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Psicologia delle Migrazioni

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Quando gli psicologi si sentono impotenti

senso di impotenzaCredo che tutti prima o poi possiamo andiamo incontro a un senso di impotenza, di inadeguatezza, di  fallimento. Può capitare quando si fanno delle psicoterapie individuali nel proprio studio, quando si lavora con i gruppi, quando si lavora come me nel campo dell’emergenza.

Ricordo che quando ero agli inizi della mia carriera di psicologa, ed ero già medico, mi avevano assegnata a un reparto di malati terminali di tumore.

All’inizio ero molto felice di quel lavoro, mi piaceva stare in reparto, parlare con i pazienti, rendere più accettabile il loro ricovero. Poi però ho incominciato a sentire  una grande paura. Ogni sera prima di chiudere gli occhi rivedevo i visi dei pazienti ed ero terrorizzata dal fatto di aver anch’io qualche tumore.

Mi vergognavo a dirlo al primario, ma la cosa peggiorava sempre più, per cui ho dovuto decidermi. Lui era stato molto gentile e mi aveva chiesto di pensare a un reparto più adatto a me.

“Nel reparto maternità” gli ho detto. Mi hanno spostato quindi ai reparti di maternità e pediatria, e così ho dimenticato le paure. La vita contro la morte.

Ora però il mio panorama lavorativo è molto diverso.

Oggi sono molto felice di lavorare con i migranti, sia sulle navi, che nei centri di accoglienza. Anzi, mi capita spesso di incontrare nei centri della Lombardia  ragazzi o famiglie che ho conosciuto sulle navi . E con loro ovviamente è tutta una festa perché quei primi momenti dopo il salvataggio non li dimentichiamo mai, né io né loro.

Ma il più delle volte, man mano che passa il tempo e le frontiere si chiudono e il diritto d’asilo viene concesso pochissime persone, io sono sommersa da un sentimento di impotenza.

Oggi, per esempio.

Ho fatto un colloquio con un ragazzino del Bangladesh che è in Italia da più di un anno, arrivato come minorenne, che ha appena terminato il colloquio con la Commissione che deve decidere del suo diritto di asilo.

Ho letto la storia che lui ha portato in commissione, una storia da migrante economico. Padre deceduto, primogenito di quattro figli, poverissimi. Dall’età di otto anni ai diciassette ha lavorato in fabbrica, era pagato poco e solo saltuariamente. Finchè ha deciso di venire in Italia, pensando di riuscire così ad aiutare la famiglia. Saltiamo il capitolo “viaggio” e quello “Libia” e ce lo ritroviamo in Italia dove ha imparato appena un po’ d’italiano, tenendosi sempre in disparte,  sempre molto triste e solitario.

La commissione (che dovrebbe essere formata da tre persone ma ce n’è sempre una sola)… insomma, quella signora lì non deve far altro che scrivere se  il permesso può averlo, in quanto migrante economico, o no.

Il povero ragazzo non ha capito che per ottenere l’asilo si devono avere  altre motivazioni.

Il suo solo pensiero sono la mamma e i fratelli che ogni mese aspettano le 50 euro che ora lui riesce a mandare loro, frutto dei risparmi del pocket money mensile che gli spetta di diritto.

Oggi mi sembrava di vivere in un mondo assurdo. Mi vedevo il bambino di otto anni che lavorava in fabbrica, che diventava adolescente e cercava di venire in Europa per voler garantire una vita migliore alla sua famiglia. E che dopo essere stato schiavizzato e torturato in Libia, una volta convinto che ormai il peggio fosse passato, si trova di fronte a una signora che dice: “In Italia non ci puoi stare”

Tra l’altro mi sembra anche un discorso un po’ sciocco da parte di chi ha inventato i decreti di espulsione.

Come ci arriverebbe mai un ragazzino senza soldi, senza lavoro, senza parenti che lo possano aiutare, in Bangladeh?

Il ragazzino resterà in Italia, come tutti gli altri, clandestino. Se sarà fortunato si unirà a qualche amico con cui dividerà una stanza per vivere, e venderanno insieme i limoni al mercato. E forse se riuscirà a inviare cento euro ogni tanto alla sua famiglia sarà felice.

 

 

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