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Psicologia delle Migrazioni

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Un medico del corpo deve essere anche un medico dell’anima

medico dell'animaOgni medico chirurgo può curare il corpo, ma non deve mai dimenticare che anche l’anima del  paziente spesso necessità delle sue cure.  In ogni situazione dobbiamo essere sensibili e attenti, specialmente nel lavoro con i profughi che di tragedie umane ne hanno vissute molte.

Invece purtroppo mi è capitato di incontrare spesso colleghi estremante terrorizzati che visitano i profughi tenendoli a una distanza di almeno di due metri, per paura di essere infettati da qualche malattia. Si rivolgono a loro con poche parole pronunciate con durezza e infine disinfettano la sedia su cui i pazienti sono stati seduti.

Non tutti i medici chirurgi quindi sanno andare al di là del corpo, cioè al di là del singolo problema.

Curano le ferite, quelle vere, visibili, ma non chiedono mai “com’è successo?” Perché in questo caso si perderebbe un sacco di tempo  e soprattutto si aprirebbero le porte a sentimenti di tristezza, impotenza, rabbia che a loro in fondo non interessano poiché  le emozioni non devono interferire con il loro lavoro.

Perciò mi ritengo molto fortunata nel lavoro che faccio perché posso svolgere tutti e due i compiti, medico e psicologa. Se vedo un ragazzo seduto su una sedia, triste e solitario, mi avvicino e gli chiedo come sta, da dove viene, gli do il benvenuto tra di noi. Spesso scopro anche che ha problemi fisici ma non si è avvicinato a noi per dirlo.

E se invece è il ragazzo a venire da me per dirmi che sta male, gli chiedo lo stesso che problemi ha, da dove viene, cosa gli è successo.

Nessuno viene di  sua spontanea volontà solo per dirmi che non ce la fa più, che non vede alcun futuro davanti a sé, che è disperato, solo , senza amici né parenti….ma se gli lascio il tempo per dirlo, lo fa.

E allora mi racconta di come è stato trattato nelle prigioni della Serbia o della Turchia oppure per quanto tempo è stato tenuto prigioniero nei containers della Libia.

Il loro corpi hanno bisogno di terapie, medicazioni, fasciature e noi medici possiamo limitarci a queste prime cure e salutarli, oppure andare un pò più in là, alzare lo sguardo e scoprire nei loro occhi tutte le sofferenze che nella loro giovane vita hanno incontrato.

Devo dire che il lavoro sulle navi del Mediterraneo è stato per me una buona scuola. Eravamo quattro medici,  qualche infermiere,  a volte c’era anche un’ostetrica e i profughi erano circa 1600. Lavoravamo anche trentasei ore di fila per accoglierli, visitarli, curarli e ci occupavamo di loro fino allo sbarco. Dovevamo essere veloci. Tra di noi parlavamo con gli sguardi, e agivamo: le parole ci avrebbero fatto perdere tempo. Avevamo delle regole molto rigide, sovra scarpe, guanti, tute. Il nostro corpo era totalmente protetto, anche gli occhi, a volte. Eppure l’atmosfera sulla nave, dopo che tutti erano stati messi al sicuro, era affettuosa, amichevole e loro si affidavano a noi con fiducia e parlavamo con tutti come se ci fossimo sempre conosciuti.

Perciò anche ora, in cui sia io che loro siamo sbarcati dalle navi, mi ricordo sempre quanto siano importanti i sentimenti di ciascuno, le paure, i desideri , le speranze, e quanto peso abbiamo i terribili ricordi che  sono racchiusi dentro il loro animo.

 

 

Le parole dell'empatia
Esploro, disegno, comunico … la mia aggressività!
 

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