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Iperattività: le guerre ideologiche non giovano

on . Postato in News di psicologia

Le scuole americane non potranno più imporre agli studenti “difficili” terapie farmacologiche come condizione per essere ammessi alle lezioni: lo dice una recente disposizione legislativa. Questo emendamento ha segnato un punto a favore della guerra in corso fra fautori del Ritalin e nemici della psichiatria. Fra queste due trincee, le famiglie dei bambini con disturbi dell’attenzione e iperattività attendono ancora risposte ai loro problemi.

Il disturbo dell’attenzione e iperattività, noto con la sigla ADHD, è una patologia comportamentale infantile caratterizzata da difficoltà di concentrazione, irrequietezza, irritabilità e continua agitazione motoria. Molto si è detto, a volte a sproposito, sulle cause di questo disturbo, che negli anni è stato alternativamente imputato a cause congenite, patologie relazionali, allergie, disfunzioni del rapporto madre-figlio, anomalie neurologiche. Spesso madri e padri si sono sentiti colpevolizzare per il comportamento dei loro bambini, a volte letto con superficialità come semplicemente da bambino “viziato”, e la componente morale e giudicante di chi conosce questo problema solo dall’esterno è pesata sulle vite e l’autostima dei genitori. Ma come sa chi ha questo problema in famiglia ma ha più di un figlio, esiste una differenza che rende questi bambini agitati anche a prescindere dal modo in cui vengono educati o trattati.

L’accumularsi di osservazioni e studi ha permesso di cominciare a inserire qualche tessera del puzzle che compone l’enigma ADHD; questi bambini non solo hanno una reattività elevata, ma reagiscono in modo paradossale e caratteristico a determinate sostanze psicoattive (stimolanti e psicofarmaci). Insomma c’è una base organica che spiega il loro comportamento; e anche se questo non significa ancora aver chiarito le cause primarie, dà spazio alle ipotesi di terapia che negli anni sono state sperimentate, fra entusiasmi e polemiche, su questi bambini. L’approccio attuale consiste nell’affiancare a una terapia farmacologica il sostegno psicologico per il bambino e la famiglia, per aiutare entrambi a gestire le specifiche difficoltà create dalla loro condizione.


Tratto da: Yahoo! Salute, continua la lettura nell'articolo

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