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La forza antidolorifica della psiche

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on . Postato in News di psicologia | Letto 256 volte

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«La speranza di una persona di poter ricevere una terapia specifica per il suo disturbo, insieme alla suggestionabilità, sono due strumenti capaci determinare un effetto biochimico importante, e migliorare sintomi psichiatrici come l’ansia e la depressione», sostiene il professor Enrico Smeraldi, direttore della Clinica Psichiatrica dell’Università di Milano Istituto San Raffaele. «Le personalità dipendenti sono quelle che più delle altre appaiono beneficiare dei trattamenti farmacologici, ma anche del placebo».

In uno studio clinico si utilizza come unità di misura dell’efficacia il punteggio data dalle scale psicometriche. Si tratta di test che presentano punteggi a seconda del grado di malattia. Quando si voglia indagare l’efficacia di un farmaco, confrontato con un placebo, gli sperimentatori si pongono un obiettivo, ossia quello di ottenere un punteggio nella medesima scala che corrisponde ad una diminuzione dei sintomi. Per esempio: si prende un tot di persone che hanno +28 nella scala di Hamilton e si definisce che il farmaco agisce se è in grado di diminuire la percezione dei sintomi in modo che il punteggio non superi i +14. Questa è un’azione che può ottenere il placebo, ma ciò che non può fare è ottenere la guarigione biologica, che corrisponderebbe, diciamo ad un punteggio pari a +5.

Questo spiegherebbe anche la potente azione dei placebo sul dolore, confermando un’azione analgesica molto spiccata: «Il dolore non solo è un elemento soggettivo ma è noto che ad una componente biologica che corrisponde al semplice stimolo nervoso si somma una componente psicologica. L’effetto placebo quindi agisce su quest’ultima», conclude il professor Smeraldi.

Già da molti anni sono state raccolte le evidenze del potere antidolorifico del placebo, capace di determinare una riduzione del dolore clinico nel 36% dei casi con un potere analogo a quello di molti farmaci. L’azione dell’effetto placebo è particolarmente significativa in condizioni come i dolori postoperatori, il dolore dentario e successivo ad estrazioni, i dolori da ulcera, le cefalee, i dolori muscolari, da parto e alcuni tipi di dolore da cancro. Ma è in grado di influenzare effetti fisiologici misurabili come la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa. Il dolore clinico inoltre è maggiormente sensibile al placebo rispetto al dolore sperimentale.

Nonostante tutte le prove della sua esistenza e della sua efficacia non è ancora possibile definire se ci si trovi di fronte ad un condizionamento o ad una potente suggestione.

Articolo interamente tratto da:”La Repubblica” del 14.11.2002

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