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bulldog

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  1. Ma allora, questa persona è molto sgraziata con tutti. Nel caso specifico, mi doveva comunicare un lavoro da svolgere. Oltre ad utilizzare il tono autoritario che implica subordinazione, questa persona - che attenzione: non è una mia superiore - è molto pedante e se ti deve spiegare una cosa te la ripete tre volte. Anche se continui a dire "si lo so" "vai avanti" lei comunque deve completare tutte le frasi (frasi come "devi fare così" "non devi fare cosá") spiegandomi un lavoro che probabilmente so svolgere meglio di lei. Alla lunga l'istinto è quello di fissare un punto sulla scrivania, cercare lo sguardo dialtre persone, sospirare, flagellarsi(!) Io penso che nella comunicazione si debbano cercare dei punti di contatto (anche visivo) e se uno ti lancia segnali di aver capito, sia buona cosa rendersene conto e smettere di parlare. Poi sul tono di voce ognuno ha il suo, non discuto, però tendenzialmente preferisco parlare con chi ha un tono di voce gentile .
  2. Ciao, ho da poco cambiato lavoro e sto vivendo quindi un periodo di inserimento con nuovi colleghi. Sto avendo qualche difficoltà e per questo vorrei confrontarmi con tutti voi per sentire un po' le vostre opinioni. Dunque, premetto che non sono più il novello uscito università, ho 30 anni e già lavorato in diverse realtà. Circa un mese fa sono arrivato in questo ufficio e l'impressione fu ottima, mi é sembrato ci fosse molta cordialità (per come ero abituato: forse anche troppa!) ed anche una buona comunicazione. Su 10 persone, soltanto una (veramente molesta, ve l'assicuro) non mi stava molto simpatica a pelle, ma ho cercato di mantenere la giusta distanza, e comunque di interagire sempre con educazione. Su di lei tornerò a breve. La suddetta persona odiosa (veramente ignorante e sgraziata) ha dovuto poi interagire con me, e lo faceva in modo piuttosto insopportabile. Alle prime ho subito il suo modo di fare rimanendo comunque disponibile, ma poi son tornato a casa un giorno e mi son detto "Se glielo permetto, domani lo farà ancora, e forse di più". E così ho deciso che il giorno dopo le avrei risposto a tono se avesse avuto lo stesso modo di interloquire (avete presente quelle persone che parlano sempre, e non ti lasciano parlare? Impossibile averci a che fare...ve lo giuro!). Così, quando mi ha interdetto per l'ennesima volta le ho risposto francamente alzando un pochino il tono della voce che lavoravamo meglio se mi avesse lasciato terminare le frasi, invece di interrompere in continuazione... Effettivamente la mia azione é stata efficace, nel senso che ora la suddetta mi si rivolge con maggiore educazione, parliamo solo quando ne abbiamo necessità, per il resto ci ignoriamo abbastanza. Se la vedo nel corridoio, si gira e sparla con qualche collega. Ora, se fosse soltanto un rapporto di antipatia con lei, non ne farei una gran questione. Il problema é che questa ha in ufficio quello che credo sia suo partner/confidente (parlano continuamente a bassa voce, anche nel bel mezzo di un discorso in cui sono coinvolte altre persone) ed il suddetto é un senior, per cui tutti lo rispettano e vogliono andare d'accordo con lui perché quando si verifica un problema lui é uno di quelli che ti può sempre aiutare. Ho notato che, purtroppo, da quando si é manifestata l'antipatia tra me e la suddetta ** (non userò epiteti volgari, ma vi lascio immaginare) si é gelata un po' la comunicazione anche con lui (mi fa sempre sorrisini molto poco sinceri) ed inoltre altri colleghi nell'ufficio (un altro senior) mi osservano in maniera strana, e mi pare abbiano preso anche loro le distanze