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Le voci mute

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le voci muteStranamente dormii di filato. La sveglia non trillò ma mi svegliai comunque di soprassalto. Cercai un’altra presenza in quel letto grande, forse troppo ampio per una persona sola. Sono ormai trascorsi quattro anni da quando Elena mi ha lasciato. Ogni mattina allungavo un braccio con la speranza di trovarla ancora al mio fianco; un’amara illusione... perché la morte implacabilmente chiude tutte le porte e non lascia chance, altre possibilità. Smarrito, rimasi supino a guardare il soffitto. Rimasi interminabili minuti a pensare come avrei potuto trascorrere ancora un’altra giornata senza lei. Lo squillo del telefono mise fine alle mie angosce.

Era il professor Andreozzi. Mi chiamava perché il dirigente della scuola di mio figlio aveva urgente bisogno di parlare con me.
Rimasi sconcertato, senza parole. Cosa poteva essere successo? Andrea era arrivato a scuola da poco tempo.

Giusto il tempo di mettere nel fornello la caffettiera, di farmi una doccia veloce più per attenuare il torpore della notte che non per una reale necessità.

Ingurgitai veloce una tazzina di caffè senza zucchero e uscii per raggiungere l’istituto distante da casa solo alcuni isolati.
Mi avviai a piedi e quando giunsi a scuola era appena suonata la ricreazione. La bidella non mi chiese nulla. Sicuramente era già al corrente del mio arrivo perché senza alcuna spiegazione mi inviò direttamente in presidenza. Dal suo sguardo intuii che era accaduto qualcosa di grave. Rimasi in attesa interminabili minuti, poi mi raggiunse il professor Andreozzi che mi fece accomodare in presidenza e mi invitò ad attendere.

Il dirigente, non tardò ad arrivare, mi salutò cordialmente, scrisse velocemente qualcosa, poi mi espose le sue preoccupazioni.
«Abbiamo notato casualmente che suo figlio ha dei tagli lungo le braccia» esordì il dirigente preoccupato. «Una compagna ci ha rivelato che se li è fatti con la lama di un temperino, durante l’ora di educazione fisica, mentre i compagni giocavano a calcio», continuò il professore. «Lei é a conoscenza di questa sua tendenza autolesionista?» Incalzò il dirigente scolastico.

«È la prima volta che sento parlare di cose del genere. Certo, non si può dire che mio figlio sia un tipo sereno. Da quando è morta sua madre qualche problema lo ha manifestato, ma non ne ha mai parlato esplicitamente. Non ha mai esternato le sue difficoltà, anzi, per dire che ha appena quattordici anni, ha sempre cercato di mostrarsi forte, irreprensibile. Io stesso mi sono meravigliato della sua capacità di reagire. No Preside, lei si sbaglia! Non credo che mio figlio abbia tendenze autolesioniste. Sarà stato solo un incidente. Mio figlio forse attraversa un momento particolare legato all’adolescenza, ma mi creda è assolutamente sano!» Dissi queste cose con una tale fermezza, che quasi impedì al dirigente scolastico di replicare alle mie parole. Il preside, continuò comunque ad insistere sulle sue preoccupazioni, suggerendomi in ogni caso di vigilare e di sentire eventualmente uno specialista.

Andai via dalla scuola sconvolto con il cuore e il cervello in grande tumulto. Mi resi conto che stavo cercando di nascondere a me stesso una verità scomoda ma purtroppo reale. Mentre tornavo a casa, l’eco delle parole del professor Andreozzi e del dirigente scolastico mi risuonava insistentemente in testa. I sensi di colpa iniziarono ad emergere, ad affiorare come funghi dalla terra soffice e umida.

Evidentemente mi sbagliavo.

“Sono un genitore assente e distratto” pensai. Il dolore mi ha stravolto e ho perso di vista tutto ciò che mi sta attorno, l’affetto dei figli compreso.

La sera parlai con mia figlia, più grande di Giuseppe e sufficientemente matura per potermi accogliere nella mia sofferenza. Anche lei non si era accorta di nulla.

Probabilmente il dolore della perdita della madre era stato troppo forte per non destare scompensi, ma nulla sembrava irreparabile. Il tempo avrebbe guarito tutte le ferite dell’anima.

Provai a parlare con lui la sera stessa, ma senza risultato. Giuseppe evitava qualunque comunicazione.  Era evidente che stava male, molto male. Lo lasciai avvolto nel suo sconforto, nel suo desolante scoramento. Pensai di ritornare sulla questione dopo alcuni giorni. Dovevo trovare una strategia per fare in modo che non si accorgesse delle mie intenzioni indagatorie. Ma non ci fu bisogno di nessuna strategia, perché il malessere interiore di Giuseppe non tardò a manifestarsi fino a esplodere con tutta la sua potenza.

Dopo alcune settimane, infatti, mentre leggevo un libro in soggiorno, sentii un tonfo lungo il corridoio. Proveniva dal bagno. Mi precipitai correndo, spalancai la porta e vidi mio figlio riverso sul pavimento in una pozza di sangue. In un primo momento pensai che un calo di pressione gli avesse causato la caduta. Dopo pochi secondi, invece, mi resi conto che non si trattava di un malore, ma di un ostinato tentativo di farla finita. Tre punti di sutura al polso, un invio alla Neuropsichiatria Infantile e uno al consultorio.

