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Psicologi a scuola

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L’inclusione possibile: Tra il dire e il fare … c’è di mezzo la disABILITÀ

tra il dire e il fare disabilitaIn casa di Alessandro non ci sono specchi.
La madre li ha tolti molti anni fa perché non si potesse specchiare,
non potesse vedere che “..è handicappato..”, “..è diventato brutto..”.
[…] ...la sua condizione umana potrebbe essere emblematicamente
sintetizzata in una parola; egli è l’inatteso...
da La casa senza specchi1
 di Montobbio & Grandona (1994)

In occasione della Giornata mondiale delle persone con disabilità, svoltasi il 3 dicembre, vorrei avviare una riflessione su tale condizione. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affermato che “la capacità di rispondere ai bisogni delle persone con disabilità è il metro attraverso cui si misura la nostra convivenza civile”. Egli sottolinea che “tanti passi avanti sono stati compiuti nella legislazione e nell'organizzazione sociale. Una maggiore sensibilità culturale si è sviluppata attorno al valore positivo delle diversità e alla necessità di rimuovere barriere - anche occulte - che condizionano ed escludono. Ma purtroppo tanti ostacoli devono ancora essere abbattuti: nella vita quotidiana, nelle strutture economiche e sociali, nei pregiudizi di chi si sottrae ai doveri di solidarietà”, esortando le istituzioni affinché “l'inclusione diventi realtà”2 .

I diversi post successivi, indissolubilmente legati, verrà inizialmente tratteggiato un quadro d’insieme, sul percorso che accompagna le famiglie dalla notizia che il proprio figlio avrà una disabilità, fino all’età adolescenziale, comprendo così l’intero arco di frequenza scolastica. Verranno considerate le emozioni e i risvolti psicologici che pervadono la vita di circa tre milioni di famiglie italiane, per fornire successivamente informazioni, chiarimenti operativi, con tanto di i riferimenti normativi per capire “chi fa … che cosa …” quando si entra a scuola. Primo passo per favorire l’inclusione di alunni con difficoltà a scuola è infatti l’informazione. Non parlerò quindi solo di disabilità in senso stretto ma anche di tutte quelle difficoltà che spesso assumono la forma di “sigle” che all’atto della comunicazione spesso risultano incomprensibili ai genitori. Fornirò una sorta di glossario, “Le parole per dirlo”, nel quale indicherò il significato degli acronimi più spesso utilizzati come DA, DF, PEI, PDF, ICF, BES, DSA, FIL, ADHD, MS, PDP … per cercare di fare un po’ di chiarezza.. Ovviamente non pretendo di esaurire una tematica tanto vasta  e rimando ad altre sedi e ai riferimenti bibliografici per approfondimenti.

La necessità di fornire una bussola nelle opportunità che la scuola offre (o dovrebbe offrire) partono dalla mia esperienza da insegnante ma soprattutto da terapeuta che spesso, nelle stanze della clinica, si trova a dover fronteggiare posizioni di famiglie che hanno difficoltà ad accettare le difficoltà del proprio bambino in quanto  la difficoltà o il deficit viene vissuta dal genitore come uno smacco o, come la definisce Winnicott3,  una ferita narcisistica, spesso inaccettabile.

La prospettiva della famiglia

La notizia scomoda
Angoscia, sgomento, solitudine, sono le emozioni che più frequentemente  riferiscono i genitori quando raccontano cosa hanno provato quando hanno appreso la notizia che il proprio figlio avrebbe avuto delle difficoltà.  A tale notizia, infatti immancabilmente segue una modifica dell’immagine interna che la coppia genitoriale (ma soprattutto la madre) si erano costruiti intorno al proprio bambino, su cui avevano proiettato aspetti di sé, desideri e aspettative. Scrive a tal proposito Valeria Lucesoli:  “è la fase in cui muore il mito del bambino perfetto, tanto sognato durante la gravidanza. Quando lo shock è troppo grande e non si riesce a gestirlo, subentra il rifiuto della disabilità e del bambino in quanto diversamente abile, caratterizzato da una reazione di negazione all’evento. La negazione esprime il bisogno della famiglia di difendersi dallo shock”. La percezione è quella di aspettare “un figlio non riparabile”.

Così Maria racconta come si è sentita quando insieme al marito ha scoperto che il proprio bambino avrebbe avuto delle difficoltà:

Maria: «Un treno sbagliato, un aereo sbagliato, una destinazione imprevista, pensavi di avere le valigie con gli strumenti giusti e un biglietto con una meta stabilita, ma ti ritrovi in un Paese sconosciuto, senza qualcuno che ti spieghi cosa occorre, che ti guidi in un percorso nuovo, inaspettato»4.

La ferita narcisitica spesso provoca rabbia (perché proprio a me?) ma anche preoccupazione per il “dopo di noi”, cioè a chi affidare nel futuro il bambino diversamente abile, magari finendo per adultizzare o affidare il ruolo di riscatto familiare ad un inconsapevole  fratello o sorella.

Intanto il tempo passa … ma resta fermo! Vi è una sorta di tempo immobile, sospeso, sembra che tutta la famiglia si sia fermata attorno all’evento inaspettato della nascita di un figlio con delle difficoltà. […] È un tempo concentrato sulla quotidianità … […] La maternità e la paternità in una famiglia con disabilità è eterna, richiede maggiori energie nel tempo e quando ci si aspetta che il figlio si avvii verso una propria emancipazione, diventa invece un vincolo per tutta la famiglia.5

Non mi resta altro che augurarvi buona lettura e fare a tutti i miei lettori gli auguri di Buon Natale.

La riflessione continua nel prossimo post…

 


1. Montobbio, E. & Grondona, M. (1987). La casa senza specchi. Torino: Omega.

2. Mattarella, S. (2016). Discorso per la Giornata Mondiale della disabilità. II edizione Forum MED-Rome Mediterranean Dialogues. Roma: Quirinale 3 dicembre.

3. Winnicott D. (1967) Gioco e realtà. Roma: Armando editore, 2005.

4. Locatelli, M. (2010). Una destinazione imprevista. Documentario. Milano: Produzione Officina film e l’Abilità onlus.

5. Lucesoli, V. (2014). La nascita di un figlio diversamente abile: sospesi tra il tempo che passa e il tempo che si ferma. In www.valerialucesoli.it

 

 

 

I sogni di Wendy
Quando gli psicologi si sentono impotenti
 

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