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Orientamento sessuale (005891)

on . Postato in Sessualità | Letto 3 volte

Massimo, 28 anni

Sono un ragazzo di 28 anni e ho un grosso problema: non riesco ancora ad effettuare una scelta sul mio orientamento sessuale. Tre anni e mezzo fa ho avuto il mio primo approccio sessuale ed è stato con un ragazzo. In seguito a ciò sono stato travolto da un' immotivata e comunque esagerata paura di aver preso l'Hiv, ho confidato a molte persone il mio malessere, ma solo ai miei genitori ho raccontato che si trattava di un rapporto omosessuale, anche se non completo, e loro, come prevedevo, l'hanno giudicato male, come una perversione. Dall'adolescenza avevo iniziato a riconoscere la mia attrazione per i maschi, ma un po' la mia paura per le malattie, un po' l'ambiente omofobo circostante mi avevano frenato. Dopo questo evento e un mese di notti insonni e crisi di panico mi sono rivolto ad una psicologa e ho iniziato la mia psicoterapia, non ancora terminata, che prevede sedute individuali e di gruppo (gruppanalisi).
In realtà l'evento non era che la goccia che ha fatto traboccare il vaso: ho scoperto di avere una nevrosi. Ho fatto molti progressi, come afferma la mia psicoterapeuta, soprattutto nel campo dell'autonomia e nel recupero del rapporto con mio padre, che sin dall'adolescenza non era idilliaco e in seguito alla separazione dei miei, avvenuta quando avevo 20 anni, era peggiorato. Nel contempo ho iniziato a vedere in maniera più critica il mio rapporto con mia madre, anch'essa nevrotica, a cui ero prima morbosamente legato. La mia psicologa ha attribuito a questo rapporto squilibrato con le mie figure genitoriali la mia presunta omosessualità, a causa di una madre iperprotettiva e un padre assente. Ha detto sin dall'inizio che non sono gay e che lei ha in analisi persone che invece lo sono e che accettano serenamente la loro condizione, senza avere nulla contro la loro decisione. Sostiene che per provare di nuovo attrazione per l'altro sesso dovrei frequentare comitive miste, come in parte ho ripreso a fare. Nostante ciò, dopo l'inizio della terapia ho incominciato a frequentare i locali gay, ho instaurato nuove e profonde amicizie, alcune delle quali durano tuttora, con altri ragazzi gay, ho avuto altri approcci sessuali, sempre incompleti, con ragazzi con i quali volevo costruire un rapporto di coppia serio, anche se poi le mie due uniche storie d'amore sono durate circa due settimane ciascuna. Un po' per i sensi di colpa verso l'ambiente omofobo che mi circonda, un po' condizionato dalla terapia e dall'atteggiamento duro della mia psicologa verso altri ragazzi della gruppanalisi che avevano esperienze omosessuali, ho iniziato ad avere rapporti sempre più fugaci e meno duraturi, "filtrando" ciò che dovevo raccontare in terapia o a volte non parlando affatto delle mie esperienze sessuali, per non sentirmi aggredito psicologicamente e ostacolato nell'agire.
Pochi mesi dopo l'inizio della terapia sono andato a vivere lontano da casa in quanto studente universitario fuori sede, e quasi tutti i week-end torno a casa. Grazie alla lontananza dal mio paese ho avuto maggiore libertà di agire, ma da circa un anno non frequento più locali gay, perché mi sono sempre sentito lontano dai gay che li frequentano, molti dei quali frivoli ed egocentrici, e ci andavo perché erano l'unico posto dove poter abbordare ragazzi o perché volevano andarci i miei amici. Con alcuni di essi esco tutt'ora, ma sempre in luoghi eterosessuali e in gruppi misti, e trovo che essi siano persone molto sensibili e che mi vogliono bene, con i quali mi sento a mio agio perché hanno problemi e desideri simili ai miei e perché con loro posso parlare liberamente. In realtà potrei farlo anche con alcuni amici eterosessuali non omofobi, a quanto ho capito, ma ciò mi crea imbarazzo e mi provoca dolori articolari con componente psicosomatica, rossori, ecc.
A complicare le cose c'è un difetto genitaleche mi crea un certo disagio, soprattutto se sono in intimità con qualcuno. Il problema si può risolvere con un intervento chirurgico e penso di affrontarlo tra non molto. Non so se anche questo ha provocato il mio disinteresse sessuale e amoroso per le ragazze, e la grande attrazione per i bei corpi maschili, visto che non sono un adone, anche se neanche brutto. In realtà ricordo che da adolescente provavo una certa attrazione per le ragazze, mi sono più volte innamorato di alcune, ad una mi sono dichiarato, con insuccesso, e ne ho invano timidamente e vagamente corteggiato un'altra all'età di 19-20 anni. Alla fine nulla è andato in porto perché ero troppo timido e troppo preso dallo studio e da interessi più intellettivi che affettivi, da cui è nata la mia nevrosi e si è sviluppata fino ad un punto tale da rendermi difficile anche lo studio, anche se ora va meglio. Ricordo anche che al liceo molti miei compagni mi prendevano in giro chiamandomi gay per la mia introversione e i miei modi delicati, ma all'epoca non mi rispecchiavo in quell'aggettivo. Poi a 18 anni circa mi sono innamorato del mio compagno di banco e ho notato di provare attrazione per i maschi e sempre meno per le donne. La mia psicologa sostiene che mi sono adeguato all'appellativo che mi davano i miei compagni, anziché contraddirli, e che il colpo di grazia è avvenuto con la separazione dei miei, in cui ho iniziato a provare repulsione per l'idea del rapporto sessuale con una donna, perchè mi ricordava quello tra mio padre e la sua amante, che lo ha portato via di casa. Ho fatto di tutto per sentirmi diverso da lui, fino a negare il mio vero orientamento sessuale, cioè quello eterosessuale, secondo la mia psicologa.
Attualmente ho ogni tanto qualche avventura, ma non sono convinto di poter gestire una storia. Mi sento confuso mentalmente, goffo e impacciato fisicamente. Ciò che mi fa più soffrire ora è che un mio amico etero che penso abbia capito il mio problema si stia allontanando. E' sempre premuroso con me ma evita che possa chiedergli di uscire, sebbene non ho intenzione di provarci con lui, anche se mi piace. Ora sto cercando di rinforzarmi, fisicamente e psicologicamente. Aiutatemi! Grazie.

Caro Massimo la prima cosa da fare è cercare un'altro terapeuta non omofobico. L'omosessualità è una condizione e non una malattia. La tua terapeuta avrebbe dovuto lavorare con te cercando di aiutarti a capire il tuo vero orientamento sessuale e non costringerti forzatamente in un ruolo, lo hai già fatto per troppo tempo da solo. Il nostro compito primario è quello di mettere l'altro nella condizione di affidarsi. La fiducia nella relazione terapeutica è fondamentale se questa manca tutto il lavoro risulterà falsato. Continuare la terapia in queste condizioni, senza nulla togliere alle cose positive che hai ottenuto da questo lavoro, significa perdere tempo e denaro.
Per quanto riguarda il tuo amico ti suggerisco di parlargli delle tue difficoltà senza falsi pudori spiegandogli anche che in lui vedi soltanto un amico, se non sarà in grado di restarti vicino non soffrirci, non ne vale la pena, evidentemente anche lui fa parte di quella schiera di maschietti a cui l'omosessualità fa tremare i polsi. Auguri.

( risponde la dott.ssa Maria Assunta Consalvi )

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