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Giro giro tondo ……..”: com’è bello il mondo!</strong

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Dott.ssa Sabrina Costantini
Psicologa, Psicoterapeuta

Il gioco, costituisce la via regia per arrivare all’inconscio del piccolo, esattamente come il sogno, costituisce la via regia per l’inconscio dell’adulto. Per comprendere i nostri bambini, dobbiamo capire il significato dei loro giochi.

Il gioco: un universo meraviglioso! Un giro tondo, intorno al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. Una porta d’accesso per questo noto mistero, che appartiene a tutti. Così misterioso eppur fondamentale, rappresenta uno spazio di puro piacere, di crescita, di socializzazione, di terapia. E’ uno spazio simbolico, dove qualcosa sta per qualcos’altro. Ed è proprio grazie a questa traslazione, che il bambino può agire nel mondo, può utilizzare sé stesso, può manipolare i propri contenuti emotivi e mentali, in modo più agevole e leggero. Rappresenta un’attività, dove il bambino mette tutto sé stesso, impegna motivazione, attenzione, concentrazione, scannerizzazione sensoriale, azione, pianificazione, pensiero, creatività, fantasia, emozione, conscio e inconscio.
Se vogliamo “stare con”, “vivere con”, “crescere con” i bambini, educarli, amarli, è necessario comprenderli fino in fondo, percorrere questa strada meravigliosa, insieme. In base ai suoi giochi infatti, trascendiamo la genericità della fase evolutiva, per arrivare all’individualità specifica di quel singolo bambino. Comprendiamo come lui e soltanto lui, vede e vive il mondo, il suo specifico mondo.
Prima di tutto il gioco rappresenta uno spazio di puro piacere. Il piccolo si diverte e prova piacere nel muovere il proprio corpo, nel sentirlo, nel sentirsi vivo, nel vedere che possiede alcune abilità, le capacità di farlo muovere come lui desidera e di riuscire a raggiungere gli obiettivi prefissatisi. Per lui è una vera scoperta e una meraviglia, verificare che ad un certo punto raggiunge una capacità, che prima gli era preclusa, come svitare un tappo, riavvitarlo, chiudere una cerniera, allacciare le scarpe, aprire la porta, lanciare la palla dove desidera, far cadere i birilli, saltare la corda, ecc. Secondariamente, costituisce uno strumento di crescita in quanto, attraverso esso si può sperimentare una serie infinita di possibilità motorie, psicomotorie, ideative, creative, ideo-motorie, ecc. Attraverso la costruzione di scenari mentali e/o concreti, si creano una serie di opportunità, di prove, di conoscenze e verifiche, su come vanno certe cose.
Il gioco, rappresenta anche un grande spazio di socializzazione, perché funziona da tramite, da ponte per gli altri, attraverso esso entra in relazione con i piccoli e i grandi. Realizzare un’idea o fantasia con qualcun altro, con l’aiuto ed il contributo di qualcun altro, permette di scoprire il piacere e la ricchezza della riuscita in quel compito, ma anche il piacere della relazione stessa, del legame che si crea e si rinsalda, della complicità di cose condivise, trasparenti e fluttuanti, ma tanto potenti da far provare soddisfazione e sicurezza. “Giocare con”, permette di allontanare il profondo senso di solitudine e incomprensione, che spesso attanaglia i piccoli. Infine, il gioco è un’attività profondamente terapeutica (B. Bettelheim, M. Klein, A. Freud), attraverso esso, il piccolo inscena nell’ambiente, i propri conflitti interni e vi trova una soluzione. Di per sé è lo strumento più ricco e articolato che il bambino possiede, lo aiuta a crescere e a trovare risposte risolutive ai nodi dolorosi. Non a caso, la psicoterapia dei bambini si avvale di questo strumento imprescindibile. I bambini infatti, sono così saggi, da curarsi spontaneamente, ogni giorno della loro vita! Entrare in questo