Arrivati a casa ci fu una lunga discussione tra me e lui.
«Babbo, non sto bene, non ho più voglia di andare a scuola, non ho più voglia di uscire con gli amici né di giocare al PC. Sono semplicemente stanco». In quel momento sentii tutta la mia impotenza, tutto il peso di quella tragedia e una sorta di forte depressione mi cingeva stomaco e cuore.

Pensai che la parola “semplicemente” fosse troppo riduttiva. Mi sentii terribilmente solo. Un assordante silenzio mi avvolse. Pensai ad Elena e al motivo che l’aveva spinta ad abbandonarmi così precocemente. Forse lei aveva colto con anticipo la tristezza delle nostre esistenze, forse aveva intuito i problemi di nostro figlio e aveva avuto paura di affrontarli. Forse era per questo che aveva preferito andare verso lidi meno angoscianti e maggiormente sereni.

Effettivamente Giuseppe, anche in passato, ha sempre avuto qualche problema: dai disturbi alimentari alla diagnosi di rachitismo, per arrivare poi agli strani atteggiamenti di isolamento che cominciarono a manifestarsi già ai tempi delle elementari. “Passerà” pensavamo ingenuamente. “È solo un periodo... passerà con la crescita”. Ora mi rendo conto che abbiamo sottovalutato la situazione. Forse l’amore per nostro figlio non ci ha permesso di accorgerci, di valutare adeguatamente le sue condizioni.

Mi appellai all’anima di Elena e al luogo in cui stava, la supplicai di intercedere per me presso il creatore e darmi la forza di affrontare questa terribile situazione. Respirai forte e rivolgendomi nuovamente a Giuseppe lo esortai a spiegarmi cosa lo spingesse verso questi gesti estremi.

Pochi giorni dopo l’accaduto tentai nuovamente un contatto con lui. Decisi di parlare apertamente della morte, del suicidio. Continuai ad indagare per capire le sue ragioni. Gli parlai con il cuore. In un primo momento sembrò quasi accogliere il mio sconforto. Poi mi gettò addosso tutta la sua disperazione: «qualcuno mi spinge a farlo. Voci mi chiamano, mi minacciano, mi consigliano comportamenti negativi e violenti. Me lo chiedono urlando: ‘sei ancora vivo? Cosa aspetti a farla finita? La c’è una finestra! Buttati giù! Hai una taglierina? Dalle vene del polso esce sangue, sgorga molto sangue’».

«Hai capito babbo cosa mi succede? Sono in tanti e tutti dentro la mia testa che spingono... io non posso nulla di fronte alla loro volontà. Io devo solo ubbidire... altrimenti mi uccidono».

Credo che in quel momento il mio volto stesse esprimendo un misto tra lo stupore e lo sconforto. Tentai comunque di ascoltarlo e di consolarlo, ma più mi sforzavo di capirlo più lui diventava irascibile e rabbioso.

Ormai erano anni che sentiva queste voci. Voci che avevano la potenza devastante di uno tsunami e che lo spingevano inesorabilmente a farsi del male una, due, tre, infinite volte.

La scuola era angosciata. Il dirigente scolastico tormentato, non negava il timore che il ragazzo potesse commettere a scuola un gesto così autolesionista. Allo stesso tempo alcuni insegnanti mi sostenevano dicendomi che questi erano comportamenti che si stavano verificando frequentemente negli adolescenti. A loro dire, nei giovani, stava diventando un gesto di ribellione verso la famiglia, la scuola, la società perché ritenuti incapaci di accogliere le loro domande, le loro istanze ed esigenze.

Per alcuni giorni mi sentii sollevato. Mi convinsi che il problema di mio figlio era un semplice problema generazionale. Anche se questo non spiegava le strane voci che sentiva.

Mi ricordo un incontro in particolare, con la neuropsichiatra, che mi fece ripiombare in uno sconforto abissale.
«Suo figlio ha un problema psichiatrico, è affetto da allucinazioni uditive». Lo pronunciò così, in modo secco, senza fronzoli, senza alcuna intermediazione emotiva. «Suo figlio avverte delle voci non correlate a stimoli esterni. Percezioni, immaginazioni talmente forti da essere scambiati con stimoli reali».

«Si ricordi però che i farmaci non hanno un effetto immediato. Molto probabilmente Giuseppe continuerà a sentire le voci oppure avrà sintomi diversi. Dovrà vigilare, lei, come genitore, dovrà imparare a gestire la convivenza con suo figlio».
Aveva appena compiuto diciassette anni e festeggiò con qualche sorso di ammoniaca. Ebbe dolori lancinanti e solo per caso arrivò in tempo in ospedale. Anche questa volta i sanitari furono lapidari.

