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Disturbi psichici tra i rifugiati bosniaci

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PSICONLINE NEWS n. 74 (26.8.2001)

Ricercatori statunitensi riferiscono che quasi la metà dei rifugiati bosniaci che hanno vissuto l'esperienza della guerra nei Balcani presentano ancora oggi, dopo circa tre anni dalle prime rilevazioni, sintomi di disturbi psichiatrici. "Questi risultati rivelano il grave impatto sulla salute mentale della violenza di massa scatenata nel corso del conflitto che ha visto contrapporsi le diverse etnie delle regioni slave. In particolare, la depressione è stato il disturbo principale e più diffuso, che si è cronicizzato producendo nelle persone disabilità di vario genere e che risulta essere collegato ai frequenti episodi di morte prematura riscontrata in soggetti anziani" - dice il dr.Richard Mollica, che fa parte dell'Harvard Program Refugee Trauma ed è stato impegnato nella rilevazione dei dati sulla salute mentale della popolazione all'indomani del conflitto balcanico in un campo profughi bosniaco. Questo organismo ha successivamente seguito un certo numero di profughi che sono rimasti nell'area balcanica ed altri invece emigrati in altre nazioni europee ed in USA. Negli studi iniziali, condotti nel 1999 su un campione di circa oltre 500 rifugiati adulti, sono stati rilevati disturbi psichici associati soprattutto a reazioni depressive e disturbi post-traumatici da stress. Un'alta percentuale del campione iniziale (21,3 %) è deceduta negli ultimi tre anni e circa il 45% dei soggetti coinvolti nello studio presenta tuttora sintomi psicopatologici associati alle forme cliniche suddette; inoltre, circa il 16% del campione , che non aveva manifestato inizialmente disturbi psicologici, ha sviluppato sintomi clinici negli anni seguenti ed è stato calcolato statisticamente che i profughi con disturbi depressivi presentano un tasso di mortalità tre volte maggiore di quelli non depressi.

"Le conseguenze a lungo termine di depressione e disturbo post-traumatico da stress sullo sviluppo di malattie cardiovascolari e gli effetti negativi collegati alla elevata mortalità prematura tra soggetti anziani rappresentano un grave problema di salute pubblica" - dice Mollica - "..Questi studi tendono a sottolineare l'importanza di un intervento precoce nell'identificazione e nel trattamento di persone soggette alle esperienze traumatiche della guerra, che sviluppano principalmente reazioni di natura depressiva".

Anche Nathan Ford, rappresentante dell'organizzazione sanitaria di Medecins Sans Frontieres, ha ribadito che:" I programmi di salute mentale in questi casi dovrebbero essere considerati come un aspetto importante degli interventi di emergenza di supporto alla popolazione civile, ed è necessario poter contare sull'operato di personale locale che conosca il contesto della situazione..E' fondamentale poi entrare nell'ottica che la fine di una guerra non significa per le popolazioni colpite un immediato ritorno alla vita normale..".

 

(tratto da:"Psychiatric Disorders Still Evident in Bosnian Refugees" - The Lancet - August 17, 2001)

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