clima emotivo, costituisce un passaggio fondamentale e ricco, per la comprensione e la crescita dei minori. Il gioco infatti, costituisce la proiezione all’esterno del proprio mondo interno. Per cui, se osserviamo quanto viene messo in scena nel gioco spontaneo, comprendiamo la visione che il bambino ha del mondo esterno, come lo struttura, quanto gli appare difficile e ingestibile. Vediamo chiaramente quali emozioni e motivazioni lo muovono, le preoccupazioni che lo assillano e i fantasmi che lo tormentano, nonché dove rintraccia le risorse interne ed esterne (sulla base della sua lettura del mondo). Tutte queste caratteristiche e qualità, rendono ragione del suo utilizzo in tutte le sue varianti, all’interno di strutture educative come nidi e scuole da una parte e in contesti terapeutici dall’altra. Ognuna di essa, lo utilizza, nel quadro di una propria programmazione e direzione specifica.
Fondamentalmente, esistono due tipi di gioco, quello libero e quello strutturato.
Il gioco libero consiste nell’attività pensata e organizzata dal bambino stesso, sotto la spinta dei suoi bisogni, desideri e difficoltà. E’ una fase ludica importante, perché costituisce uno spazio di piacere e necessità psico-sociale, una via risolutiva dei propri conflitti. Costituisce l’espressione più chiara ed esaustiva della propria individualità. Come tale, deve essere rispettato senza intrusione alcuna. Un esempio molto comune è costituito dal bambino che in momenti familiari critici, sceglie di identificarsi alternativamente con la condizione di figlio e con quella di genitore, passando dal fare finta di essere un bebè al far finta di fare l’adulto che accudisce i bambini, li accompagna a scuola, si reca a lavoro, ecc., con tutta un’infinita possibilità di variazioni, che dipendono dalla situazione, per lui specifica in quel dato momento. Allo stesso modo, può esprimere le sue difficoltà extrafamiliari (scolastiche, sociali, parentali, prestazionali, ecc.)
Il gioco strutturato invece, rappresenta uno spazio organizzato e definito in anticipo dal qualcun altro, di solito dall’adulto o comunque da una consuetudine. In questo caso l’ossatura, l’impalcatura esterna è già data, mentre il contenuto assume un significato personale specifico del bambino stesso e del suo mondo interno. Ne sono un esempio il gioco del silenzio, il gioco del cucù, mosca cieca, guardie e ladri, nascondino, i giochi del mimo, i giochi in scatola, ecc.
Sia il gioco libero che quello strutturato, possono avvalersi di oggetti vari, essere condotti da soli o in compagnia. Ma fondamentalmente, l’unico elemento essenziale, è la presenza del bambino stesso, la centralità del suo movimento psicodinamico. Questo strumento inoltre, per tutte queste caratteristiche, possiede il grande merito di fungere da ponte fra il proprio nido, ovvero la casa-famiglia ed il mondo esterno, con tutte le sue possibili varianti: la casa dei parenti, la casa di amici, i luoghi sconosciuti, il parco, l’asilo, la scuola, ecc.
In qualunque luogo si trovi, il piccolo può portare dietro il proprio bagaglio interno e la possibilità di giocare un gioco. Questo gli fornisce la grande possibilità di vivere la continuità. Gli ambienti e le persone possono cambiare, ma lui rimane sempre lo stesso e questo strumento fedele rappresentato dal gioco, va sempre con lui. In quest’ottica, le strutture deputate alla crescita e all’accompagnamento, come i nidi e le scuole materne, utilizzano il gioco non solo come spazio spontaneo di attività, ma anche come spazio strutturato e predisposto.
Il nido in particolare, che accoglie bambini da pochi mesi fino all’età di tre anni, attraverso il gioco, assolve due importanti funzioni: contribuisce alla formazione dell’’identità e funge da facilitatore per la socializzazione.
