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Con l'aiuto dell'ipnosi

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con l'aiuto dell'ipnosi« Vorrei fissare un appuntamento, dottore. Mi chiamo Maria Rossi. Le telefono da Venezia, dalla casa nella quale vivo con mio marito e mia figlia ».
« Signora… io vivo e lavoro a Roma ».
« Lo so. Lo so, dottore. Ma un mio carissimo amico mi ha parlato molto bene di lei. Io soffro di attacchi di panico da più di diciotto anni. Molti specialisti suoi colleghi hanno provato ad aiutarmi, ma non ci sono riusciti. So che lei pratica l’ipnosi… mi chiedevo… ».
« L’ipnosi non è una panacea universale, signora. Devono sussistere certe condizioni e, comunque, ha dei limiti ».
« Sì, immagino. Però si potrebbe provare… ».

Avvertivo l’urgenza e la drammaticità della richiesta della signora Rossi e, anche se scettico a causa della distanza che ci separava, non avevo l’animo di deluderla. E poi non era la prima volta che mi inventavo strategie per incontrare e lavorare con persone che abitavano lontanissimo dalla mia città. Negli anni precedenti avevo avuto un paziente che veniva da Bari, una paziente da Macerata e un altro ancora da Torino. E non sempre, alla fine, avevo dovuto optare per l’ipnosi.
« Va bene signora Rossi. Le fisso un appuntamento ».

Oramai erano due anni che mi ero specializzato in Ipnosi Clinica ma, alla straordinarietà dell’aspetto conoscitivo (di sicuro la specializzazione più interessante che avessi conseguito), non avevo fatto seguire una sua pratica assidua nel lavoro di tutti i giorni. I motivi erano molteplici: il primo perché non avevo nessuna voglia di avallare le aspettative semi-magiche che molte persone attribuivano all’ipnosi. Del tipo: ho un problema. Lei mi ipnotizza e me lo risolve! Il secondo motivo era che avevo più volte sperimentato quanto l’ipnosi fosse più funzionale nel risolvere sintomatologie organiche che non psichiche. Un’amenorrea, una dismenorrea, un’alta pressione arteriosa, un’insonnia o una dermatite erano sicuramente più aggredibili che non una condizione ansiosa o un qualunque altro sintomo nevrotico che rimandavano, invece, a chissà quale lontano trauma o condizionamento emozionale. Terzo motivo, non avevo alcuna voglia di illudere le persone che mi chiedevano di essere aiutate per smettere di fumare o di bere senza averne davvero la voglia; oppure per rintracciare i ricordi di chissà quali precedenti vite. Non che fossi “chiuso” su quest’ultima possibilità (in ospedale avevo partecipato ad una regressione impressionante, la cui attendibilità era stata attentamente esaminata e poi lasciata in sospeso), ma il fatto è che ho sempre creduto che solo in particolarissime condizioni fosse possibile accedere a questo tipo di mondi. E quindi non avevo alcuna voglia di spacciare come facili e accessibili a chiunque esperienze che, sempre secondo me, si realizzavano solo in casi straordinari. Quarto ed ultimo motivo, ma forse il più significativo… nel “Trattato di ipnosi” di Franco Granone, uno dei testi più autorevoli che siano mai stati scritti su questa scottante materia, l’autore avverte: “Nell’eseguire l’ipnotismo bisogna, infine, avere una grande fiducia in se stessi e la risoluta volontà di indurre ipnosi. […] Di fatto, i migliori ipnotizzatori, come molti hanno notato, spesso non sono coloro che hanno studiato lungamente il fenomeno, ma degli individui più o meno fanatici, senza sufficiente autocritica, che però credono fermamente nella loro possibilità di ipnotizzare gli altri. […] Di fatto l’atteggiamento mentale dell’operatore è il grande segreto di ogni ben riuscita suggestione ipnotica; esso è proprio l’invisibile che crea il visibile.”

Ebbene, io non avevo mai riscontrato in me questa risoluta volontà. La mia individualità non avvertiva alcuna soddisfazione nello sfoggiare un tale presunto potere sugli altri e, sebbene vi fossi portato (le trans che inducevo erano sempre abbastanza profonde), quello che sperimentavo era solo una grande fatica. Mi sarei dovuto far pagare cifre esorbitanti… e non ne avevo alcuna voglia. E poi mi sono sempre percepito e riconosciuto come un “portatore di coscienza” attraverso processi di elaborazione noetica. Fare il “mago”, anche se a fin di bene, non mi aveva mai interessato.

