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Psicofarmaci ai bambini..ne hanno davvero bisogno?

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Ci sono pediatri che premono perché «la pillola della felicità» sia approvata anche in Italia. Ma una nuova ricerca fa il punto sugli anti-depressivi da zero a 18 anni. Le prescrizioni aumentano, soprattutto per un uso saltuario. I ragazzini che ne hanno davvero bisogno e li prendono per terapie prolungate sono però pochi: uno o due su mille. La notizia ha suscitato il solito dibattito tra i fautori della natura biologica di ogni problema psichico, depressione compresa, e gli altri. Ma in questo caso lo scontro è stato ancor più acceso perché si parlava di piccoli depressi. Davvero una pastiglietta basta a garantire ciò che sta a cuore a ogni genitore, ossia la felicità del proprio figlio? E davvero intervenire sulla biochimica cerebrale basta a ristabilire un equilibrio interiore e a cancellare quel senso di inadeguatezza che toglie la gioia di vivere? Quesiti per i quali non ci sono risposte. Per ora l'unica cosa certa è che si tratta di una buona mossa strategica. È quella dell'azienda produttrice del Prozac, la Eli Lilly, che con due ricerche ha portato l'Fda a dare il via libero all'uso dell'antidepressivo, in commercio dal 1987, anche in bambini dai 7 anni in su.

In base ai due studi, piuttosto discutibili dal punto di vista metodologico, i cui referenti scientifici sono consulenti della stessa Eli Lilly, su 103 ragazzini da 7 a 17 anni il primo e su 197 il secondo, si è giunti in Usa alla decisione di estendere la cultura del farmaco per medicalizzare stati di sofferenza psicologica o emotiva anche nei piccoli. Quali i criteri usati per la diagnosi nei due studi? Secondo quali schemi sono stati inseriti i bambini?

Depressione è una parola-contenitore di infinite modulazioni dell'animo, comprende ogni sorta di sfumatura di turbe più o meno gravi, e si manifesta in forme diverse a seconda dell'età. I risultati delle due ricerche dicono che il farmaco è stato efficace nel 53 per cento dei casi, contro il 41 del placebo (...).

È vero che la depressione, come dicono le statistiche del Mental health institute americano, sta dilagando tra piccoli e grandi? Negli Usa colpirebbe il 2,5 per cento della popolazione in età evolutiva e l'8,3 per cento degli adolescenti. «Siamo di fronte a un nuovo fenomeno sociale o questo è il frutto di un'intuizione economica: l'industria amplia il mercato e crea il bisogno?» si chiede Lawrence Diller, pediatra comportamentale americano e uno dei primi a rendersi conto dell'abuso di psicofarmaci nei bambini.

«Cinque milioni quelli che in Usa ne prendono almeno uno: dal '95 al '99 il consumo di rimedi simili al Prozac è cresciuto del 73 per cento». Lawrence ha denunciato fra l'altro nel '98 con il libro Running on Ritalin l'altra epidemia, il deficit di attenzione e iperattività o Adhd, che ha fatto crescere oltreoceano del 730 per cento, dal ‘92 al 2000, la produzione del Ritalin, lo psicofarmaco amfetaminosimile capace di placare bambini irrequieti, disattenti e impulsivi.

In Italia? Certi neuropsichiatri infantili, pediatri e farmacologi premono perché lo stesso provvedimento americano venga preso anche da noi e per convincere ipotizzano (esagerando) percentuali di depressi che vanno dall'1-2 per cento degli scolari al 4-5 degli adolescenti.

Come stanno davvero le cose lo si evince dall'analisi delle prescrizioni di psicofarmaci in una vasta popolazione pediatrica: 614.452 bambini e adolescenti fra 0 e 18 anni monitorati a partire dal 1997 cui partecipano 27 asl.

Utilizzando la banca dati costruita e gestita dal Cineca, i ricercatori dell'Istituto Mario Negri hanno rilevato come solo nel 2000, secondo dati riferiti alle ricette di quattro regioni (Veneto, Liguria, Toscana, Piemonte), quelli trattati con antidepressivi, più numerosi nella fascia di età tra 14-18 anni, sono stati l'1,7 per mille, ossia 1.064. Su scala nazionale si arriva a 20 mila. I veri depressi poche decine.

«Anno per anno il ricorso in età pediatrica aumenta, ma l'uso è prevalentemente occasionale e si esaurisce con due o tre cicli di trattamento. Ciò fa supporre che non ci sia una diagnosi vera di depressione, ma sia piuttosto una terapia di prova per problemi comportamentali non ben definiti.

Per due terzi le prescrizioni sono infatti saltuarie e solo negli altri casi prolungate e ripetute nel tempo, basate quindi su una diagnosi di depressione seria.

Il bisogno vero è di nicchia e le percentuali di bambini con forme depressive si aggirano sull'1-2 per mille più che per cento» spiega Bonati, coordinatore della ricerca. «Gli psicofarmaci usati sono della stessa famiglia del Prozac, ossia i cosiddetti Ssri, o inibitori della ricaptazione della serotonina. Quasi tutti “off label”, ossia non sperimentati sui bambini, e quindi al di fuori di indicazioni documentate di efficacia e sicurezza».

Quali i rischi nel lungo termine di un intervento farmacologico che modifica la biochimica cerebrale? Nei due studi con il Prozac i piccoli pazienti sono stati seguiti solo per 19 settimane e gli effetti collaterali evidenziati sono stati un rallentamento nella crescita e un calo di peso. Secondo esperti autorevoli, farmaci come il Prozac provocano nel cervello modificazioni biologiche di cui oggi non si conoscono i rischi (...).

Se non è semplice diagnosticare una sindrome depressiva in un ragazzo, definendone le cause, quasi sempre ambientali e non organiche, ancor più difficile è cogliere sintomi depressivi in un bambino interpretando le manifestazioni dei suoi sentimenti.

La diagnosi si basa per forza sull'osservazione dei comportamenti. «Un percorso diagnostico rigoroso deve prevedere osservazioni ripetute nel tempo anche da più persone, condivise con la famiglia e l'ambiente naturale del bambino, con chi ne conosce a fondo l'emotività
(...).«Ma i bambini sono oggi sempre meno ascoltati, interpretati e sempre più sottoposti a un giudizio che si basa su efficienza e produttività scolastica» osserva Borgna. «Un'impazienza collettiva che trova nel farmaco una risposta alla fretta e all'indifferenza (a tavola si guarda la tv e non si parla) dei genitori: tanto c'è la pillola che corregge i comportamenti. È anche un modo per sentirsi deresponsabilizzati, innocenti.

La prescrizione farmacologica, è vero, modifica, ma in modo peggiorativo, spegnendo le spinte creative che portano a quella riflessione e introspezione che aiutano a crescere».
(...) «Il problema è che oggi dalla pillola, rimedio facile e rapido, si attende una guarigione magica. Ma questo “anestetico”, a volte utile o addirittura insostituibile, può travalicare la necessità che conduce al suo impiego. Il farmaco va integrato con la psicoterapia, basata sul potere espressivo delle parole, del racconto e dell'ascolto. E questo vale soprattutto per i bambini» conclude Nielsen.

Articolo tratto da: Panorama Scienza e Salute del 31.1.2003 - autrice: Gianna Milano

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