La formazione dell’identità infatti, passa per il sé corporeo. Il bambino cioè si forma un’idea di sé, di ciò che è e può fare, attraverso questa primaria esperienza corporea. In base a come i genitori si relazionano con il suo corpo, ai messaggi che mandano, a come lo trattano e lo accudiscono, si forma la sensazione di sé e di quanto gli è concesso. Pensiamo ad es. ad una madre con dei problemi emotivi significativi, pressata dalla fobia dello sporco e da rituali di pulizia, che tratta i bisogni corporali del figlio, quali cacca e pipì, come fossero grandi portatori di germi e sporcizia. Ne conseguirà una serie di procedimenti igienici, ripetuti in modo ossessivo e ansiogeno, fino all’eccesso. Il bambino, che non possiede la consapevolezza di sé e del mondo, non sa che questa condotta è disturbata, sa solo che la madre tratta con ribrezzo ed angoscia il suo corpo, perché pieno di secrezioni e di sporcizia. Di conseguenza, vivrà sé stesso come individuo non buono, non amabile, non apprezzabile, ma sporco, immondo, da pulire e nascondere. Si svilupperà un grande senso di vergogna di sé e la curiosità, che non ha spazio per esplicarsi liberamente, si perderà per strada. Pensiamo adesso, quest’influenza in positivo, alla possibilità di vivere sé ed il proprio corpo come buono, accettabile, amabile, fonte di piacere e creatività, grazie ad un’interazione gratificante con chi si prende cura di lui. Processo, che può essere attuato attraverso le quotidiane attività di pulizia, i rituali alimentari, i ritmi sonno-veglia, condotti in modo giocoso. Queste attività infatti, possono essere gestite attraverso un clima ludico, dove bambino e adulto instaurano una relazione fatta di piacevoli rimandi, ripetizioni, gesti pieni di significato ed intesa, come carezze, baci, pernacchie, risatine, frasi, suoni, gesti condivisi, ammiccamenti, ecc. Da quest’esperienza, ne consegue un senso di sé stabile ed equilibrato, perché il proprio corpo è vissuto come amabile, piacevole, fonte di relazione ed intesa, è approvato ed è un tramite della relazione emotiva, dello scambio con l’altro.
I genitori (non perfetti, ma sufficientemente equilibrati) quindi, non hanno bisogno di studiare manuali di pedagogia, strategie per un educazione migliore, hanno già tutto quello che gli occorre, sono già in possesso degli strumenti essenziali, per crescere il più serenamente possibile i propri figli. Lo strumento principe è la relazione, che si esplica nel modo più naturale e piacevole possibile. In questo spazio, ogni gesto quotidiano assume il valore di uno strumento ricco di scambio e sollecitudine. Non occorre andare chissà dove, comprare chissà cosa, fare chissà quale gesto. Stare e giocare con loro nella quotidianità, piena di consuetudini, di intoppi, di ricorrenze ed imprevisti è tutto ciò che serve. L’educatore del nido o asilo, ha il compito di mantenere e proseguire questo percorso. Attraverso tutti i momenti costituenti la ritualità quotidiana, possiede la capacità di proseguire e contribuire al processo di crescita, contemporaneamente a quanto viene svolto dalla famiglia. Si aggiunge poi, tutta quella programmazione ludica specifica dei nidi stessi. Uno dei tanti esempi può essere dato da quei giochi di sperimentazione libera del corpo, attraverso l’utilizzo di materiali vari quali l’acqua, la tempera, la carta, le stoffe, ecc. L’assoluta disponibilità di uno spazio sgombro da cose o impedimenti, di un tempo tutto suo, ma soprattutto la possibilità di utilizzare il materiale in questione con la più completa libertà, costituisce una genuina occasione di vivere il proprio corpo e le sensazioni corrispondenti, in modo piacevolmente creativo. La funzione della socializzazione inoltre, è portata avanti in modo peculiare dal nido, in quanto per sua stessa natura, costituisce un ambiente socializzato. Al bambino si offrono poche