Giuseppe mostrava già da questa giovane età, atteggiamenti particolari e comportamenti diversi dai suoi coetanei: amava la solitudine e rifiutava gli inviti da parte dei compagni. A poco a poco perse tutti gli amici. Non uscì più di casa. La sorella, inizialmente comprensiva e affettuosa, si mostrava attenta al suo problema e cercava di aiutarlo, ma col passare del tempo non gli rivolse più la parola. Ormai era diventato aggressivo e violento. Ogni sciocchezza era occasione di litigio duro e brutale.

Un giorno per un motivo banale umiliò la sorella e la spinse contro il muro. Ebbe questa reazione solo per il fatto di aver invitato una compagna a casa senza averlo avvisato. Pian piano io e mia figlia abbiamo capito che la banalità non esiste. Stiamo attenti a tutto, ad ogni nostro atteggiamento nei suoi confronti, ad ogni nostra risposta.

Vederlo così sembrava un ragazzo come tanti altri: alto e asciutto, occhi grandi e castani, portamento da sportivo in erba, collezionava fumetti e leggeva libri fantasy. Purtroppo pareva segnato da una malattia che lo aveva relegato ai margini e schedato tra quelli che mettevano in atto comportamenti che richiamavano prepotentemente la parola “patologia”. Ormai soffriva di un disturbo che aveva trascinato lui, ma anche tutti noi, nel dramma totale.

Uno psichiatra una volta mi disse che la schizofrenia compare spesso in relazione a eventi di isolamento e di separazione. Non vorrei che la morte della madre sia stato il fattore scatenante. Uno psicologo invece mi disse che “la malattia non è emersa prima perché l’amore che aveva per lei nascondeva la schizofrenia”. Ero confuso.

L’ottimo stato di salute mentale di mia figlia dimostra che probabilmente la perdita di un genitore non è l’unico fattore. Dove ho sbagliato? Questa domanda mi perseguita quotidianamente.

Il pomeriggio mi siedo nel divano del soggiorno e solitamente cerco di rilassarmi leggendo un libro. Non di rado sento mio figlio gridare: «Babbo! Abbassa il volume della televisione!». La televisione è spenta. Per giunta viviamo in una zona silenziosa. La mia risposta è diventata altrettanto ripetitiva quanto la sua richiesta: mi alzo e raggiungo la sua camera: «ok, ho appena spento la tv». Questa è una bugia bella e buona, ma lui si calma e per un po’non sente più le voci. Quei maledetti dialoghi tra due o più persone, quelle maledette grida di minaccia e di terrore, quelle maledette urla inesistenti che incutono timore e ansia a mio figlio.

«Quelle voci non esistono», insistevo io all’esordio del disturbo, «sono frutto della tua immaginazione».
«Non dire cazzate!» Mi rispondeva. «Quelle persone stavano urlando! Le hanno sentite anche i vicini di casa».
Raramente ammetteva che quelle voci erano immaginarie. Ammettere che quelle voci erano inesistenti significava accettare la pazzia. La sola idea gli provocava un’ansia terribile e poteva rimanere anche diversi giorni rinchiuso in camera sua.

Ora capisco che in passato non ho mai voluto accogliere i suoi disturbi ma li respingevo quasi inconsapevolmente, faticando non poco nella convivenza con mio figlio. Ora capisco di più quello che sta vivendo e mi sento pervaso da una nuova energia fatta di serenità e comprensione.

Mi sono sempre chiesto, e mi chiedo ancora quale sia il comportamento più idoneo da adottare: renderlo consapevole ma angosciato oppure assecondare le sue idee, per quanto bizzarre possano essere, per mantenere la tranquillità? Attualmente scelgo la seconda strada.

 
racconti schizofrenicitratto dal volume racconti SCHIZOFRENIci, di Stefano Porcu e Bruno Furcas (Edizioni Psiconline) - Le Voci Mute, pag. 25

Stefano Porcu è Psicologo, psicoterapeuta, formatore. Si occupa del tema della prevenzione del disagio e la promozione del benessere psicosociale, ha pubblicato contributi scientifi ci nazionali e internazionali di natura psicologica.
Collabora con organizzazioni del Terzo Settore in attività di sostegno, progettazione e realizzazione di interventi rivolti alle fasce deboli e svantaggiate, con particolare riferimento alla malattia mentale.
Ha pubblicato per Arkadia, con Bruno Furcas, il testo Storie di Bullismo: Dieci racconti e dieci giochi di gruppo per promuovere il benessere scolastico.

Bruno Furcas è laureato in Lettere Moderne a Cagliari, opera nell’ambito dell’integrazione e socializzazione di alunni minori in situazioni di grave svantaggio.
Ha pubblicato in Made in Sardinia (Cuec 2009) il racconto Pane duro e in Soltanto una palla di stoff a (Taphros 2010) il racconto Anime rosse. Ha pubblicato con Arkadia Editore Diversamente come te, con Andrea Cossu (2009), Boati di solitudine, con Salvatore Bandinu (2010), La favola di Duck, con Andrea Cossu (2010), Un mondo a parte (2011), ambientato nel diffi cile universo dell’autismo e I dolori del giovane bullo, con Salvatore Bandinu (2012), che ha inaugurato la nuova collana Paideia. Nella stessa collana ha pubblicato Storie di Bullismo, con Stefano Porcu.

 

 

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