La settimana successiva incontrai la signora Rossi. Una giovane, bellissima donna di quarant’anni la quale mi confermò il fatto come, da quasi due decenni, soffrisse di invalidanti attacchi di panico che avevano menomato le sue potenzialità lavorative e la costringessero a non allontanarsi più di tanto dalla casa dove viveva con il marito e con la loro unica figlia. I sintomi erano quelli classici: feroce cefalea, sudorazione fredda, senso di svenimento, accentuata tachicardia, perdita dell’orientamento, secchezza delle fauci… paura di morire.

Non aveva idea di quante volte avrebbe potuto raggiungermi a Roma. Forse una volta, massimo due volte al mese. Decisamente un po’ poco per un’analisi del profondo classica. E poi, nella sua vita, c’erano state almeno altri tre percorsi analitici andati male, e numerosi interventi di neurologi e psichiatri. Sempre fallimentari. Perciò mi risolsi di provare ad ipnotizzarla per vedere come avrebbe reagito. La sua speranza di trovare un terapeuta “capace” al quale affidarsi e di individuare insieme a lui una soluzione definitiva per la sua grave sintomatologia mi avrebbero aiutato.

Andò in trance leggera con estrema facilità Ne approfittai… e grazie all’induzione di fenomeni semplici ma spettacolari, come la levitazione degli arti, la catalessi muscolare e l’anestesia di una mano, potei spingerla molto più in profondità nel suo stato alterato di coscienza.

Avendo ottenuto un rilassamento profondo cominciai, come da protocollo, a raccontarle una sorta di fiaba – in realtà, un racconto pieno di immagini simboliche che potevano essere decodificate solo dal suo inconscio – nella quale un’eroina trovava in sé stessa forze possenti per venire a capo di una difficile ma significativa avventura.

Terminato il racconto, la condizionai con un comando post-ipnotico che mi avrebbe permesso in qualunque momento di ricondurla a quello stato di profondità senza eccessivi sforzi. Poi, attraverso le consuete suggestioni di benessere e tranquillità, la riportai alla coscienza ordinaria.

Come mi aspettavo, ritrovarsi un ago chirurgico infilato sul dorso della mano e non aver avvertito alcun dolore, rinforzò la sua convinzione di aver sperimentato una condizione straordinaria.

« Ora rimanga tranquilla - le suggerii appena fu del tutto cosciente - così… seduta e rilassata. Si riprenda lentamente, con comodo, senza fretta. Ha tutto il tempo che desidera ».
« Ma è stato magnifico - mi dichiarò con la voce ancora impastata - e ora? Cosa accadrà? ».
« Nulla! Stia tranquilla. Quando si sarà ripresa la lascerò tornare a casa e vedremo cosa succederà. Le ho dato alcuni suggerimenti in codice. Vedremo come reagirà il suo inconscio. Quando potrà tornerà a trovarmi, decideremo insieme il da farsi. Le va bene? ».
« Direi che va benissimo. Grazie ».
« Credo anche che sarebbe meglio darci del “tu”. Cosa ne pensa?
« Ma certo! - mi rispose entusiasta - La ringrazio… cioè, no… ti ringrazio. Lo preferisco ».
« É per via dell’ipnosi - volli giustificarmi - hai mai fatto caso che quando ci si rivolge a Dio lo si fa sempre dandoGli del “tu”? Ad esempio: “Signore, Ti prego, aiutami...” ».
« É vero… non ci avevo mai fatto caso ».
« Béh, se lo facciamo con Dio, di sicuro possiamo farlo anche con il nostro inconscio ».

Maria tornò a Venezia con una grossa speranza nel cuore.
Quando la rividi, all’incirca venti giorni più tardi, mi disse che aveva riflettuto moltissimo e che aveva tante cose di cui parlarmi. E così, spontaneamente, prese a raccontarmi della sua infanzia: soprattutto dei difficili rapporti intercorsi tra lei e la madre e di come, probabilmente, fossero questi rapporti ad aver menomato la sua relazione con il padre. Era la prima volta, però, che vedeva le cose da questa angolazione; negli anni passati era sempre stata convinta che i suoi problemi provenissero in diretta dal difficile rapporto con il padre, e in questo era sempre stata confortata da tutti gli altri terapeuti che aveva consultato.

