Migrazioni ed emozioni Il vissuto dellimmigrato[1]

La peripecia de la propia emigración, puede haber modificado las condiciones de vida

de las mujeres proponiendo nuevos desafíos y variadas respuestas.

Algunas cambiaron profundamente, otras incorporaron las nuevas costumbres de mayor autonomía

 sin perder las que traían.  Y también hubo quienes sólo se mudaron, reproduciendo el mundo dejado.

 (I. Mansione & L. Zuntini)

Riprendo il discorso del post precedente considerando che un immigrato/a che lascia il suo paese per trovare condizioni di vita più accettabili altrove, cerca di integrarsi nel nuovo contesto,  tuttavia spesso  va in crisi perché non riesce ad elaborare la perdita della sua identità culturale (se prevalgono le spinte ad integrarsi nella nuova realtà) o deve costruire una nuova identità personale.

Talvolta è costretto a scappare da realtà di guerra spaventose, parte dalla terra natia non perché vuole ma perché DEVE e si trova infatti a vivere in un ambiente completamente diverso, per cui ha la necessità di ancorare la ricerca e la definizione della propria specificità, in un contesto non sempre “ospitale” che spesso, per indifferenza e/o disinformazione, tende a trincerarsi dietro comportamenti di chiusura e superiorità, che in realtà mascherano  dinamiche di difesa delle proprie identità etnico culturali. Non bisogna, infatti, tralasciare la natura asimmetrica delle relazioni all’interno del contesto sociale. La definizione di sé in quanto appartenente a questa o quella etnia e le modalità attraverso cui le persone esaltano a nascondono la propria appartenenza etnica vanno considerate come forze oggettive e soggettive che agiscono per indirizzare strategie di mobilità (identificazione con la cultura ospitante) o di cambiamento sociale (identificazione con il proprio gruppo etnico) [2]:

§  Forze oggettive: quelle condizioni che non possono essere modificate, come la diversità culturale, la disparità economica. La condizione di svantaggio delle minoranze etniche nelle società occidentali pone a tali soggetti la necessità di attivare strategie per mantenere positiva la stima di sé. Infatti, la tendenza a comprendere ed apprezzare la propria etnicità costituisce un fattore protettivo (Phinney, 1990)[3]

§   Forze soggettive: connesse al vissuto personale dei soggetti che possono enfatizzare, nascondere o rifiutare la propria appartenenza etnica. 

Etnicità

Provenienza geografica, lingua, razza, tratti fisici, costumi, storia

+ legata a relazioni strutturali  tra gruppi etnici.

Identità etnica

È soggettivamente attribuita

+ ancorata a processi identitari

Il rapporto tra Etnicità e Identità etnica  va, pertanto,  considerato  come l’esito di un processo di negoziazione: l’identità etnica non è stabile e costruita una volta per tutte, ma è «costruita, sviluppata,  cambiata e preservata attraverso varie negoziazioni di identità, la prima delle quali viene appresa tra genitori e bambini».

L'emigrazione, dunque, è un cambiamento di una tale portata che, oltre a rivelare l'identità, la mette in pericolo (Vezzosi, A., 2001)[4]. La perdita degli oggetti, infatti, è totale, compresi i più significativi ed importanti: persone, cose, luoghi, lingua, cultura, abitudini, clima e, a volte, la propria professione e l'ambiente sociale ed economico cui sono legati ricordi ed affetti profondi. Il momento migratorio è, infatti, un "cambiamento catastrofico" che risveglia sentimenti di perdita e di sradicamento che incidono sul sentimento d'identità, provocando una crisi che potrà sfociare "in una vera catastrofe o, al contrario, tradursi in un'evoluzione arricchente e creativa, nel senso di una vera rinascita rigeneratrice". Non si può, quindi, misconoscere l'importanza di specifiche problematiche psicologiche che interessano sia la persona che emigra sia il suo ambiente:  «La storia dell'immigrazione è la storia dell'alienazione. Solitudine, isolamento, estraneità, mancanza di aiuto, separazione dalla comunità, disperazione per la perdita di significato caratterizzano la condizione degli immigrati. Essi vivono in crisi perché sono sradicati. Nello sradicamento, mentre le vecchie radici sono perdute e le nuove sono da stabilire, gli immigranti vivono in situazioni estreme» (Handlin, 1958)[5].

L'emigrato si trova prigioniero di due mondi ed alieno ad entrambi: estraneo al suo passato ed estraneo al presente-futuro, "sospeso fra due mondi" vive sentimenti d'ansia, tristezza, dolore e nostalgia, uniti alle aspettative e alle illusioni piene di speranza e, per  proteggersi dagli effetti dolorosi di queste emozioni, a volte insopportabili, egli utilizza la scissione per non dover evocare ciò che ha lasciato.

La riflessione continua nel prossimo post…

 

Note:

[1] Immagine tratta da Miazzo, G. (2015). I miei occhi hanno visto. Storie di sguardi ed emozioni di viaggiatori e migranti. Saonara (PD): Il prato editore

[2] Improta, A. (2007). La mente e il cuore. Accoglienza e sostegno psicologico agli immigrati. San Giorgio a Cremano.

[3] Phinney, J. S. (1990). Ethnic identity in adolescents and adults: review of research. In Psychological bulletin. psycnet.apa.org.

[4] Vezzosi, A. (2001). Per una psicologia delle migrazioni. In www.psiconline.it

[5] Handlin, O. (1958). Gli sradicati. Milano: Edizioni di Comunità.