da me. Ho come l'impressione che il fatto di ribellarmi ai modi scorbutici della z** abbia creato una situazione di stallo nei miei confronti. Aggiungo che mi son reso conto che esiste una sorta di "guerra fredda" tra metà ufficio e l'altra metà... nel senso che alcune persone non si parlano e questo aggiunge una sorta di velata tensione... Io vorrei cercare di andar d'accordo con gli uni e gli altri, ma questo casus belli con la z** pare che abbia compromesso un po' i rapporti con quella metà di ufficio... Che fareste voi per mettere una pezza alla situazione? Io ho agito per "legittima difesa", perché ritengo che al lavoro i rompicoglioni vadano messi a tacere... E soprattutto credo non sia giusto subire le lagne di una tizia pedante per tutto il giorno... Però evidentemente il fatto di essere l'ultimo arrivato non mi aiuta nella mia posizione, e non vorrei compromettere rapporti che mi serviranno per lavorare bene in futuro. Voi cosa fareste? Vorrei concludere l'intervento con una lista di problematiche che credo siano comuni, per cui le vorrei elencare e vi sarei grato se mi scriveste cosa ne pensate, le vostre reazioni in certe situazioni: 1) COME AGIRE QUANDO CI SONO I "GRUPPETTI"? Io di natura sono abbastanza aperto e sincero, però per esperienza so che quando siamo in presenza di "gruppetti" chiusi, e poco disponibili ad accettare il nuovo, conviene relazionarsi in maniera formale e professionale. Alla lunga saranno i fatti a determinare se il nostro rapporto si stringerà o meno. Cercare di far parte di un gruppo a tutti i costi non fa parte del mio lavoro, e sinceramente non mi interessa. Non lo so, secondo voi sbaglio? Non vorrei perdere delle opportunità lavorative (ad es. essere coinvolto in progetti...ecc!) solo perché queste simpatie/antipatie si stanno creando... io penso che sul lavoro debba esserci la collaborazione, non l'amicizia... 2) COME RELAZIONARSI CON COLLEGHI CHE SONO PARTNER? Sembra una barzelletta, eppure nel nostro ufficio ci sono ben due (2!) coppie di fatto... a parte che a volte quando siamo in ufficio in tre é un po' imbarazzante, perché magari questi si abbracciano o manifestano effusioni... ma ok, siamo sul lavoro e non mi pesa più di tanto ignorare qualcuno per qualche istante. La cosa un po' più fastidiosa é che si parlano continuamente a bassa voce... Per cui quando parlo ad alta voce con un collega sento sempre di sottofondo i commentini loro... Non mi va di impicciarmi, però se una cosa é palesemente riferita a ciò che é stato appena detto / magari hai il dubbio, però sembra proprio così, perché non sei riuscito a sentire bene... Che fare? Ignorare e farsi sparlare in continuazione... oppure dirgli qualcosa? Meglio finger di non sentire e far la figura dei fessi oppure interagire con la loro conversazione e rompere l'equilibrio tra partner? Si accettano consigli... 3) ANDARE A PRANZO CON I COLLEGHI CON CUI STAI LAVORANDO, ANCHE SE SONO ANTIPATICI? Questa é un'atavica questione. Una volta ebbi una conversazione con il mio capo, il quale francamente aveva deciso di non supportare un rinnovo del mio contratto: lui mi disse che una delle motivazioni per cui non aveva avuto fiducia in me durante i 12 mesi trascorsi insieme era che non andavo mai a pranzo con lui... Da allora ho imparato (mio malgrado, perché la reputo una cosa decisamente stupida!) che é fondamentale (almeno in Italia) andare a mangiare con i colleghi con i quali si sta lavorando. Questo anche se non c'è troppa confidenza. In caso contrario, si rischia di creare un solco nella collaborazione che può portare a conseguenze estreme (nel mio caso fu proprio la perdita del lavoro). Ora sono in un contesto diverso, eppure si presenta una situazione