Mi portò anche dei sogni che mi sembrarono subito interessantissimi e che, di fatto, alludevano a questa difficile e sofferta triangolazione familiare. A causa del poco tempo che avevamo a disposizione le scrissi su un foglio il mio indirizzo mail e la pregai, per i prossimi tempi, di mandarmi i suoi sogni in diretta, giorno per giorno, attraverso la posta elettronica. Li avrei interpretati per lei e le avrei inviato la mia interpretazione, in modo da concentrare i nostri incontri sull’essenziale avendo già una interpretazione di massima.

Poi, grazie al comando post-ipnotico, precipitai Maria in un’altra trance abbastanza profonda. Con altre induzioni rafforzai il nostro legame e infine, sempre seguendo dei protocolli già sperimentati, le raccontai un’altra favola in cui lodavo il suo inconscio per l’intraprendenza dimostrata e per la determinazione e la caparbietà con cui perseguiva la propria liberazione.
« Cinque, quattro… sempre più su, sempre più cosciente… tre… sempre più lucida… due, uno… svegliati Maria! Ora! Apri gli occhi! ».
« Dio mio, è sempre così stupefacente. Che sensazione strana. Ricordo tutto, perfettamente. È come se fossi rimasta sempre sveglia ma, nello stesso tempo, so con esattezza che era come se dormissi. È come se fossero vere tutte e due le cose, contemporaneamente ».
« Non è proprio così Maria - volli correggerla - l’ipnosi non è un sonno. Piuttosto è una condizione “Altra” di coscienza. Uno stato diverso di coscienza che solo l’ignoranza popolare assimila al dormire. Perché gli assomiglia. Ma la trance non è un sonno ».
« Si. Mi sembra di capire ».

All’improvviso, senza che lei se ne accorgesse, usai ancora una volta il comando post-ipnotico. Le toccai il punto convenuto della mano destra, premetti forte e dissi:
« Ora! Chiudi gli occhi! Così… Torna giù, sempre più giù, così brava. In una specie di sonno profondo che sonno non è. Così… sempre più giù… ».
L’avevo “presa” all’improvviso, solo per rafforzare nel suo inconscio la sensazione che fosse guidato con sicurezza e competenza. Dovevo consolidare il nostro legame profondo.
La lasciai in trance per un paio di minuti, distorcendo però la sua percezione del tempo. Poi la risvegliai ancora una volta. La feci riposare. Poi, ancora una volta, ci salutammo.

Nei giorni successivi cominciammo a scriverci. Ero strabiliato nel constatare la continuativa produzione del suo inconscio. Mi ricordo che ogni sogno era un vero e proprio capolavoro. Mi dispiace non averli conservati e non poterli perciò riproporre in questo contesto, ma posso assicurare che furono di una precisione impeccabile. D’altra parte devo anche ammettere che Maria, o meglio l’inconscio di Maria, compì in maniera del tutto autonoma il proprio percorso analitico. Io ero “soltanto” un’entità simbolica necessaria perché “Lui” manifestasse le proprie conoscenze.

Come ho già detto, cominciò con il revisionare l’idea che fin a quel momento Maria aveva avuto dei propri rapporti familiari. Attraverso il lavoro fatto con gli altri terapeuti, infatti, Maria si era convinta di aver avuto dei rapporti molto difficili con il padre; rapporti che in seguito avrebbero perciò segnato le sue relazioni con il maschile. In quei primi giorni, invece, seguendo le indicazioni del suo inconscio, comparve un quadro del tutto diverso: con una madre dura, fredda e sempre vigilante la quale, interponendosi tra Maria e il padre, ne aveva impedito il rapporto. Io interpretavo come potevo i suoi sogni, a volte con dati imprecisi o insufficienti – questo è vero – Maria però controllava la loro plausibilità attraverso la rivisitazione dei propri ricordi, guardando vecchie foto, oppure leggendo ciò che aveva conservato dei suoi diari di un tempo. Per lei fu un’esperienza stravolgente, alla fine della quale gli eventi del suo passato, le esperienze vissute e i nessi psicodinamici con le figure genitoriali le apparvero sotto una luce completamente diversa.

Una volta al mese tornava da me. Insieme arricchivamo di significato ciò di cui avevamo già parlato via mail, verificavamo la credibilità di certe scoperte e ci proponevamo mete sempre più azzardate. Nella seconda e ultima parte dei nostri incontri, grazie al comando post-ipnotico la inducevo in una trance sempre abbastanza profonda durante la quale continuavo a raccontarle favole le cui vicende simboliche, soprattutto, confortavano il suo inconscio sul lavoro prodotto e lo stimolavano ad andare avanti su quella strada.

