2.2002)

Una mia carissima amica soffre di disturbi alimentari, in particolare di anoressia. Sta cercando di venirne fuori e devo dire che almeno in parte ci sta riuscendo. Due anni ha smesso di mangiare, in modo improvviso, repentino ed ha ripreso in modo quantomeno sufficiente solo un anno fa. Pesava solo 36 chili, ma poi ha deciso di ricominciare a mangiare da sola, nello stesso modo improvviso in cui aveva smesso.
Questo non vuol dire chiaramente che abbia risolto tutti i suoi problemi, ma almeno adesso non assomiglia ad uno scheletro e non fa fatica a reggersi in piedi. Non ha ancora raggiunto dei ritmi alimentari normali e spesso salta o riduce in modo incredibile i pasti, risultando poi in crisi in cui si abbuffa in modo incontrollato, mai però seguite da vomito autoprovocato o simili.Ha fatto molto da sola, ma non riesce a darsi dei ritmi regolari e ha chiesto il mio aiuto per essere controllata. E' molto strano, visto che solitamente chi soffre dei suoi disturbi si chiude in un ostinato isolamento in cui non c'è spazio per esplicite richieste di aiuto. Io ho acconsentito molto volentieri ad aiutarla, perché mi sta molto a cuore, ma questo non vuol dire che io abbia meno paura.
I suoi genitori le hanno presentato un centro specializzato in problemi come il suo, in cui vorrebbero risolvere il suo problema con un ricovero di sei mesi, dei quali i primi due in completo isolamento dal mondo esterno. Lei non nega che sarebbe forse la soluzione più efficace, ma non vuole perdere il lavoro e tutte le relazioni interpersonali che faticosamente si è costruita negli ultimi sei mesi, in cui è emersa dall'isolamento in cui si era relegata. Per questo ha chiesto una soluzione alternativa e ha chiesto a me di aiutarla, ma io ho una paura terribile che tutto quello che posso fare sia pochissimo, visto che comunque posso solo aiutarla dal punto di vista della regolamentazione dei regimi alimentari, ma non posso aiutarla dal punto di vista psicologico e mi sembrerebbe di dare una mano di bianco ad una casa che scricchiola dalle fondamenta.
Ho paura che avendo acconsentito a fornirle un aiuto solo di questo tipo io abbia allontanato una vera soluzione, che non sono sicuro che lei possa trovare da sola. Io non ne so abbastanza di queste cose, sono un ingegnere, non uno psicologo: mi sto documentando, ma ho paura di procedere con una velocità che per lei sarà comunque insufficiente.Ho paura di aver sbagliato tutto e di aver solo contribuito a farle del male e non del bene.Vi prego, sciogliete questo mio dubbio e, se potete, datemi un consiglio su come affrontare la situazione.
Grazie

Credo, in realtà, sia eccessivo un ricovero di sei mesi. A Verona c'è un centro che si occupa di problemi del comportamento alimentare in cui, se necessario, viene effettuato un ricovero di tre mesi di cui solo un primo periodo di isolamento. Al di là di questo, comunque il suo aiuto è senz'altro molto utile. Si rende però necessario e urgente anche un intervento di tipo psicologico che valuti, oltre al resto, la necessità o meno di un intervento di tipo ospedaliero. Le consiglio, inoltre, di leggere e di far leggere anche alla sua amica, il manuale di auto-aiuto del Dott. Dalle Grave "Alle mie pazienti dico".

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