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Disturbi alimentari-bulimia (076682)

on . Postato in Disturbi alimentari | Letto 113 volte

Valeria, 20 anni

Mi chiamo Valeria e ho 20 anni,da 4 sono bulimica.
Tutto è iniziato per una stupidissima dieta, perchè volevo essere perfetta, come sempre, in tutto ciò che faccio voglio essere la migliore.Mi sono privata del cibo,e poi ho iniziato a mangiare sempre e tanto, più di quanto avessi bisogno,fino a scoppiare ma senza mai vomitare, e questo mi faceva sentire ancora più "brutta" perchè non riuscivo neanche a preocurarmi il vomito.I sensi di colpa sono fortissimi, mi guardavo allo specchio e mi facevo schifo, così mi sono isolata non volevo vedere nessuno,solo nel cibo trovavo un vero aiuto.Adesso non mi abuffo più come prima, ma quando accade il dolore, i sensi di colpa e il vuoto che sento sono gli stessi che ho provato negli anni passati.Spesso penso che morendo molti miei problemi si risolverebbero, smetterei di soffrire così tanto e di essere sempre sola.La bulimia mi ha tolto la forza di vivere perchè tutte le cose che mi accadono mi scivolano adosso senza darmi nessuna emozione, eppure sento dentro di me una forza che mi spinge a cercare aiuto, ma ho troppa paura per farlo.Ho paura che i miei scoprano questo mio lato, io la figlia buona studiosa che non gli ha mai dato nessun problema, sarebbe per me un dolore troppo grande...ma voglio guarire sono stanca di soffrire voglio essere anche io un pochino felice perchè penso di meritare un po' di serenità.Spero di non ritrovarmi a 40 anni portandomi dietro ancora questo problema perchè non credo che sopravviverei al vuoto e al senso di nullità che provo adesso.Vi ringrazio per avermi ascoltato so che dovevte rispondre a casi più "gravi" ma vi ringrazio perchè l'aiuto che date è importantissimo.

Carissima Valeria, innanzitutto grazie a te per aver scritto; in secondo luogo non ci sono casi più gravi e casi meno gravi: la sofferenza non è misurabile e non dipende da dati oggettivi sulla gravità delle situazioni. Detto questo, voglio ricordarti che la bulimia è un sintomo, ovvero un comportamento (alimentare in questo caso) che esprime una sofferenza e un disagio interno, e che probabilmente continua ad alimentarli, sebbene non ne sia la reale causa. Il vuoto di cui parli, la solitudine e la svalutazione che esprimi rispetto a te stessa sono i veri motivi che inducono a ricercare attraverso il cibo una compensazione. Credo dunque che sia estremamente importante che tu stessa dica di meritarti un po’ di serenità e felicità: non solo te la meriti, ma te la devi! E non sempre la felicità è cosa data, alle volte bisogna darsi da fare per procurarsela, soprattutto, appunto, quando ci siano situazioni psicologiche di sofferenza o di carenza. Generalmente chi soffre di disturbi come il tuo ha una problematica da risolvere con se stessa innanzitutto, e con i propri genitori anche: il fatto che tu ti costringa a dover dare loro sempre un’immagine irreprensibile di te mi fa pensare che anche per te la problematica riguardi, almeno in parte, l’ambito familiare, o qualcosa di cui ti sei sentita carente nella relazione con i genitori o con mamma. Si tratta di ipotesi, sulle quali però ti invito sin d’ora a riflettere.
Se veramente hai deciso di fare qualcosa per migliorare la tua relazione con te stessa (che è poi la base per migliorare la relazione con gli altri) credo faresti bene a rivolgerti ad uno/a psicoterapeuta e esplorare il mondo dei tuoi sentimenti più interni e delle tue ferite profonde. E’ lì che devi cercare di sciogliere i tuoi nodi, emotivi, affettivi e inconsci: il resto (il mondo esterno e anche il proprio corpo) sono espressione di quello che viviamo dentro di noi. Espressione e non causa. Perciò, cara Valeria, se hai deciso che ti meriti un po’ di attenzioni e un po’ di bene, fai un’ulteriore passo: chiedi un’aiuto psicoterapeutico. Intanto che ci pensi, prova a dare un’occhiata (se non l’hai già fatto) agli articoli sull’argomento bulimia o disturbi alimentari che trovi su psiconline. Potresti trovare altri spunti di riflessione e magari anche chiavi di lettura.

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