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Aikon

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  1. Se si escludono fatti di violenza fisica comprovati da documentazione medica (referti, ricoveri, ecc...) - che non sembrano emergere da questa testimonianza - si può parlare di violenza domestica riferendosi a forme di manipolazione psicologica continuata nel tempo. Nel caso descritto, però - che ricordiamo essere riportato da un terzo estraneo alle dinamiche familiari e dunque coinvolto in maniera diversa riguardo ai protagonisti - la figura del vessato (il marito) contrasta fortemente con il tradimento che ha agito nei confronti del vessatore (la moglie). In maniera del tutto ipotetica (non avendo sufficienti elementi, né mezzi per poter valutare la situazione), si può dire che la violenza psicologica perpetrata da una persona nei confronti di un'altra si manifesta con un'azione continuata di atti tesi ad indebolire la volontà e l'identità personale dell'altro, il quale si ritrova in uno stato confusionale e fortemente ansiogeno, che rende difficile la distinzione di ciò che accade. E' molto difficile che una persona psicologicamente violentata si risolva ad iniziare o continuare una relazione extra-coniugale, perché ciò dimostrerebbe la capacità di volere qualcosa al di fuori di quel ciclo vizioso in cui si è ipoteticamente realizzata la violenza. Dunque, il marito sarebbe capace di esprimere una propria volontà. E se gli riconosciamo la capacità di volere una relazione con un'amante, gli dobbiamo anche riconoscere la volontà di stare con la moglie in un matrimonio che può essere problematico, ma che non ritengo possa essere violento. Dubito che se non ci sono prove oggettive di violenze fisiche, il nucleo dei Carabinieri possa fare qualcosa, tranne accogliere eventuali denunce da parte di persone che poi è bene che si ricordino di assumersi la responsabilità di ciò che dichiarano, onde evitare di ritrovarsi oggetto di legittime controquerele di calunnia. Credo che la presenza dell'altro sia la prova più evidente che non esiste violenza psicologica perpetrata su chi intrattiene il ménage extraconiugale, più di quanto lo possa essere la trascuratezza della conduzione di una casa (che é bene ricordare possa essere fatta in due e non solo dalla donna) o dal non stirare le camicie al marito, che può pure stirarsele da solo, dimostrando di aver raggiunto la maturità di potersi prendere cura di sé da solo.
  2. Mi trovo d'accordo con l'avatar di Ste
  3. Più che fornire "appigli" e strategie una psicoterapia dovrebbe rivolgere la sua attenzione al soggetto e alle cause peculiari delle sue soluzioni sintomatiche, anche perché controllare gli impulsi (se ho capito bene ciò che intendi) è qualcosa di fortemente nevrotico e la strategia diventa una stampella su cui poggiarsi. E quando la stampella si rompe o sparisce come si fa a camminare da soli se non sappiamo neanche se abbiamo le gambe?
  4. Ci può essere una miriade di motivi per cui uno psicoterapeuta non comunica una diagnosi al pz. Uno potrebbe essere la convinzione che una persona è comunque impossibile da etichettare e che DSM e testi clinici possono aiutare, ma mai essere esaustivi. Un altro potrebbe essere quello relativo al fatto che il caso necessita ancora di una diagnosi differenziale. Oppure può darsi che sia tutto materiale che non è stato affrontato in seduta. Oppure che ancora il paziente non sia pronto ad ascoltarla (ci sono dei tempi e sono anche molto delicati). Oppure il paziente oppone resistenza (l'intellettualizzazione, per esempio, può essere una difesa al riconoscimento di una verità dolorosa). Insomma, ci sono tanti motivi almeno quante sono le persone che si sottopongono ad una psicoterapia ed i relativi eventi connessi.
  5. Capisco. Ma secondo te ricercare consensi non è una forma di seduzione?
  6. Aikon

