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La musica ha effetti potenti (e visibili) sul cervello

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Non importa se si tratta di Bach, dei Beatles o Bruno Mars: la musica innesca una simile attività cerebrale. Questo è uno dei dati emersi in una ricerca sugli effetti della musica sul cervello, condotta da Jonathan Burdette, neuroradiologo al Wake Forest Baptist Medical Center.

Musica

Il nostro cervello ha una reazione quando ci piace o non ci piace qualcosa, compresa la musica.

Procedendo a piccoli passi, i ricercatori sono stati in grado di osservare come ciò che “disprezziamo” sia diverso da ciò che ci piace e, soprattutto, da ciò che preferiamo.

Per studiare come le preferenze musicali potrebbero influenzare la connettività funzionale del cervello, ossia le interazioni tra aree cerebrali separate, Burdette e i suoi colleghi ricercatori hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI), uno strumento che permette di raffigurare l’attività cerebrale rilevando i cambiamenti nel flusso sanguigno.

Sono state effettuate delle scansioni di 21 persone mentre ascoltavano musica che avevano riferito di gradire o non gradire tra cinque generi (classica, country, rap, rock e opera cinese) e una canzone che avevano in precedenza indicato come la loro preferita.

Le scansioni fMRI hanno mostrato come siano le preferenze degli ascoltatori, non il tipo di musica ascoltata, ad avere un maggiore impatto sulla connettività cerebrale, soprattutto su un circuito noto per essere coinvolto nel pensiero internamente focalizzato, nell’empatia e nell’autoconsapevolezza. Questo circuito, chiamato “Default Mode Network”, era poco attivo quando i partecipanti ascoltavano musica non gradita, più attivo quando si ascoltava musica piacevole e maggiormente attivo quando i soggetti ascoltavano la loro canzone preferita.

I ricercatori hanno anche scoperto che l’ascolto di canzoni preferite altera la connettività tra aree cerebrali uditive e una regione del cervello coinvolta nella memoria e nel consolidamento dell’emozione sociale.

Dal momento che le preferenze musicali si configurano come fenomeni individuali e la complessità acustica della musica può variare così come la presenza (o l’assenza) del testo, la coerenza di questi risultati è stata inaspettata. Tali risultati, infatti, possono spiegare perché molti individui sperimentano stati emotivi e mentali simili pur ascoltando musica differente. Ciò che non ha sorpreso i ricercatori, era la maggiore attivazione della connettività cerebrale tra i partecipanti che ascoltavano i loro brani preferiti.

Come spiega Burdette, probabilmente ci sono alcune caratteristiche della musica che ci fanno sentire in un certo modo, ma è la nostra esperienza con questa che è ancora più importante: le nostre associazioni con un certo tipo di musica coinvolgono differenti aree cerebrali. Inoltre, in alcuni casi, potrebbe non piacerci la canzone in sé, ma i ricordi o le sensazioni associate ad essa.

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In altri progetti di ricerca, Burdette e i suoi colleghi della Scuola di Medicina dell’Università del North Carolina, hanno scoperto, ad esempio, che i direttori d’orchestra hanno una maggiore probabilità di utilizzare e combinare adeguatamente tra loro gli stimoli uditivi e visivi, rispetto a persone senza una formazione musicale.

Inoltre, altri risultati suggeriscono che l’attività nelle aree cerebrali associate alla vista diminuisce durante le attività che implicano l’ascolto e che i vari livelli di complessità nella musica, possono avere effetti diversi sulla connettività funzionale del cervello.

La musica ha ricoperto un ruolo fondamentale nella vita del Dottor Burdette, tanto che è stata l’oggetto di numerosi suoi studi. Per il ricercatore, infatti, la musica non è in grado di curare qualsiasi cosa, ma sicuramente può svolgere un ruolo terapeutico.

Burdette ha osservato, infatti,  che in paesi come la Germania, la musicoterapia è comunemente una parte integrante del processo di riabilitazione delle persone che hanno subito un ictus, una chirurgia cerebrale o lesioni cerebrali traumatiche.

 

Tratto da : sciencedaily

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Rubina Auricchio)

 

 

 

 


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Tags: connessioni cerebrali musica

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