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Trovato 3 risultati

  1. Buongiorno, vorrei sfogarmi su una situazione che mi fa soffrire da molto tempo. Sono un disagiato sociale di 23 anni con cronici problemi di comunicazione in famiglia, e del resto le cose sono collegate. Loro sono schivi, senza viziarmi non mi hanno fatto mancare nulla da piccolo, nemmeno rabbiose botte se per educarmi. Ne ho prese davvero tante, anche ingiustamente. Non mi hanno trasmesso l’importanza di coltivare amicizie perché loro stessi non ne avevano: mio padre ha un po’ rimediato negli ultimi anni, mamma no. All’alba dei 60 sta sempre sola, lavora per colmare i suoi vuoti e non pensa ad altro. Sono certo non si senta pienamente valorizzata, le dico di non sacrificare le sue passioni ma non mi ascolta, ha paura di mettersi in gioco e preferisce “sopravvivere”. Io sono solo, e fino ai 27-28 anni credono non dovrei uscire con amici, ragazze manco a parlarne…quelle sono sempre state vietate. Del resto, anche a loro faccio schifo. Credo di essere timido il giusto, a 13 anni ho subito bullismo dal mio allenatore per un’intera stagione e reagivo colpevolizzandomi di nascosto. Spesso ho praticato autolesionismo. Da anni soffro di solitudine e me la merito: più volte mi sono sfogato con i miei ma non li tocca, e mi manca il coraggio di contraddirli definitivamente perché temo di perderli. Poco dialogo, sempre e solo orientato al lavoro (sono precario al momento) e non capiscono la mia sofferenza. Soffro per me e per loro, vedo che non godiamo del tempo passato insieme e penso ne avrò per sempre il rimorso. I pensieri di morte mi perseguitano, anche se non ho mai pensato al suicidio perché amo la vita. Vorrei farmi aiutare da un dottore ma non ho abbastanza soldi; servirebbe anche a loro se non fossero così orgogliosi. Gli anni passano, sogno di riprendermi tutto ma è una svolta che non arriva mai. Grazie di aver letto il mio sfogo, vi sarei grato se aveste consigli.
  2. Sono una ragazza adolescente ma è da dieci anni che mi sento a disagio per tutto. Per tutto,e sempre. Non mi piace il mio comportamento,il modo in cui vivo e il modo in cui gli altri si comportano con me. È davvero difficile da spiegare ma sento questo senso di profondo disagio e rabbia che mi accompagna sempre e non mi lascia mai. Voglio cambiare,ma non so come. Voglio diventare chi sono davvero,ma che non sono mai riuscita ad essere. Purtroppo non ne ho i mezzi. Mi sento uno specchio in frantumi.
  3. Replica

    Disagio esistenziale

    Volevo parlare con qualcuno di una situazione che nella mia vita si trascina avanti da anni e non riesco a trovare qualcosa di davvero utile ed efficace per far fronte a questo disagio. Vivo male, non ho un lavoro e non sono apprezzato socialmente, mi rendo conto di questa cosa e ne sono ben consapevole che la società così funziona (perciò non è che abbia un deficit, o un'incomprensione delirante di quel che accade), però un lavoro io non riuscirei a tenerlo. Mi spiego meglio, ora sto male perché non ho un lavoro e non posso ricevere quel minimo di stima sociale che mi permetterebbe di avere delle relazioni più gratificanti, ma quando ho lavorato, sono stato davvero male perché il lavoro ce l'avevo. Non lavorare lo stesso provoca certi disagi, ma lavorare mi provocava maggiori disagi. Lavorare mi toglieva le energie che mi servivano per mantenere l'igiene personale, e così io o lavoravo o mi occupavo di me, non ce la facevo a fare entrambe le cose, ad un certo punto, visto che m'ero ridotto quasi come un barbone ho lasciato perdere. Mi capita la stessa cosa anche in altri ambiti, quello relazionale ad esempio, vorrei conoscere una ragazza che mi piace, ma per far questo devo spendere molte energie (già so occhio e croce cosa mi aspetta e cosa una donna si aspetta da me) e molte volte la relazione stessa con una donna in me provoca lo stesso disagi perché devo adattarmi ad una serie di regole, i disagi un po' alla volta diventano disturbanti e lascio perdere anche qua. E così il disagio di fondo non lo tolgo mai. Mi manca una relazione, ma non le relazioni reali che ho conosciuto (visto che anche gli psicologi così le descrivono, proprio così come le comprendo io qua). Se c'è un problema non posso dire che sia a questo livello di comprensione. Io non sento il piacere di stare con qualcuno (perché spesso 'sti motivi di piacere non è che siano tanti), sento soprattutto l'impegno che devo metterci per sopportarlo questo qualcuno e adattarmi a certi ritmi sociali per averlo un po' di piacere, il piacere se c'è, è sporadico e poco. Ad esempio, a me piacerebbe uscire con una bella ragazza, ma non con una bella ragazza che poi inizia a chiedere e pretende da me di fare una serie di cose che non faccio poi così volentieri. Io sono spinto a sopportare solo piccoli fastidi e sacrifici per poter avere delle relazioni gratificanti, ma se i fastidi che devo sopportare risultano grandi per me, le relazioni stesse diventano un'ulteriore fonte di disagio. Risolvo il problema dell'eccessivo isolamento sociale e ne creo un altro a volte ben più grave. Ad esempio a voler stare con una donna, mi piacerebbe, ma non mi piacerebbe poi tanto stare con una donna che poi pretende da me certe cose. Stare con una donna così nemmeno la colma quella mancanza che mi aveva spinto a cercarla una donna. Io mi trovo in continuazione a dover far fronte alle richieste sociali che, per quanto tutti quanti possono definire "normali", compresi psichiatri, psicologi e compagnia bella, provocano in me un enorme disagio al livello mentale. Ora in questa situazione che si può fare? Premettiamo che l'adattamento a certe richieste non funziona con me, se no avrebbe dovuto funzionare prima e già da molto tempo credo. C'è qualcosa di alternativo, un'idea diversa per farmi vivere meglio dato che non vivo tanto bene? Pure se andassi da uno psicologo, e ci sono andato, cosa potrebbe dirmi di nuovo? Abituati a tutto questo? Questo ripetono sempre, c'hanno stampata in mente la parola "adattivo" e pensano che curare un disagio equivalga ad adattare una persona alle richieste sociali. Ma se l'avessi voluto fare volentieri questo, non ci sarebbe stato alcun problema o disagio di fondo. Io purtroppo sono arrivato alla conclusione che la vita così com'è non può arrivare a piacermi e può solo in buona parte disgustarmi, ed è inevitabile a diversi livelli un conflitto del genere molto forte tra quel che sento essere il mio vivere bene (che non può esserci, almeno così mi sembra fino a prova contraria, se qualcuno tirasse fuori un'idea alternativa davvero) e i vari possibili modi di vivere effettivi e "adattivi" (che mostrano gli psicologi e tutti quanti quelli che ho osservato fino ad ora) che possono esserci, ma che personalmente non riescono ad acquietarmi e rendermi tanto soddisfatto da far sparire questo disagio di fondo. Insomma o vivo male (e il male ho ben chiaro in cosa consiste, nel dover comunque sottostare a certe regole e transazioni sociali che mal sopporto) o non vivo. E il conoscere questa alternativa o l'adattarmi a certe cose (il compiere certe azioni che fanno anche altre persone) non risolve mai davvero nulla, conoscere la realtà in questo caso non mi aiuta, perché questa conoscenza la realtà la lascia così com'è.
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