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Psicologi a scuola

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Giovanni non sa leggere? Il problema della diagnosi

dislessiaLa scorsa settimana ho avviato un approfondimento sui D.S.A. con l’intento di cominciare a ragionare intorno a un’importante tematica che attraversa il mondo della scuola ma anche tante famiglie, per allargare la conoscenza nei confronti di tale tematica anche per i non addetti ai lavori, che tuttavia quotidianamente sono in contatto con tale problematica.

Il primo problema da affrontare è quello di una diagnosi certa, giacché “Troppi bambini sono considerati dislessici ma hanno solo disturbi comuni”.

È questo l’allarme lanciato infatti dall’Istituto di Ortofonologia (IdO) di Roma nel 2011 quando in occasione della conferenza stampa sul tema “La Scuola dell’obbligo ed i Disturbi specifici dell’apprendimento”, il direttore dell’Ido, Federico Bianchi di Castelbianco, ha presentato i risultati di un’indagine condotta in numerose scuole materne ed elementari per individuare i bambini a rischio di D.S.A. sottolineando che una percentuale elevata di bambini è stata erroneamente indicata a rischio D.S.A.

Del resto la Consensus Conference (2011)   sottolinea che la  principale caratteristica di definizione di questa “categoria nosografia”, è quella della “specificità”, intesa come un disturbo che interessa uno specifico dominio di abilità in modo significativo ma circoscritto, lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale. In questa prospettiva il criterio necessario per stabilire la diagnosi di D.S.A.  è quello della “discrepanza” tra abilità nel dominio specifico interessato (deficitaria in rapporto alle attese per l’età e/o la classe frequentata) e l’intelligenza generale (adeguata per l’età cronologica).

Per effettuare una diagnosi di D.S.A. è quindi necessario che si utilizzino  test standardizzati e questo per due ordini di motivi: per misurare l’intelligenza generale ma anche l’abilità specifica. Vanno inoltre escluse altre condizioni che potrebbero influenzare i risultati di questi test, come le menomazioni sensoriali e neurologiche gravi, o significativi disturbi della sfera emotiva. Anche situazioni ambientali di svantaggio socio-culturale possono interferire con un’adeguata istruzione delle quali si dovrà tener conto prima di effettuare una diagnosi certa di D.S.A..

In particolare, in presenza di situazioni etnico-culturali derivanti da immigrazione o adozione, bisogna stare particolarmente attenti, per evitare il rischio sia dei falsi positivi (soggetti a cui viene erroneamente diagnosticato un DSA), sia dei falsi negativi (soggetti ai quali, in virtù della loro condizione etnico-culturale, non viene diagnosticato un DSA).

In definitiva i criteri certi, riconosciuti a livello internazionale, sono:

  1. la compromissione dell’abilità specifica deve essere significativa, cioè inferiore a -2ds dai valori normativi attesi per l’età o la classe frequentata;
  2. il livello intellettivo deve essere nei limiti di norma, cioè il bambino deve riportare un QI non inferiore a -1ds (equivalente a un valore di 85) rispetto ai valori medi attesi per l’età.

Altri criteri utili per la definizione dei DSA sono:

  • Il carattere “evolutivo” di questi disturbi, dove per evolutivo si intende, non solo specifico dell’età evolutiva, quindi un termine cronologico, ma che evolve, e quindi si modifica nel tempo, dando perciò al termine, una connotazione anche di tipo qualitativo.
  • L’associazione frequente con altri disturbi (definita in termini “tecnici” comorbilità).
  • L’impatto negativo sull’adattamento scolastico e/o per le attività della vita quotidiana.
  • L’origine neurobiologica di tali disturbi, giacché le neuroscienze, hanno dimostrato che i disturbi funzionali sono sottesi da “una qualche “disfunzione” neurobiologica, che ci obbliga ad una conoscenza maggiore delle architetture del sistema stesso”.

La SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza) come ha inoltre sottolineato che proprio i DSA hanno contribuito a dare slancio alla ricerca e imposto rivisitazioni pedagogiche che hanno ricadute anche nel  mondo della scuola, promuovendo adattamenti sociali e giuridici, come la legge 170/2010.

In questa prospettiva i neuropsichiatri delle SINPIA avvertono: “per tutti questi motivi risultano indispensabili alcuni sforzi teorici con ricadute sul piano operativo. L’assunzione di un modello multicomponenziale, sulla scorta delle ultime ricerche, che individuano tre grandi categorie di possibili cause, con deficit a livello linguistico, percettivo ed attentivo, suggerisce l’opportunità di protocolli mirati e multimodali, che confermano ulteriormente la componente multidisciplinare della valutazione diagnostica”.

La riflessione continua la prossima settimana …

 

 

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