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Anonimo, 20

 

Gentile Dottore,
sono un ragazzo di 20 anni, omosessuale, dichiarato in famiglia da quando ne avevo 15.
Provengo da un'estrazione sociale umile, i miei genitori hanno un titolo scolastico di quinta elementare. Comincio col dire che fin da piccolo la distanza ideologica tra me e la mia famiglia è andata accentuandosi, al punto di non fare più caso al fatto di avere una famiglia. Così gran parte di quello che ho e quello che sono l'ho costruito con i miei sforzi e le mie capacità.
Studio arte da molti anni, e mi interesso molto di spiritualità. Nei miei lavori e nella mia vita ho sempre condotto una ricerca "identitaria", alla scoperta di cosa fosse effettivamente reale, e cosa un vincolo della mente. Pratico meditazione da molti anni, e devo dire di aver scoperto molte capacità che prima faticavo a vedere, e soprattutto la leggerezza e la gioia di vivere.
E' un pò di tempo a questa parte, che questo mio "lavoro" identitario è giunto ad uno step "avanzato".
Circa due mesi fa, per propiziare un evento che avrei voluto accadesse ho riprodotto la mia immagine in una bambola di stoffa, attribuendole tutte le mie caratteristiche ( liquidi corporali, peli ecc..). L'ho seppellita con l'intento di accogliere un cambiamento nella mia vita.
Credo che questo atto "psicomagico" abbia agito con l'inconscio. E' molto tempo che mi sta accadendo qualcosa di strano, a cui non riesco ad attribuire una motivazione; mi assalgono paranoie ingiustificate. Cammino per strada ed ho paura degli altri, non riesco ad incrociarvi lo sguardo, sento che potrebbero attaccarmi da un momento all'atro.
Assieme a queste sensazioni fisiche, ciò che è più forte sono delle emozioni che credo mi appartengano da sempre. Solo ora sono risalite a galla. E' risalita a galla la mia difficoltà nelle relazioni con gli uomini ( di qualsiasi genere, amicizie eterosessuali e non), la mia paura della violenza, dell'imposizione virile. E mi sono reso conto che in venti anni le relazioni più belle che sono riuscito a costruire sono quelle femminili.
Questa cosa adesso mi pesa. Pesa perchè mi riconosco volente o nolente in una categoria, e la consapevolezza di sentirmi a disagio tra i miei simili mi manda in paranoia.
Ho sempre avuto strane reazioni di fronte a quelle che a me sembrano manifestazioni della virilità (il gioco del calcio, la discoteca, le battute squallide), anche se mi ritengo estremamente virile, anzi credo di avere in me un doppio principio maschile.
Oggi però mi rendo conto che per me questo rappresenta una difficoltà nella comunicazione; proiettandomi nel futuro mi assale l'insicurezza di non riuscire a badare a me stesso dopo un possibile allontanamento da casa. Questa insicurezza è rafforzata dal fatto che non sono mai riuscito ad accettare un impegno lavorativo, avendo difficoltà di relazione con gli altri.
E' da precisare che fin da piccolo ho sempre avuto ottime relazioni con gli adulti, e difficoltà di comunicazione con i miei coetanei; sebbene oggi questa cosa si sia affievolita, sento il desiderio di sentirmi a mio agio in qualsiasi situazione della vita, magari questo a volte diventa un obbligo per cui mi sento ansioso.
Voglio anche dire che sono altrettanto consapevole degli infiniti strumenti che ho per superare questa cosa, e di essere in grado di vivere serenamente, ma il mio interesse in questo momento non è quello di allargare la mia vita verso nuove esperienze, bensì risolvere questi problemi alla base, anche perchè credo derivino dall'infanzia.
Ho sempre agito in maniera cerebrale, rifugiandomi nella cultura e nell'estetica, mi sento profondamente a mio agio in situazioni intellettuali, che naturalmente non condivido con i miei coetanei.
Inizialmente era per me un motivo di forza, era autoaffermazione, anche senso di superiorità. Oggi, avendo abbandonato certi preconcetti, l'unica sensazione è quella della solitudine.
Pur non essendo in uno stato depressivo ( essendoci passato anche attraverso psicofarmaci) riconosco la stessa modalità della depressione, ma con un alto livello di consapevolezza.
Ho pensato al suicidio, fino a quasi determinarlo; non per rassegnazione, ma con la volontà di sperimentare un altro stadio di coscienza.Sento di non accettare la mia condizione umana, e le mie responsabilità da essere umano, e mi manca la volontà di sforzarmi ad affrontarle.
Sono stato in terapia da uno psichiatra specialista, e proprio l'altro giorno ci ho litigato, perchè ha urlato dicendomi di non dovergli parlare del suicidio, in quanto per lui rappresenta un problema di salute mentale e mi avrebbe mandato in un centro di recupero istantaneamente.
Gli ho risposto che quel suo cinismo non mi aiutava di certo a superare il problema e sono andato via.
Nella speranza di trovare su questa piattaforma qualcuno che possa darmi un consiglio sincero o una strada da percorrere, e in totale affidamento la ringrazio.


Caro Anonimo,
questa rubrica non può essere certamente un sostitutivo di una seduta psicoterapeutica ma un consiglio per cercare di risolvere i propri problemi esistenziali.
Già il modo di rendersi anonimo denota una insicurezza psicologica che deve essere analizzata, secondo penso che più che uno psichiatra occorra uno psicologo psicoterapeuta psicodinamico per aiutare a capire il percorso esistenziale.
Dal racconto ci sono molti punti controversi che difficilmente possono essere esauditi da una risposta, ma credeo che si possano debellare certi pensieri suicidi solo se entriamo all'interno della nostra psiche e cerchiamo di conoscere noi stessi prima di conoscere gli altri.
Tutto ciò è simile sia per etero che omosessuali poichè tutti sono esseri umani ed esistenziali.
Quindi il mio consiglio è di consultare uno specialista attinente al caso che possa farti capire e darti delle risposte.
Auguri

 

(Risponde il Dott. Puggelli Sergio)

Pubblicato in data 27/11/2012

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