In pochi mesi Maria ritrovò il rapporto con suo padre e, forte di quel rinnovato contatto, passò a riesaminare le storie d’amore da lei vissute con tutti gli altri uomini. Quasi tutte, come scoprì da sola, autodistruttive. Tuttavia Maria non si arrestò: con una caparbietà e una tenacia di raro spessore prese ad esaminare il suo più immediato presente. E alla fine, dopo un’analisi spietata del proprio attuale rapporto matrimoniale, Maria si trovò a contemplare un desolato quadro all’interno del quale tutto c’era meno che intimità, complicità, amicizia, dialogo e autentico amore.

Quando arrivammo a questo punto restammo entrambi senza fiato. Nessuno di noi due si sarebbe aspettato di trovare una situazione del genere. Lo devo ammettere: neanche io ero preparato, benché fossi sempre stato convinto che una delle radici occulte degli attacchi di panico fosse appunto la non autenticità della vita vissuta dal paziente. Come se questi attacchi fossero una sorta di denuncia dell’inganno esistenziale che la persona sta vivendo, fatta però attraverso dei veri e propri cataclismi ormonali, endocrini e umorali.

Con molta discrezione accompagnai Maria nella propria presa di coscienza del fallimento espresso dal proprio matrimonio. Con una determinazione che continuava a stupirmi lei esplicitò la situazione: ne parlò con il marito, con la propria madre e con il proprio padre. Come c’era da aspettarsi si trovò di fronte un marito furioso, che quasi cadde dalle nuvole nel registrare la denuncia della moglie e che, in alcune occasioni, sembrò sul punto di diventare più violento di quanto in alcune altre occasioni già era stato. Si trovò di fronte una madre accusatrice che, soprattutto, non vedeva alcuna ragione nel fatto che la figlia volesse porre fine ad una relazione matrimoniale peraltro buona sotto molti altri profili. E scoprì invece un padre complice, amichevole, pronto ad ascoltare i dubbi della figlia, le sue paure, le sue rivendicazioni… e a sostenerla a mano a mano che la decisione di separarsi diveniva sempre più forte.

Per molto tempo la situazione matrimoniale restò in bilico: oltre a doversi difendere dall’ aggressività e dalla violenza del marito (violenza che, per altro, rimase latente), Maria doveva salvaguardare la salute psichica del figlia dodicenne, innamorata persa – come era giusto che fosse – del proprio padre. Io stesso le consigliai di muoversi con estrema delicatezza e lasciare che le cose, pian pianino, maturassero nella giusta direzione.

Così avvenne, e solo dopo molti altri mesi marito e moglie risolsero di separarsi di comune accordo, definitivamente, aiutando la propria figlia ad accettare la cosa come un evento ineluttabile del quale nessuno dei due era veramente responsabile. O, almeno, fu quasi così… i “maschietti”, si sa, sono sempre quelli meno coscienti e meno generosi.

Resta però un fatto: che le crisi di panico di Maria, durante tutti questi mesi, erano andate sempre più diminuendo sia di frequenza sia d’intensità. Alla fine scomparvero, quasi… lasciandola comunque libera e serena per margini di tempo considerevoli.

Oramai non la vedevo che una volta ogni cinque o sei mesi. Avevo smesso di ipnotizzarla e lasciavo che procedesse per conto suo. Potete figurarvi perciò la mia gioia quando, molto tempo dopo, mi comunicò di aver incontrato un nuovo amore. Un argentino, conosciuto in occasione di non ricordo più quale evento lavorativo. Un uomo che almeno tre o quattro volte l’anno, vuoi con la scusa del lavoro, vuoi usando le proprie ferie, la raggiungeva in Italia. Colmandola di attenzioni e di gioia.

Finì che Maria si sentì in dovere di ricambiarlo, almeno una volta ogni tanto, prendendo l’aereo per andare a raggiungerlo in America Latina. Da sola! Non male per una donna che, soltanto un paio di anni prima, non sarebbe potuta uscire da casa se non accompagnata.

 

Tratto dal libro di Piero Priorini "C’era una volta la psicanalisi. L’epopea di Maria e Mario Rossi", Edizioni Psiconline

 

 

L’impressione di aver fallito
I D.S.A.: Divertirsi Sapendo Apprendere© (3)
 

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