simile: i colleghi si alzano per andare in mensa e non ti dicono niente. Un giorno chiesi ad uno di loro, francamente: "per favore mi puoi passare a chiamare quando andate?" Lui rispose sì.. poi non passò. Poi ci incontrammo in mensa e mi disse "Scusa", in un modo come a dire: "te l'ho fatto apposta". Allora, come agire quando ci sono colleghi fondamentalmente pezzi di m,, Se ti aggreghi non é un problema, ma non ti chiamano e sembra che li devi inseguire, se non ti aggreghi sei tu che hai qualche problema con loro (anche perché, la mensa é piccola, quindi ci si vede comunque seduti a tavoli diversi). Come risolvere la questione? Anche qui, son curioso di sentire le risposte... Un commento finale, davvero spensierato: ma quanto è stressante la vita del DIPENDENTE! Grazie a tutti in anticipo per le risposte! Un abbraccio, bulldog
  3. Ringrazio tutti per le risposte. bulldog
  4. Ciao ho 29 anni e vivo una situazione famigliare complicata. Il matrimonio dei miei genitori é un completo fallimento, io e mio fratello ce ne siamo accorti fin da quando eravamo piccoli che quello che c'era tra mamma e papà non era vero amore ma una cosa forzata. Te ne rendi conto dalle litigate, ad esempio, quando volano parole forti, pesanti, accuse e giudizi che non hanno niente a che vedere con i problemi "contigenti" ma era chiaro che la radice di tutti i mali fosse la loro scelta di stare insieme, la prigione coniugale che si erano creata. C'é da dire che, a parte rari casi, nessuno dei due ha mai minacciato di andarsene, non avendo il coraggio di farlo. Per anni io, figlio meno problematico rispetto a mio fratello, il quale invece aveva un po' di sue "turbe" e problemi personali, sono stato un po' il collante nella relazione tra i miei, nel senso che avevo il "potere" di farli smettere di litigare, introdurre un argomento di conversazione, riportare il buonumore in casa. Per anni, durante l'infanzia e l'adolescenza ho vissuto questo ruolo di mediatore in casa quasi come fosse un privilegio e non mi pesava, anzi mi sentivo importante in casa. Mio padre é un tipo silenzioso, impacciato nelle relazioni, io lo definirei misantropo, nel senso che sembra che qualsiasi relazione con gli altri lo metta a disagio. In realtà non é nemmeno così, dato che ogni volta che qualcuno gli rivolge qualche attenzione arrossisce e fa un sorriso bambinesco, però non sa proprio comportarsi con le persone. Non so che tipo di traumi possa aver avuto nella sua vita, però di certo non li ha superati. E' insicuro, per qualsiasi cosa chiede conferma a mia madre, credo che sia stato mobbato al lavoro e nel rapporto con noi figli si pone sempre alla pari, o addirittura in posizione di inferiorità. Ci ha sempre lasciato fare tutto quel che volevamo, non si é mai imposto su nulla, non abbiamo mai avuto un dialogo forte, uno scontro durante l'adolescenza. Con mio fratello sì, infatti non si parlano praticamente. Invece con me ha sempre fatto "l'amico", per il solo fatto che io, compassionevole, non lo aggredivo come gli altri ma cercavo di ascoltarlo e parlarci. Di certo non era un rapporto "sano", visto che più che altro lo assecondavo. Non é una persona cattiva, é molto legato a noi figli (pur non dimostrandolo mai con le parole, ma solo con cose "pratiche" tipo darci soldi o ricodarci quando dobbiamo pagare una multa, fare la dichiarazione dei redditi, ecc). Io crescendo ho cercato di adeguare un po' il nostro rapporto, di parlare da uomo a uomo, di affrontare temi personali e famigliari ma lui si nasconde sempre e piuttosto che affrontare argomenti o questioni "forti" preferisce abbassare lo sguardo andare via oppure non risponde niente. Io un padre così lo reputo abbastanza inutile. In