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Perché odiamo dire addio?

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on . Postato in News di psicologia | Letto 1780 volte

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Ogni "addio" è un passo nel percorso verso "l’addio". (Non posso dirti addio, nemmeno in una lettera. Ho sempre fatto un inchino imbarazzante - John Keats, da una lettera a Charles Brown; 1820).

addioUn mio amico odia gli addii e lo dice quando è il momento di separarsi.

Desideroso di dissipare l'imbarazzo che sembra crescere man mano che gli addii si prolungano, a voltevengono dati quasi frettolosamente. Cosa possono dirci di noi i nostri sentimenti riguardo il dover andare via?

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La nostra avversione per gli addii è un promemoria della nostra incommensurabile dipendenza reciproca. Un sé individuale non può nascere, né tanto meno sopportare, di non riconoscere gli altri. Dipendiamo dagli altri non solo per nutrire un nostro bisogno materiale, ma per sostenere la nostra ‘persona immateriale’.

Il riconoscimento è essenziale per il sé come il nutrirsi lo è per il corpo. Che gli esseri umani siano animali sociali, non è un qualcosa da sottovalutare. Siamo esistenzialmente interdipendenti: corpo e anima.

“Privaci del contatto umano e iniziamo a disintegrarci. Ecco perché l'isolamento è una tortura”; ha commentato Robert W. Fuller, presidente dell’Oberlin College ed autore dell’articolo.

“La malnutrizione paralizza un bambino. Allo stesso modo, la malrecognizione - una dieta di indegnità - deforma la psiche. L'indignazione cronica semina l'indignazione. Rivolta verso noi stessi, l'indignazione ci fa ammalare. Rivolta verso l'esterno, esplode in un vero e proprio massacro ed in altri atti di violenza.

Emily Dickinson ha scritto:

Io non sono nessuno! Tu chi sei?
Anche tu sei nessuno?
Poi ci sono un paio di noi - non dirlo!
Ci bandirebbero, sai.

Emily sapeva che ciò che si frappone tra noi e l'esilio è l'affiliazione. L'autonomia è un mito e la sua esposizione come tale ha implicazioni politiche che stiamo solo ora iniziando a comprendere.

Avete notato che i vecchi raccontano sempre le stesse storie? Stanno disperatamente cercando di puntellare identità che, a causa di una scarsità di riconoscimento, stanno crollando. Dicendoci le loro storie, stanno allontanando la disintegrazione di sé, un giorno alla volta. Non si può davvero biasimarli - la loro lotta è al tempo stesso eroica e tragica. Che voi abbiate sentito tutto prima è una misura del loro bisogno di ripetersi. Un giorno, anche voi potreste aver bisogno di un orecchio comprensivo per compensare le carenze di riconoscimento che affliggono la vecchiaia.

<<Vicino! Stai vicino a me, Starbuck; fammi guardare in un occhio umano; è meglio che guardare il mare o il cielo; meglio che guardare Dio... questo è il vetro magico...>>

Così parlò il Capitano Achab in Moby Dick di Melville. Senza quel "vetro magico", cessiamo gradualmente di essere. Vedo che tu mi vedi ed io esisto. Vedo che vedi me, che ci vediamo e che esistiamo. La reciproca ricognizione è la colla che ci tiene insieme, non solo come amici, ma come sé individuali. Nel co-creare e scambiare una tormenta di segnali, verbali e non verbali, stiamo rinforzando le sinapsi che formano le reti neurali che codificano il nostro stesso io.

Gli addii sono i preludi acuti agli incassi ed ai ritiri che privano la nostra psiche del sostentamento di cui hanno bisogno per mantenere la nostra identità. In quanto tale, ogni addio è una premonizione della disintegrazione, un'anticipazione della morte, un altro passo sulla via per "l’addio".

Non c'è da stupirsi se non ci piacciano gli addii.


Tratto da Psychology Today

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Emanuela Torrente)

 


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Tags: news di psicologia addio

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