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Pillole di … B.E.S. - Riflessioni sulla normativa

pillole di besSe si perdono i ragazzi più difficili la scuola non è più scuola.
È un ospedale che cura i sani e respinge i malati.
(Don Lorenzo Milani)

A più di trent’anni dall’emanazione della legge 517 la Direttiva Ministeriale del 27/12/2012  e della relativa Circolare applicativa n°8 del 6/3/2013 relative a “Strumenti di intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l'inclusione scolastica” propone un ripensamento di alcuni aspetti dell’intero sistema scolastico.

Sul piano culturale un’influenza rilevante è data dalla classificazione diagnostica ICF (International Classification of Functioning)1 dell’OMS, che considera la persona nella sua totalità, secondo il modello interpretativo bio-psico-sociale. In questa prospettiva il contesto ha un’importanza rilevante nella determinazione di una situazione di difficoltà, giacché ciascun alunno/a può trovarsi, anche solo temporaneamente, in un periodo critico e di questo la scuola non può non tenerne conto.


Diviene fondamentale pertanto un rafforzamento della cultura dell’inclusione, e ciò anche mediante un approfondimento delle relative competenze degli insegnanti curricolari, finalizzata a ad una più stretta interazione tra tutte le componenti della comunità educante. A tal proposito nascono i Centri Territoriali di Supporto (CTS) e i Centri Territoriali per l’Inclusione (CTI) come interfaccia tra l’Amministrazione e le scuole2.

Il riconoscimento del fatto che l’area dello svantaggio scolastico sia molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di deficit, fa sì che la necessità di una didattica personalizzata sia attuata anche per tutti quegli alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse.

Come anticipavo nel post precedente3 l’area degli Special Educational Needs comprende tre sotto-categorie:

  1. disabilità
  2. disturbi evolutivi specifici (quindi anche DSA)
  3. svantaggio socioeconomico, socioaffettivo, linguistico o culturale. 

Tralasceremo in questa discussione l’area della disabilità e dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, in quanto già affrontate in post precedenti e focalizzeremo la nostra attenzione sulle altre condizioni che determinano le difficoltà per le quali è possibile rientrare nell’area degli alunni con B.E.S..

Per quanto riguarda il punto 2 la normativa, rifacendosi alla comune origine nell’età evolutiva, comprende nei “disturbi evolutivi specifici”, oltre ai DSA  anche i deficit del linguaggio, delle abilità non verbali, della coordinazione motoria, dell’attenzione e dell’iperattività, e tutte quelle condizioni di disfunzionalità che rientrano in una situazione clinica, (come ad esempio il Mutismo Selettivo) senza compromissione del funzionamento intellettivo. L’area più “spinosa” è quella del funzionamento intellettivo limite, laddove la normativa dice “può essere considerato un caso di confine fra la disabilità e il disturbo specifico” sul quale mi soffermerò nel prossimo post su “Luci ed ombre della normativa sui B.E.S.”.

Per quanto riguarda il punto 3 la normativa punta lo sguardo anche su quegli alunni che si trovano in condizione di svantaggio per motivi fisici, biologici, fisiologici o anche per motivi psicologici, sociali, rispetto ai quali è necessario che le scuole offrano adeguata e personalizzata risposta, individuato in base a elementi oggettivi (come ad es. una segnalazione degli operatori dei servizi sociali), e a ben fondate considerazioni psicopedagogiche e didattiche. In questa prospettiva è opportuno predisporre, per gli alunni così individuati, percorsi di personalizzazione del processo di apprendimento o il Piano Didattico Personalizzato che conterrà le strategie educative e didattiche che verranno adottate per un tempo limitato. L’efficacia del PDP andrà quindi monitorata costantemente giacché, essendo una condizione transitoria, potrà essere sospeso in vista di recupero dello svantaggio.

Ulteriori indicazioni riguardano la possibilità di:

  • adottare strumenti compensativi e misure dispensative (come per gli alunni con DSA);
  • utilizzare le 2 ore di insegnamento della seconda lingua comunitaria per il potenziamento della lingua italiana da parte di alunni stranieri.