più occasioni mi sono sentito in imbarazzo quando uscivo con lui, tanto che a parte dagli altri famigliari poi non andiamo mai da nessuna parte insieme. Mia madre é un altro personaggio interessante. Sicuramente ha più testa sulle spalle e maggiore capacità di comprendere gli altri e comportarsi, però questa relazione con l'uomo sbagliato l'ha logorata negli anni, per cui é diventata ansiosa con manie di controllo su tutto quello che facciamo, ogni volta che deve interpretare il ruolo mancante di padre si sente in colpa con se stessa per essersi messa in questa situazione, d'altra parte non ha mai avuto il coraggio di risolvere la questione coniugale radicalmente. Tiene mio padre con sé stile fantoccio, gli dice come deve vestirsi, comportarsi, cosa deve comprare, fare, ecc ecc. Con noi figli cerca di essere "giusta" di interpretare bene il ruolo, ma non si lascia mai andare alle emozioni. Pure lei é timida e insicura, se voglio abbracciarla devo essere io ad avvicinarmi, se voglio parlarle devo iniziare io non basta uno sguardo. Questa cosa del "ruolo" di madre ha inziato a pesarmi crescendo, quando io ho cercato di sanare un po' i nostri rapporti perché fossero più sinceri. Credo che alla base della scelta di non separarsi ci fosse il desiderio di non dividere la famiglia mentre noi eravamo piccoli. Credo che uno dei motivi per cui non abbia avuto il coraggio di farlo é la dipendenza totale di lei dal giudizio del padre (mio nonno) il quale é stata una persona di assoluto riferimento nella mia famiglia. Per me nonno é stato il vero modello di comportamento, pure avendo ben 60 anni più di me. Ora che nonno é morto sembra che finalmente alcuni nodi si siano sciolti nella testa di mia madre e finalmente abbia trovato il coraggio di prendere delle decisioni di testa sua, non sentendosi più in dovere, ma decisioni che io ritengo quantomeno discutibili. Innanzitutto da quando nonno se n'é andato mia madre ha deciso, contro il volere iniziale di mio padre, di investire parecchi soldi nella ristrutturazione della casa dove lui viveva e lei era cresciuta. Papà all'inizio non era convinto poi, come sempre, ha accettato il volere di mamma solo per accontentarla. Da 1 anno circa non fanno altro che seguire i lavori di ristrutturazione, cosa che li "tiene impegnati" h24 per cui gli unici discorsi che fanno sono sulle questioni pratiche di cose "da fare". Io e mio fratello, che peraltro ormai viviamo fuori casa da anni, in città diverse, eravamo abituati a questo tipo di situazione per cui non ci secca più di tanto. Da sempre in casa si é parlato solo di stronzate cose pratiche e nessuno ha mai fatto una battuta di spirito, un racconto, quasiasi cosa di divertente o simpatico, eccezion fatta per nonno, che invece aveva avuto una vita soddisfacente per cui era una presenza positiva in casa. Io credo che mio nonno sia il motivo per cui i miei non hanno divorziato vent'anni fa, forse perché nella sua mentalità il divorzio era considerato una vera disgrazia e non un'occasione invece per accetare la realtà. Io personalmente già da bambino ventilavo l'ipotesi di divorzio fra i miei come risolutiva, ma non ho mai avuto il coraggio di esprimere il mio malessere. Fuori casa trovavo soddifazioni (ragazza, scuola, amici) per cui ritenevo che la questione famigliare potesse in qualche modo passare in secondo piano, perché me la sarei cavata sempre da solo e non mi avrebbe mai fatto stare male. Crescendo le cose sono un po' cambiate. Durante l'università ho iniziato a farmi vedere a casa solo nei weekend ogni 2 settimane, e devo dire che quello che trovavo non era certo piacevole. A volte mamma era depressa con crisi di pianto in bagno, a volte papà si chiudeva in