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I blog di Psiconline

Parliamo di Psicologia insieme ai nostri amici online...

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Terapia estrema

terapia estremaLa conobbi per caso, ad una cena tra amici comuni. Prima di allora non c’eravamo mai incontrati e così quando a tavola, ad un certo punto, venne fuori il lavoro che svolgevo mi sentii guardato con un misto di curiosità e di superiorità dalla giovane donna che mi era stata presentata come Maria Rossi. Alzò le sopracciglia, mi guardò di traverso e:
« Fai davvero lo strizzacervelli? ».
« Béh… sì! - volli minimizzare - o almeno ci provo ».
« Ahaa… Figuriamoci - rispose lei, ostentando un leggero disgusto - ne ho conosciuti io… ».

In realtà, quella sera, a cena, non ci dicemmo molto più di questo. Forse solo qualche altro accenno leggero e disinvolto ma io, che oramai da tempo avevo sviluppato un’acuta sensibilità verso le tensioni dell’anima altrui e tutte le sue proiezioni possibili immaginabili, intuii che tra noi si era creato un qualche genere di legame. Nonostante fossi a cena da amici cari, anche senza davvero volerlo, entrai in quella dimensione interiore di allerta che caratterizza la mia funzione di terapeuta ma che mal sopporto nella vita ordinaria.

In un qualche modo la serata arrivò alla fine.

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Con l'aiuto dell'ipnosi

con l'aiuto dell'ipnosi« Vorrei fissare un appuntamento, dottore. Mi chiamo Maria Rossi. Le telefono da Venezia, dalla casa nella quale vivo con mio marito e mia figlia ».
« Signora… io vivo e lavoro a Roma ».
« Lo so. Lo so, dottore. Ma un mio carissimo amico mi ha parlato molto bene di lei. Io soffro di attacchi di panico da più di diciotto anni. Molti specialisti suoi colleghi hanno provato ad aiutarmi, ma non ci sono riusciti. So che lei pratica l’ipnosi… mi chiedevo… ».
« L’ipnosi non è una panacea universale, signora. Devono sussistere certe condizioni e, comunque, ha dei limiti ».
« Sì, immagino. Però si potrebbe provare… ».

Avvertivo l’urgenza e la drammaticità della richiesta della signora Rossi e, anche se scettico a causa della distanza che ci separava, non avevo l’animo di deluderla. E poi non era la prima volta che mi inventavo strategie per incontrare e lavorare con persone che abitavano lontanissimo dalla mia città. Negli anni precedenti avevo avuto un paziente che veniva da Bari, una paziente da Macerata e un altro ancora da Torino. E non sempre, alla fine, avevo dovuto optare per l’ipnosi.
« Va bene signora Rossi. Le fisso un appuntamento ».

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Il sogno e il suo fascino notturno

sogni e fascinoUn rituale del mattino che mi consta ripetersi da sempre in molte famiglie, e non solo in quelle in cui c'è qualcuno in analisi, è quello di raccontare ciò che si è sognato la notte.

Un rito divertente, socializzante e molto intimo, in cui si mette l'altro a conoscenza di una parte profonda di sé, comunque protetti da quei meccanismi mimetici di censura che lo rendono inintelligibile, almeno nella maggioranza dei casi, a se stessi e all'altro.

La verità, pura e semplice, è che quell'affiorare di fantasie apparentemente scomposte, caotiche, a volte ironiche e altre paurose, ci affascina da sempre, con la sua implicita e tentatrice seduzione di rappresentarci a noi stessi in forma di enigma. Una conoscenza intrinsecamente negata, un "dire e non dire" in cui tutto e consentito, anche se talvolta giungiamo persino a vergognarcene.

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Le voci mute

le voci muteStranamente dormii di filato. La sveglia non trillò ma mi svegliai comunque di soprassalto. Cercai un’altra presenza in quel letto grande, forse troppo ampio per una persona sola. Sono ormai trascorsi quattro anni da quando Elena mi ha lasciato. Ogni mattina allungavo un braccio con la speranza di trovarla ancora al mio fianco; un’amara illusione... perché la morte implacabilmente chiude tutte le porte e non lascia chance, altre possibilità. Smarrito, rimasi supino a guardare il soffitto. Rimasi interminabili minuti a pensare come avrei potuto trascorrere ancora un’altra giornata senza lei. Lo squillo del telefono mise fine alle mie angosce.

Era il professor Andreozzi. Mi chiamava perché il dirigente della scuola di mio figlio aveva urgente bisogno di parlare con me.
Rimasi sconcertato, senza parole. Cosa poteva essere successo? Andrea era arrivato a scuola da poco tempo.

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Sensi di colpa

accettazioneMarcel Proust andava a letto presto. Col passare degli anni, per me, invece, è sempre più difficile svegliarsi in orario per andare a lavorare. Soprattutto il lunedì è dura. Il primo conflitto interiore della settimana lo sperimento già a letto, ancor prima di essere del tutto sveglio.

Una parte di me continuerebbe tranquillamente a poltrire, un’altra mi ricorda che già alle nove ho degli appuntamenti e tocca alzarmi. Vince sempre questa seconda parte, legata al senso del dovere, dono di un ingombrante Super-Io. Invecchiando, però, il match si fa sempre più incerto. Ad inizio settimana, poi, concedendo una piccola gratificazione al mio lato più attento ai piaceri della vita, ho inserito prima del lavoro una sosta al bar per un caffè, utile anche ad essere un po’ più lucido. Gli avventori in genere parlano di calcio, con apparente competenza. Io li ascolto, non li contraddico, resto in silenzio. Non è solo timidezza: tifo per un’altra squadra.

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