psicologia e razzismoSarà vero che la psicologia è razzista? E’ quello che sostiene Andrea Bocconi  in un articolo di qualche anno fa. L’ho letto solo perché ero incuriosita dall’associazione delle due parole: psicologia e razzismo. 

Cosa potevano avere in comune? Secondo lui moltissimo. Sostiene che noi abbiamo molto da imparare dai dispositivi di cura delle culture africane, per esempio, dispositivi che lui definisce “raffinati e complessi”. Sarà anche come dice lui, non c’è dubbio che esse possano sedurre chi cerca qualcosa di originale. A me però la prima cosa che viene in mente è che la nostra spettanza di vita è di ottantasei  anni, mentre quella media nei paesi africani è di cinquantadue anni.

Non mi sembra quindi che le pratiche sciamaniche, là dove vengono utilizzate, abbiano alla fine un grande successo. Questo vale per la vita in generale, che comprende sia la medicina che la psicologia.

Ma perché dovremmo metterci a fare gli sciamani solo perché il fenomeno dell’immigrazione ci porta a contatto con persone che provengono da altre culture? Le donne in gravidanza sono contente quando le inviamo a fare una ecografia, per esempio , e vedono la “foto”, come dicono loro, del bambino.  

A volte a modo mio mi sento  anch’io un po’ sciamanica, quando li vedo arrivare sconvolti e intimoriti, con lo sguardo perso nel vuoto e poco propensi  a darci la loro fiducia.

“Ho male in tutto il corpo” mi dicono, ma dal punto di vista medico questo male non si riscontra.

“Mi sento tremare tutto dentro”.

Allora si passa dalla medicina alla psicologia; cioè alla comprensione . Dico loro di stare tranquilli, che il loro corpo non ha alcuna malattia e che ora avranno un posto dove mangiare, riposare, riprendere le forze e  parlare con i parenti lontani.

A quel punto capiscono che possono fidarsi  e raccontano tutte le malvagità e le sevizie alle quali sono stati sottoposti,  anche se il corpo non mostra niente di tutto ciò.

Il nostro compito è quello di far loro sentire che sono arrivati in un luogo sicuro. A volte decido di dare loro anche qualche pastiglia di paracetamolo, giusto per rispettare il ruolo di medico, ma so bene che il farmaco in questo casi è solo un simbolo.

Nei centri di accoglienza dove lavoro da un paio di anni non ho mai riscontrato casi di grave malattia mentale, come psicosi o disturbi di personalità o grave depressione. Nessuno dei seicento ospiti ha avuto bisogno di terapie farmacologiche psichiatriche.  Che non fossero allegri e felici era più che naturale, almeno nei primi mesi, visto quello che avevano passato.

Non mi sembra di guardarli con pregiudizi, anzi, cerco di conoscerli uno a uno perché ogni essere umano è diverso dall’altro.
Nessuno si metterebbe,  credo, a fare una psicoterapia freudiana, ma neanche a dare loro del Serenase, se non ce n’è bisogno e che, simbolicamente, rappresenterebbe  i decotti magici dello sciamano.

Personalmente non mi sento molto interessata a imparare i dispositivi di cura dei Dogon per esempio e per questo non penso di avere un approccio “arrogante”. Anche perché i maliani che vedo io conoscono bene il concetto di dottore e di ospedale. E spesso sono loro a farmi vedere sul cellulare la medicina che prendevano al loro paese. Il mondo è cambiato e anche le culture si sono aggiornate.