solitudine in camera senza voler parlare con nessuno. Altre volte prendeva il sopravvento mio fratello, i cui problemi sono sempre stati il fulcro delle discussioni in casa nostra. Mio fratello si é sempre scontrato con mi padre accusandolo di essere l'origine dei suoi problemi. Io oltre al ruolo di mediatore -pacificatore mi sono anche sobbarcato il dovere di far andare meglio le cose in casa nostra, cercando di capire i problemi e fare qualcosa, anche piccoli gesti, per rendere l'atmosfera migliore. Ho cercato di stimolare i miei ad uscire, sono uscito qualche volta con l'uno o con l'altra, ho evitato ogni conflitto con mio fratello (da piccoli eravamo cane e gatto) e anzi crescendo gli ho parlato sempre più spesso di queste cose che sentivo dentro scoprendo, con grande conforto, che anche lui sentiva le stesse cose. A differenza mia lui mi pare abbia metabolizzato il problema, nel senso che da anni ha ormai rinunciato a parlare con mio padre, parla solo con mia madre in lunghi monologhi sulle sue cose, anche se siamo a tavola seduti in quattro. E' davvero difficile entrare nei suoi discorsi, io rimango zitto e mio padre anche. Se provo a partecipare e farmi coinvolgere lui si sente quasi "minacciato" come se volessi portargli via quel momento esclusivo di dialogo con mia madre, forse frutto ancora di una lontana gelosia infantile. Insomma, in casa mia esistono solo discorsi "a due a due" e vi assicuro che questa cosa mi ha creato non pochi problemi e relazionarmi fuori, non essendo abituato in casa. Ora io ho quasi 30 anni ho una mia vita indipendente in un'altra città e torno a casa ogni tanto. Ogni volta che torno a casa mi torna un malumore cosmico, anche se provo a controllarmi. Mi viene la depressione quando torno nel paese dove sono nato e che ho deciso di abbandonare quando avevo 18 anni. Al tempo volevo partire come fanno tanti ragazzi che si sentono "oppressi" dal clima culturale locale e che vogliono aprirsi un po' la mente, andando a vivere in città. Poi crescendo ho capito che il vero motivo per cui avevo voluto andarmene era ancora da ricondursi ai miei. Non avendo loro nessun tipo di conoscenza in paese (escono solo per fare la spesa), siamo sempre stati piuttosto isolati e quando io ho tagliato i ponti con le persone che conoscevo essendo passati 15 anni, mi sono trovato praticamente solo in un paese di sconosciuti. Personalmente potrei impegnarmi per cercare di recuperare qualche rapporto ma a che pro? Non vivo più qui. Ormai quando torno da queste parti, non avendo altri se non i miei, mi sento come un topo in gabbia. Negli anni ho dovuto sempre affrontare la vita da solo, senza mai avere un consiglio buono da mamma o papà, sempre inandatti in ogni situazione. Ho dovuto conoscere la triste realtà del mondo sulla mia pelle, cascando sempre dal pero in ogni situazione. Mi é mancata molto la figura guida di un padre. Non avendo mai nessuno che ti rimprovera, cresci con un animo libertino e la convinzione di poter fare tutto quello che vuoi. Crescendo ho sviluppato anche una sorta di ribellione contro chiunque cerchi di controllarmi o manipolarmi, un'ira che si manifesta in maniera sempre più marcata più invecchio. Non accettando mai alcuna forma di controllo, vi lascio immaginare le ripercussioni a lavoro. Le prime esperienze lavorative sono state abbastanza patetiche, per aspetti più legati al comportamento che non all'effettiva resa o al risultato. Crescendo e guardandomi allo specchio mi sono reso conto che questo indomabile desiderio di controllare tutto ciò che é mio senza permettere ad alcuno di ficcarci il naso sia più un limite che altro. Mi è stato detto più volte di non essere abbastanza carismatico, di non avere un