altre possibilità, di stare in un ambiente protetto e sicuro, con altri adulti e bambini che sono lì, con gli stessi scopi e funzioni. Quello che fino a quel momento era svolto da solo, con l’ingresso al nido, viene realizzato con altri coetanei, tutti con medesimi obiettivi, con stesse regole e spesso con desideri in comune. Il proprio mondo viene allargato e condiviso. Si deve accettare la limitazione indotta dalla presenza degli altri, ma si può godere della loro compagnia e dell’arricchimento che ne consegue. Non esiste più un mondo a propria disposizione e solitario, ma popolato e variegato, infinitamente più complesso e creativo.
Inizialmente, la compresenza costituisce un momento frustrante, limitante rispetto ad un mondo magico ed egocentrico. Successivamente però, questa restrizione viene ricompensata dal piacere della socializzazione e dalla soddisfazione, ottenuta per merito delle nuove acquisizioni. Nel contempo, certe regole, certe difficoltà, certe funzioni, essendo uguali per tutti, rendono il mondo più accettabile e piacevole. Non si tratta di una congiura contro di lui, ma di un fare necessario, universalmente dato, di regole valide per tutti, rispettate da tutti.
Il gioco condiviso quindi, costituisce la continuazione di questo processo di socializzazione, portato avanti con il piacere, il divertimento, la scoperta, la fantasia di stare insieme.
Pensiamo al grande ruolo assunto dal gioco di fantasia, che si traduce in un gioco reale. Grazie ad esso, si mette in atto un processo di crescita dell’identità, del pensiero, dell’emotività e della relazionalità, perché quanto viene pensato, può essere tradotto nel concreto, all’interno di confini e limiti imposti dalla realtà, ma anche arricchito dal contributo del mondo interno degli altri, grandi e piccoli.
Attraverso l’attività ludica, il piccolo comprende come funziona il mondo, come funziona lui, come funzionano gli altri e l’interazione con loro. Il genitore a casa e l’educatore al nido, assolvono l’importante compito di capire cosa esperisce il bambino, di aiutarlo a viverlo e di viverlo con lui, nel più grande godimento possibile. Insomma, giocare con i bambini, divertirsi con loro, apprezzare le loro attività, costituisce uno spazio di crescita comune, nel pieno rispetto di tutti.
Allora comprendiamo come, attraverso giochi anche molto semplici come il “cucù”, dove il lattante si copre e successivamente si scopre, si verifica una cosa meravigliosa: il bambino esiste e può controllare il mondo! Ovvero, si rende conto che il mondo rimane sempre lì fermo, immobile, immutato e l’adulto che gioca con lui sta lì ad aspettarlo, è lui che compare e scompare, nel frattempo nulla cambia o si cancella. Lui esiste e ha la capacità di far muovere le cose intorno. Verificare l’immanenza del mondo, lo aiuta a crescere con un senso di sé sicuro, a costruire una stabilità che gli permetterà di volar via nella realtà e nella fantasia, nel giusto rispetto della concretezza. Sapere che il mondo non cambia, non scompare, che l’adulto rimane lì, lo aiuta a lasciar andare il controllo, a permettersi di addormentarsi sereno, di allontanarsi da casa senza angosce, a far ingresso al nido o a scuola, senza temere l’abbandono. Eppure si tratta di un gioco tanto innocuo! Ma un gesto e una ripetizione così semplice, nascondono un significato così grande e potente, che trascende la concretezza dell’atto in sé.
