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manuelroco

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  1. Salve a tutti, grazie per le vostre opinioni anche se confesso mi sono abbastanza perso nel cercare di seguire la logica dei vostri interventi. Comunque provo ad esprimere alcune riflessioni. Parlare di rimpianto per le occasioni perdute, mi sembra tanto una affermazione fuordeviante frutto di attese e proiezioni personali quasi sempre forgiate dall’immaginario collettivo, e non certo testimonianza di una coerente adesione alla propria realtà psico-affettiva. Forse in queste mie parole vi è un principio di fatalismo oppure una forte carica di sopportazione, ma sono certo che vi è anche una riflessione sulla maturazione personale la quale implica il progressivo riconoscimento della propria natura e della sua unicità. Forse una delle grandi fatiche nella maturazione consiste nella difficoltà di liberarsi dalle schematizzazioni culturali che ingabbiano gli aneliti più profondi in formule risolutive preconfezionate. Tuttavia, anche se dietro la parola “occasioni perdute” si cela uno schema che non approvo, vi leggo una chiave di lettura delle nostre dinamiche interiori, ossia la nostra tensione verso l’altro. Non so dove l’ho letto ma condivido in pieno questa definizione sulla persona umana: “Il massimo della solitudine ed il massimo di bisogno di relazione”. Si può vivere felici anche senza un compagno, l'amore di un figlio e senza amici. Come si può vivere anche infelicemente con un compagno, un figlio e amici. Formulato così sembrerebbe impeccabile, ma non è la modalità sociale con cui si realizzano le nostre necessità affettive che compiono la felicità, bensì lo spirito che le animano, ovvero la condivisione. Concordo che non è certo una moglie, un figlio o un compagno ecc. a produrre di per sé la felicità, ma la possibilità di condivisione con l’Altro ciò che da compiutezza alla vita e di conseguenza generare felicità. Ovviamente, il discorso sarebbe estremamente più complesso ed implicherebbe concetti come progettualità, stabilità, oblatività, ma non mi interessa stracaricare la riflessione, quanto ridurla ai minimi termini Non credo sia corretto parlare di “occasioni perdute”, bensì di “condivisioni frustrate” Se si dovesse aprire una riflessione sul valore alienante della solitudine, penso dovrebbe orientarsi sul capire la natura di questa difficoltà condivisionale.
  2. Salve a tutti: vi scrivo perché in questi piú che mai sono stanco di starmene solo e non mi si venga a dire che la solitudine è una condizione di liberta (quoto un forum che mi ha dato l’idea di scrivervi). Comunque, a dire il vero sono ancora più stanco di sentirmi paralizzato, incapace di reagire e d’altronde, mi dico sempre, cosa potrei fare? Non si pensi che sia il tipo depresso da piagnistei o da cappio al collo! Assolutamente nulla di tutto questo. Al contrario sono un tipo dalle idee chiare, gioviale e cortese. Esercito un lavoro di notevole responsabilità con gli adolescenti che credo di svolgere al meglio e so pure di essere stimato. Ma quando torno a casa, quando giungono i fine settimana o i periodi di ferie allora tutto cambia, allora è il vuoto. Allora è il chiedersi “che senso ha essere soli, per essere sempre più soli”. Non ho mai capito perché non sia mai riuscito a crearmi una rete di amicizie. Forse perché l’amicizie sono cose da ventenni, mentre quando uno arriva ai quarantacinque come il sottoscritto, tutto cambia perché, suppongo, sarebbe ovvio avere una realtà più solida, come potrebbe essere una famiglia propria. Una famiglia che non c’è e non ci sarà mai nonostante il desiderio devastante di paternità. Sono omosessuale e avrei tanto voluto vivere normalmente la mia affettività senza scendere a compromessi con stili di vita gaya, senza ghettizzarsi in locali e spiagge. Non sono affatto un timido e anni orsono mi ero anche impegnato nel tessere contati ma alla fine tutto è stato frustrante. Ovviamente conosco altre persone come me ma sento sempre più un abisso tra me e loro. A volte, analizzando la situazione, ho supposto di avere “la colpa” di far parte di quelle persone normali, con senso di responsabilità, dotati di un po’ di cultura, amanti di una vita discreta e come se non bastasse “sprofondati” in un mondo provinciale dove l’impressione è quella che non succeda assolutamente nulla. D'altronde le tante vicissitudini di questi anni e che sono state proprio tante, (la fatica con gli studi ed il precariato, la sofferenza e morte del padre, il suo perpetuo disprezzo nei miei confronti fino a diseredarmi, la penose difficoltà economiche, la malattia ect ect) mi hanno riempito di tanta amarezza e di disincanto. Per farla breve, ho alle spalle una lunga storia di fatica di ogni genere, di attese di qualcosa di bello, di desiderio di qualità nei rapporti, di fame di famiglia… e poi invece ci si ritrova qui a guardarsi la vita con le mani vuote, ad avere fame di una parola buona. Forse questo è soltanto uno sfogo che non so dove possa portare, ma comunque grazie col cuore se qualcuno mi dedica qualche minuto nel leggere queste righe. Manuel
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