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Psicologi a scuola

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Quale psicologia a scuola? Lavorare nella scuola o per la scuola? (3)

psicologia scolasticaLa scorsa settimana ho approfondito il discorso della richiesta che la scuola pone alla psicologia, concludo in questa sede il discorso delle risposte della psicologia alle richieste della scuola.

Sulla scia della stessa ricerca di Foderà e Pighetti utilizzata la scorsa settimana, vedremo quindi ora come gli psicologi intendono il proprio intervento a scuola. In primis analizzeremo quindi gli strumenti utilizzati, tra i quali emerge soprattutto il colloquio, strumento cardine per stabilire una relazione, ma certamente non l’unico.

Da detta ricerca emerge come altri strumenti come i test di personalità, intelligenza, attitudinali e sociometrici vengano utilizzati con una frequenza molto minore. In letteratura ciò è segnalato come un limite per lo sviluppo di prassi collegate a una psicologia scolastica con paradigmi teorici specifici. Inoltre l’intervento con il gruppo (gruppo classe, gruppi a classi aperte, etc…) è molto raro o quasi inesistente.

A tal proposito Trombetta sottolinea come anche dagli psicologi la consulenza psicologica è intesa come una modalità per realizzare un intervento sul singolo, sulle sue difficoltà, sui suoi problemi e sulle conseguenze che questi pongono sul piano didattico. «La richiesta è per un intervento specifico e tradizionale: la soluzione di problematiche presenti in alcuni alunni a livello d’insegnamento-apprendimento o a livello relazionale. Si crea, pertanto, la “delega” all'esperto di problematiche che appartengono all'alunno e da parte dello psicologo la tendenza ad accettare tale incarico e a rispondere collusivamente alla domanda In tal modo la professionalità dello psicologo si traduce in un'azione non soltanto “collusiva”, ma anche “normativa” a seconda dell'ideologia predominante anche all'interno di un gruppo: in altre parole lo psicologo diventa sia il braccio armato del potere sia la possibile vittima dello stesso allorquando egli non riesce a “normalizzare” l'alunno».

Incrociando poi i dati tra le risposte degli insegnanti e quelle degli psicologi in relazione a quale professionalità dovrebbe possedere lo psicologo, mentre insegnanti e psicopedagogisti ritengono che per uno psicologo che lavora nella scuola la professionalità dovrebbe essere quella dello psicologo dell'educazione, conoscitore cioè delle dinamiche e della cultura “locale” della scuola, per gli psicologi la professionalità dovrebbe essere soprattutto di tipo clinico. La risposta degli psicologi appare quindi parziale, in quanto non tiene conto delle esigenze del contesto e non guarda alla scuola come un’organizzazione di servizi i cui attori perseguono obiettivi comuni.

Con questo non voglio dire che la competenza clinica non sia importante, tuttavia tale competenza può essere spesa anche con modalità differenti che guardano il contesto non solo come portatore di vincoli ma anche di risorse. Il lavoro psicologico a scuola è infatti molto più ricco e si apre ad una pluralità d’interventi che vanno ben oltre la sola competenza clinica. Soprattutto con gli alunni “difficili” o “a rischio” il mero intervento “clinico” risulta essere quantomeno parziale. Freda infatti sottolinea che «se la difficoltà di un bambino è sempre osservabile in termini individuali, la rischiosità del processo evolutivo è data dall’interazione tra tali difficoltà e i sistemi di attività in cui egli è inserito e dalla loro capacità di attivare risorse protettive». In questa prospettiva un ragazzo che ha già meno risorse, se l’ambiente circostante non organizza competenze aggiuntive che si costituiscano come fattore protettivo rischia di essere tagliato fuori dal contesto educativo, come sua incapacità di utilizzare in maniera autonoma ed efficace una risorsa sociale necessaria al suo sviluppo. In altri termini, il bambino che rischia a scuola è colui che rischia di non riuscire a utilizzare questa risorsa educativa nel suo sviluppo. Spesso, infatti, la scuola ha difficoltà ad effettuare una presa in carico adeguata, per cui si genera una dinamica circolare per cui l’ambiente, anziché sviluppare risorse, si costituisce quale specchio rifrangente delle difficoltà. In questa prospettiva il margine di intervento dello psicologo a scuola si allarga enormemente, ma sono necessarie competenze diversificate e non solo cliniche in senso stretto.

La prossima settimana concluderò questa lunga riflessione, focalizzando l’attenzione sulla differenza, sottolineata qualche settimana fa tra il lavorare nella scuola e il lavorare per la scuola.

 

Bibliografia

  • Carli, R. (2001). Culture giovanili – Proposte per un intervento psicologico nella scuola. Milano: Franco Angeli.
  • Foderà, C., Pighetti, C. (1997). Una ricerca sulla percezione del ruolo dello psicologo. In Trombetta, C. (a cura di). L’alleanza e il cambiamento. Storia ed immagine del rapporto tra scuola e psicologia in Italia. Roma: Armando.
  • Freda, M.F. (2001). Il significato del rischio evolutivo nella narrazione delle insegnanti. In Rassegna di Psicologia. Vol. 18 n. 1. Milano: Franco Angeli.
  • Freda, M.F. (2003). Formazione degli insegnanti e metodo narrativo: una proposta metodologica. In Psicologia dell’Educazione e della Formazione. n° 1/2003. Trento: Erickson.
  • Improta, A. (2015). Intervento psicologico per la scuola e metodi narrativi. Strategie per la costruzione dell’intervento. Francavilla al Mare: Psiconline.
  • Salvatore, S., Scotto Di Carlo, M. (2005). L’intervento psicologico per la scuola. Roma: Carlo Amore.
  • Trombetta, C. (2011). (a cura di). Lo psicologo scolastico. Competenze e metodologie professionali. Trento: Erickson.

 

 

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