Alla stessa stregua, il gioco “giro giro tondo”, svolto da bambini più grandicelli, permette di rinnovare e rafforzare quanto già appreso col gioco del cucù e simili, in un contesto socializzato, che supera la diade madre-bambino o educatore-bambino. In questo caso, la possibilità di far cadere la terra e tutti quanti con essa, permette di controllare e gestire “allegramente”, quanto rappresenta una delle angosce più importanti per lui: l’incontrollabilità del mondo, con tutti i possibili eventi intercorrenti. Infatti, una delle paure più grandi per il bambino, che si sente piccolo di fronte ad una realtà enorme ed incontrollata, risiede proprio nel trovarsi alla completa mercé di un qualsiasi evento sconosciuto e spaventoso. Si sente esile e impotente, uno “gnomo” di fronte ad un “gigante”. Allora pensiamo al piacere, alla meraviglia e alla forza che può dare, trovare uno spazio simbolico che permetta di gestire e tollerare questa grande ansia. Pensiamo anche all’importanza del potervi giocare con altri coetanei e adulti, che “stanno al gioco”, confermando il “come se”. Gli adulti sanno perfettamente che il bambino non ha questo potere, ma fanno “come se” potesse farlo, gli concedono l’opportunità di stare in questo “spazio transizionale” (Winnicott), intermedio fra la realtà e la fantasia. La fantasia infatti, gli permette di pensare di avere il potere ed il controllo su questo mondo interno, che si riversa nella sicurezza di sé, espressa nel momento del dispiegarsi nel mondo esterno.
Girando in tondo al ritmo di una canzoncina, tenendosi per mano ai compagni, si crea questo rito magico, questo spazio di convinzione condivisa, dove si stabilisce di far cadere la terra, il mondo e tutti quanti e questo non crea tragedie, ma un piacere generale. Il bambino sa bene che nella realtà non è veramente così, ma l’opportunità di vivere un lasso di tempo in cui finge che sia possibile, alleggerisce la sua ansia, l’impotenza e alimenta il senso del possibile, ancor di più, se accettato e recitato da altri.
L’opportunità di gestire tutto questo attraverso il gioco, attraverso uno strumento suo e tutto suo, rende il mondo veramente bello, perché lo rende affrontabile e pieno di risorse. In questo modo, il mondo è veramente splendido, ricco di scrigni magici, di parole fatate, di pietre preziose che giungono in soccorso, nei momenti difficili.
Il bambino che cresce bene, con il pieno potere di questo spazio incantato, diventerà un adulto capace e stabile, abile nel realizzare il proprio mondo transizionale nella realtà, in modo piacevole, concreto e produttivo. L’adulto che da bambino ha potuto godere di questo grande strumento, continuerà a saper giocare anche da grande, con lo stesso divertimento e la stessa serietà, impiegante nelle altre attività quotidiane.
Questo filo conduttore, accompagnerà il piccolo nel suo percorso di crescita, fino a fargli dispiegare le ali, nel “mondo meraviglioso”.
Ciò non significa che la crescita e la vita futura, saranno privi di dolori, paure o sofferenze, ma che il mondo è meraviglioso proprio perché nulla lo annullerà, lo spezzerà, neanche il dolore più atroce o l’orco più spaventoso. La fantasia, la creatività, la relazione, le proprie potenzialità, permetteranno sempre, di trovare una soluzione, di saziare la morsa del dolore, di riempire uno spazio vuoto.
Non ci sarà più solitudine e incomprensione, ma un’apertura alla vita, nella speranza e fiducia. Si rinnoverà un legame significativo fra il bambino e l’adulto, fra il bambino ed il bambino, fra il bambino che siamo stati e l’adulto che siamo, fra il bambino che siamo stati e l’anziano che saremo...
Sarà dunque tempo di un incontro! Un giro tondo, intorno a tutte le nostre tappe di vita.


BIBLIOGRAFIA

Bettelheim B. (1997). Un genitore quasi perfetto. Milano, Feltrinelli.

Freud A. (1987). L’aiuto al bambino malato. Torino, Bollati Boringhieri.

Freud. A. (1986). Conferenze per insegnanti e genitori. Torino, Bollati Boringhieri.

Klein M. (2006). Scritti 1921-1950. Torino, Bollati Boringhieri.

Winnicott D. (1974). Gioco e realtà. Roma, Arnaldo.

Winnicott D. (1974). Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo. Roma, Arnaldo.


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