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Psicologia delle Migrazioni

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L’impressione di aver fallito

aver fallitoOggi abbiamo lavorato molto e sono tornata a casa tardi, stanca e confusa. Non era neanche il giorno in cui avrei dovuto andare all’hub, ma sono stata chiamata alle sette di mattina perché un ragazzo curdo si era presentato dicendo che voleva parlare con me. Ho capito subito che era un profugo che era passato da noi una settimana prima e  che aveva manifestato  evidenti problemi psicologici. Parlava solo curdo, passando dalla tristezza al riso senza che potessimo capire perché. All’inizio avevo fatto un colloquio con lui alla presenza di un interprete curdo, che però parlava anche inglese. Avevo interpellato anche un ‘avvocatessa del Kurdistan, non sapendo che nel Kurdistan iracheno non parlano la stessa lingua del Kurdistan turco.

Un colloquio difficile, che mi aveva riportato a quelli fatti sulle navi di Mare Nostrum, quando per parlare con qualcuno avevo bisogno di almeno due interpreti, passando attraverso le varie lingue.

Il racconto del ragazzo era molto confuso, ma ho capito che aveva subito violenze a non finire , sia nel Kurdistan che in  Turchia, e poi attraverso la Grecia, la Macedonia… fino alla Germania.

A Milano era stato inviato in un centro di accoglienza, ma il giorno dopo era venuto via. Lo avevano mandato in un secondo centro, ma anche lì non aveva  resistito. Alla fine ha voluto andare a Roma, dove è rimasto  due giorni, dopo di che è ritornato all’hub dicendo che voleva andare ancora in Germania.

Stamattina ha detto che voleva parlare con me.

Al pomeriggio l’ho incontrato. Siamo andati nell’ambulatorio dove abbiamo potuto stare tranquilli.
“Come possiamo parlare io e te, se non abbiamo una lingua comune” gli ho detto.
“Non importa, noi ci capiamo lo stesso”, mi ha risposto.

Potrà sembrare strano ma ci siamo riusciti. Con i gesti, i disegni, e qualche parola di inglese. Mi ha fatto vedere il viaggio disegnando autobus, treni, battelli e scarpe.

Mi ha detto che era andato a Roma ma era rimasto due giorni sulla strada, così aveva deciso di ritornare in Germania. Aveva ceduto il suo cellulare in cambio del biglietto del treno fino a Milano. Una volta arrivato qui aveva chiamato l’interprete che aveva conosciuto la settimana prima, che a sua volta ha chiamato il padre del ragazzo in Kurdistan chiedendogli di inviare i soldi al figlio.

Infatti mi ha mostrato il biglietto con cui domani mattina partirà per Monaco, dove comunque ha già vissuto per otto mesi.
 
E’ evidente che lui non sta bene, ma cosa si può fare? Ho pensato ancora una volta che era meglio seguisse la sua strada. Fermarlo? Per fare che cosa? Per metterlo in qualche reparto di psichiatria, riempierlo di farmaci per calmare il suo girovagare. Non esiste a Milano un ospedale psichiatrico dove si parli il curdo-iracheno, almeno per il momento. Non so come facciano gli altri nelle altre città. La diagnosi è quella di disturbo di personalità ed è qualcosa che si può curare senza ricorrere alla forza.

Alla fine si è sdraiato per terra sfinito e si è messo a dormire. Gli ho fatto preparare una brandina e all’ora di cena era già sprofondato nel sonno. L’ho salutato così, con il pensiero e con una leggera carezza sul braccio sopra la coperta.

Ritornando a casa sentivo una grande tristezza nel cuore, avevo l’impressione di non aver fatto abbastanza, di aver fallito in qualcosa, anche se non sapevo bene cosa.

 

 

L'importanza di saper usare le parole giuste
Con l'aiuto dell'ipnosi
 

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