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Psicologia delle Migrazioni

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Psicologia dell’emergenza: come fare una terapia in Urdu

psicoterapia urduNon ho la minima idea di cosa si intenda ufficialmente per Psicologia dell’Emergenza. So che forse è quella di quando arrivano tanti psicologi ad assistere i sopravvissuti alle catastrofi, e va bene, ma per esempio non concordo che venga chiamata in questo modo la presenza di psicologi sulle navi che salvano in profughi nel Mediterraneo. Non mi convince, visto che lo stesso lavoro di rassicurazione, consolazione e ascolto lo sanno fare benissimo le crocerossine che quasi sempre sono presenti sulle navi stesse.

I profughi restano sulle navi pochissime ore, per cui non si ha neanche il tempo  per instaurare una relazione di aiuto vera e propria.
Quello che accadde al giorno d’oggi  però da una scossa anche alla mia creatività e immaginazione.

Mi ritrovo infatti a fare psicoterapie, cioè tutta una serie di incontri e di colloqui, con persone spesso  traumatizzate che necessitano di una presa in carico veloce e che so già si dovrà prolungare nel tempo.

I primi colloqui sono i più difficili. I pazienti arrivano all’improvviso quasi sempre rimandati indietro da altri paesi  a causa del famoso trattato di Dublino.

Essi sono originari da Afghanistan, Kurdistan, Pakistan e parlano lingue molto lontane da quelle con cui abbiamo avuto a che fare finora.

Negli ultimi tre anni ci erano  stati richiesti al massimo  l’arabo e il tigrino, ora i nuovi arrivati parlano “Farsi”, “Dara”, “Urdu”. E nessuno di loro parla inglese, salvo qualche sparuto giovanotto che ha lavorato con gli americani.

Insomma, i flussi dei migranti sono cambiati e sono cambiate ovviamente anche le culture da cui provengono. Ma chi le conosce? Ecco che allora la frase della mia professoressa e maestra Rosalba Terranova Cecchini si mostra sempre valida: “Sarà il paziente stesso a farci comprendere la sua cultura”.

Sì, il paziente è capace di spiegarci come e dove e vissuto e cosa lo ha condotto fino a noi. Sta a noi instaurare il contatto e la modalità di comunicazione.

Parliamo con disegni, con gesti e movimenti delle mani e magari con alcune parole di arabo o inglese molto comuni, messe dentro di tanto in tanto. Attorno a tutto questo ricostruiamo la storia, capiamo le cose belle e quelle brutte, instauriamo una relazione di fiducia con chi la fiducia in questo mondo l’ha persa da un bel po’ di tempo, forse dalla nascita.

Il disegno qui allegato rappresenta la risposta alla richiesta che ho fatto a un ragazzo curdo con una vita molto travagliata, cattolico, in una terra in cui tutti, a cominciare dalla sua famiglia, sono musulmani. “Fammi un disegno” gli ho detto, “Quello che vuoi tu” E lui ha disegnato sé stesso sulla croce.

 

 

La prima impressione
I D.S.A.: Divertirsi Sapendo Apprendere© (4)
 

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