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Psicologia delle Migrazioni

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Etnopsichiatria e identità culturale

etnopsichiatria e identità culturaleNon sono mai stata una grande intellettuale, nonostante io abbia potuto godere della vicinanza di una grande Maestra e amica,  la Dott.ssa Rosalba Terranova Cecchini.

Anche il nostro libro “Accogliere il migrante. Tecniche di psicologia transculturale in situazioni di emergenza”, è nato dall’incontro fra la teoria (sua) e la pratica (mia).

Nel libro si parlava di un’esperienza di accoglienza iniziata nel 2011 e terminata nel 2013.  Ebbene, in questi ultimi tre anni il panorama dell’immigrazione è completamente cambiato e credo che quasi niente di quell’esperienza si possa ritrovare in tutto quello che è successo dal 2013 a oggi.

Innanzitutto è cambiato lo scenario politico nella sua globalità.

Guerre e rivoluzioni si susseguono a non finire; ci sono paesi che non esistono più e altri da cui le popolazioni fuggono tutti i giorni.

Conosco l’etnopsichiatria, ovviamente, e la psicoterapia transculturale.

Ma non ho più il paziente del Marocco di fronte a me e non devo più pensare alla relazione che ci può essere tra la sua cultura e la mia. Perché non è quello il suo problema. A parte che non conosco alcun profugo proveniente dal Marocco.

Adesso ho a che fare con centinaia di persone provenienti da circa 25 paesi.

La mia Maestra mi ha insegnato che sarà il profugo stesso a introdurmi alla sua cultura. Ma 25 paesi sono tanti, troppi per addentrarmi in tutte le sfumature delle loro culture.

Quello che invece tutti hanno in comune sono i motivi per cui hanno deciso di venire in Italia, i problemi che hanno incontrato, le difficoltà della vita quotidiana alle quali tutti vanno incontro nei due anni circa che devono trascorrere tra l’arrivo in Italia e la risposta alla domanda di asilo. E mi domando se i miei colleghi hanno delle risposte, perché io spesso non ne ho.

Per esempio posso dire con assoluta certezza che tutti sono stati torturati in Libia.

E’ quindi facile fare una diagnosi di Disturbo da Stress Post Traumatico, che non è quasi mai di lieve entità. Allora devo per forza ammettere che tutti sono traumatizzati, chi più e chi meno. La differenza sta solo nel tipo di tortura, nel tempo in cui sono stati imprigionati, nella forza della loro mente di sopportare tanto dolore!

Mi dicono tutti che hanno problemi ad addormentarsi, perché hanno tanti pensieri cupi nella testa. E come farebbero a non averli? Ed io che posso fare per riuscire a farli addormentare sereni? Per quello che riguarda la mia professione, un tranquillante lo darei a tutti, almeno nei primi mesi, quelli di passaggio.

Ma non si può, se non in casi gravi.

E non mi piace neanche perdermi in discorsi sempre uguali, parole di conforto e di speranza… sapendo che poi alla sera la loro mente sarà invasa dai fantasmi del passato, la precarietà del presente, l’incertezza per il futuro.

Sto sempre cercando la strada migliore, che non sia necessariamente il tranquillante o lo stabilizzatore dell’umore, che spesso sono necessari.

 

 

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