carattere "alfa" volitivo, di non sapermi incazzare, di avere atteggiamenti ambigui, "mezzo e mezzo", per non dire traditore o codardo... tutto questo é il risultato di esser cresciuto senza un padre e figlio di una madre insoddisfatta, ansiosa, depressa. Ovviamente sono corso ai ripari, dopo l'ultima volta che mi son licenziato da lavoro ho deciso di prendermi un periodo di pausa di riflessione da tutto per capire me stesso, riorganizzare la mia vita, lavorare su me stesso, sul mio carattere, ristabilire le giuste relazioni con gli altri e recuperare il terreno perso. Devo dire che mi é servito molto ristabilire un po' di ordine mentale, più che altro per affrontare alcuni "fantasmi" che avevo dentro e riconquistare la fiducia in me stesso. Ho deciso di abitare in una città che si trova a 2 ore di distanza da loro, in modo da non "scomparire" completamente ma allo stesso tempo mantenere una distanza di sicurezza. Per loro ho rinunciato ai sogni di partire per l'America o comunque andare lontano, perché non ho voluto abbandonarli. Mi chiedo se ho fatto bene. In questo ho voluto seguire un dictat di mio nonno, il quale riteneva che la famiglia fosse molto importante. Ma se una famiglia é solo fonte di tristezza per non dire disperazione, più per il passato che brucia che per il presente, che senso ha farne parte? Aggiungo che negli ultimi tempi, dopo l'ossessivo desiderio di restaurare la casa materna in cui hanno investito tutti i risparmi, i miei stanno invecchiando. Presto avranno bisogno di cure ed il clima in casa di certo non migliorerà. L'unico barlume di speranza in cui riservano le loro speranze é che, prima o poi, io o mio fratello ci sposiamo ed abbiamo dei figli che loro possano accudire. Ma voi dareste i vostri figli a gente del genere? Un nonno depresso cosmico ed una nonna che, tra l'altro, negli ultimi tempi ho scoperto avere un "collega/amico" con cui probabilmente sopperisce alla mancanza di affetto e comunicazione con il marito. Io non so più che fare. Penso solo che ho dedicato tanto tempo ed energie a pensare alla vita fallita dei miei, ne sono vittima ed allo stesso tempo carnefice, dato che ormai non riesco più a non esternare il mio fastidio quando vedo situazioni che non mi piacciono in casa. Più volte ho aggredito verbalmente mia madre perché odio la sua falsità, il suo tentativo di celare tutto a noi figli, di tenere tutto sotto controllo, e poi ho scoperto che lei cercava su internet su forum simili tipo pianetamamma cose tipo "come comportarsi con figlio che ti aggredisce". Quindi se anche lei denota un problema con me perché non decide di parlarmene? Perché é una falsa impaurita che non ha il coraggio di guardarsi allo specchio. Se parlassi con mio padre di questo malessere lui non capirebbe e sarebbe ancor più depresso. Boh. Io veramente mi chiedo cosa potrei fare per uscire da questa situazione. La cosa che più mi farebbe piacere sarebbe vederli contenti, una volta tanto, soddisfatti della propria vita insieme o separati, in modo da avviarsi verso la vecchiaia in pace. Mi piacerebbe vedere mio padre diventare un nonno con qualche consiglio da dare ai nipoti, e non bisognoso di attenzione e basta. Vorrei che mia madre si decidesse a dirmi come stanno le cose con quest'uomo che a quanto pare la aiuta ed é un supporto psicologico per lei. E non fingesse come ha sempre fato dicendo che si tratt di un semplice collega di lavoro. Non so proprio che fare, anche perché mi rendo conto di essere più forte di loro, e non vorrei ferirli o complicare la loro vita. Ringrazio in anticipo chi voglia darmi un consiglio o una parola di conforto per aver vissuto situazioni simili
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