    suicidio

    Che intendi con "il resto dipende da noi"? E' volontà, per esempio preferire il cioccolato alla panna o innamorarsi di Patrizia piuttosto che di Maria? Nella tuo pensarti libero di scegliere o di autodeterminarti quanto influisce la tua capacità fisica e psichica di formulare quel tal pensiero?
  7. Penso che se fosse vero ciò che scrivi questo post sarebbe il tentativo di sedurre gli interlocutori che hai chiamato a rispondere, per cui il contenuto é fine a sé stesso. Ne é la prova il fatto che ti sei data sia la diagnosi che la prognosi, per cui da quale altra motivazione saresti spinta a chiedere ciò che ne pensano gli altri? Leggendoti mi é venuto da chiedermi: ma se il tuo terapeuta non si è pronunciato sulla diagnosi, un motivo ci sarà no?
  8. E' davvero difficile affrontare se stessi. Goditi i tuoi risultati, a volte sono necessari periodi un po' in stand-by. Ogni step ha il suo tempo giusto.
  9. Perché allora hai deciso di concludere la terapia?
  10. Ti faccio una domanda un po' forzata ;-) Potresti pensare che tra i tuoi problemi alimentari (adesso risolti), l'episodio di violenza subito ed il "transfert" non rimesso ma che ha comunque portato alla conclusione della terapia ci possa essere un nesso?
  11. Non so. La tenuta di un diario mi fa pensare ad una terapia di tipo cognitivo-comportamentale e quello che tu chiami transfert mi richiama più concetti come alleanza terapeutica o imprinting o coping. Questo per dirti che in una discussione come questa si puó far confusione sui termini perché ci sono persone che seguono terapie in cui il transfert viene affrontato con determinati strumenti ed altre che invece chiamano bonariamente transfert ció che nella loro terapia (da un punto di vista strettamente tecnico) viene trattato in altro modo. Niente di male, é solo l'ennesima riprova delle differenze dei vari orientamenti. Il fatto che sia stata tu a comunicare al tuo terapeuta il "transfert" é un segnale di progresso, specie se si hanno problematiche di anoressia o bulimia con condotte di eliminazione: hai dato prova di un tuo spazio, di un tuo esser-ci senza sentirti "invasa" o "dimenticata" da altrui presenze. Era un rivendicare una tua identità in autonomia. La decisione di interrompere molto probabilmente non é stata del tutto rielaborata, ma (pensiero del tutto personale ed opinabile) trovo che il tuo psicoterapeuta ti abbia comunicato, dando corso alla tua volontà, una bella manifestazione di rispetto. Il rispetto della tua decisione. Credo che questo periodo può essere per te molto "terapeutico" se riesci a vedere, in questo suo evolversi, il peso] della tua presenza. Ciao
  12. Ciao daniela78, che tipo di psicoterapia hai seguito? Se non sbaglio dici di aver iniziato ad aprile 2011, quindi sarebbe durata poco più di un anno ed avete già concordato di terminarla? Oppure è stata una tua scelta? Ti chiedo questo perché la gestione di quello che chiami transfert (e quindi la sua remissione), da un punto di vista tecnico, in genere richiede tempi un po' più lunghi. Mi viene il dubbio che possa esserci qualcosa di non elaborato; se ciò è comprensibile se avviene un'interruzione (per scelta del paziente), non lo è altrettanto per un trattamento che si considera terminato. Quello che stai dicendo qui è tutto materiale da portare in seduta.
  13. Sono sostanzialmente d'accordo. Diffiderei di uno psicoterapeuta che mette alla porta un paziente perché considerato irrecuperabile, condannandolo ad una pseudo vita vegetativa. Ciascuno ha i suoi tempi, le sue modalità di affrontare i propri problemi personali ed i suoi riferimenti (che in molti casi, purtroppo, coincidono con la sola figura del professionista). Sono assolutamente contraria ad una medicalizzazione della malattia mentale; anche nelle situazioni più gravi certi tipi di psicoterappia ottengono dei quasi impercettibili risultati, ma che sono preziosi passi avanti per il benessere delle persone se si riesce ad uscire dalla logica ristretta delle "misurazioni" e dalle etichettature. La possibilità di accedere ad un trattamento psicoterapeutico, anche per oltre 20/25 e più anni, la si dà a tutti. Poi sarà il paziente a decidere se restare o no.
  14. Aikon

    S.O.S

    Ciao Trilit, in certi casi il pericolo più forte é credere che con la sola forza di volontà di una dieta si elimini il problema alla radice. Ci sono eventi nella nostra vita che ci portano anche per caso a stare bene, per poi rendersi conto successivamente che l'ostacolo si era solo aggirato e non affrontato. Come penso tu capisca (altrimenti non avresti scelto un forum di psicologia per scrivere di te) la bulimia ha radici psicologiche profonde che ha riflessi nutrizionali. Affrontare il discorso solo da un punto di vista nutrizionale consente di tamponare, ma non di individuare ed eliminare la spinta emotiva che induce un certo comportamento. Una domanda, se vuoi ovviamente rispondere. Hai notato in quali occasioni sei più portata a mangiare di più?
  15. Aikon

    Aiutare fidanzata distimica.

    "Diagnosi distimia" é troppo poco per darti un consiglio costruttivo su come agire. Se trovi interessante il libro che hai linkato puoi leggerlo anche semplicemente per accostarti ad un argomento molto impegnativo, ma non ti illudere di trovarci tecniche o ricette magiche: il più delle volte troviamo utile ciò che possiamo accettare, ma non é detto che sia accettabile per la persona cui ci riferiamo. In ogni caso le tue attenzioni e la tua presenza saranno preziose, ma se permetti un suggerimento, falle sentire che ci sei ma aspetta che sia lei a muoversi verso di te, lasciale spazio e non farla sentire "malata" o problematica. In questo modo potrà sentire di essere compresa ed amata per com'è senza sentirsi appesantita dal peso delle aspettative che gli altri nutrono su di lei affinché superi i suoi problemi.
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