Sicuramente quindi si tratta di una bellissima pagina di psico – pedagogia che aprirebbe ad ampi spazi d’intervento psicologico ma … contiene non poche criticità, sulle quali approfondiremo nel prossimo post.

 

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[1] O.M.S., (2007). ICF-CY. Trento: Erikson.

[2] Un maggiore approfondimento su CTS e CTI nel post conclusivo di quest’approfondimento sui B.E.S. “Le parole per dirlo”.

[3] Improta, A. (2017).  I BES … questi (s)conosciuti. Post del 27 Febbraio sul Blog Psicologia a scuola.

 

 

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I BES … questi (s)conosciuti

bes improta1Anche chi zoppica procede in avanti.
Ma chi è agile e forte,
non zoppichi davanti allo zoppo,
stimandosi cortese.
(Kahlil Gibram)

Nella scuola sono sempre esistiti degli alunni “speciali” che, al di là delle disabilità certificate e anche nella scuola trasmissiva tradizionale, necessitavano di interventi personalizzati, tuttavia non c’era una normativa che ne garantisse e tutelasse gli interventi. Per questi alunni quindi “la scuola buona”, quella degli insegnanti motivati e attenti, esisteva già prima della 107i e si occupava di tali alunni favorendone il successo formativo, attuando percorsi di studio personalizzati. Purtroppo però affianco a “la scuola buona” esisteva un altro tipo di scuola, più rigida e meno attenta a chi era in difficoltà e se eri un alunno/a problematico/a e capitavi nella scuola rigida … erano dolori!!!

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L’inclusione possibile degli alunni diversamente abili (DA): Le Parole per dirlo

le parole per dirloCome anticipato nel primo1 e nel precedente post di quest’approfondimento in questo post intendo fornire una bussola terminologica per orientarsi negli acronimi più spesso utilizzati nella scuola. Spesso infatti vengono utilizzati tout court tra gli operatori (insegnanti, psicologi, riabilitatori, neuropsichiatri, etc…) e diventa difficile, per chi non è del settore, comprendere di cosa si sta parlando, e si sa, se non si è consapevoli, talvolta, non si è nemmeno capaci di far valere i propri diritti.

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La prospettiva della scuola: gli alunni diversamente abili (DA)

La prospettiva della scuola gli alunni diversamente abiliL’integrazione scolastica degli alunni con disabilità costituisce un punto di forza del nostro sistema educativo. La scuola italiana, infatti, vuole essere una comunità accogliente nella quale tutti gli alunni, a prescindere dalle loro diversità funzionali, possano realizzare esperienze di crescita individuale e sociale. La piena inclusione degli alunni con disabilità è un obiettivo che la scuola dell’autonomia persegue attraverso una intensa e articolata progettualità, valorizzando le professionalità interne e le risorse offerte dal territorioa.

A partire dalla 517 del 1977b, che ha caratterizzato lo spartiacque tra una normativa escludente e una inclusiva, i disabili fanno parte delle classi comuni affiancati dall’insegnante di sostegno: una figura rivoluzionaria per l’epoca e con enormi potenzialità … purtroppo spesso disattese.

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L’inclusione possibile: L’importanza del contesto

importanza del contesto“… una persona non può essere globalmente disabile e al variare dei contesti e delle richieste può manifestare abilità o disabilità… pur essendo vero che le menomazioni continuano ad essere presenti (un danno uditivo per esempio esiste anche quando la persona che ne soffre è impegnata in una gara di corsa)
le disabilità invece compaiono solo quando è necessario emettere specifiche prestazioni la disabilità visiva di fatto non esiste quando la persona sta ascoltando un brano musicale, così come non è disabilitante una menomazione agli arti inferiori quando uno si trova a partecipare, seduto, ad una gara di scacchi….”
(Salvatore Soresi, 2002)1

Riprendo il discorso sull’inclusione delle diversità. Vorrei partire dal pensiero di Salvatore Soresi citato in apertura per comprendere il peso che il contesto ha nel determinare la condizione di disabilità.

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