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CRONACA - VITA QUOTIDIANA - COMMENTI e RIFLESSIONI........


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La figlioletta in auto loro a giocare a Bingo

Piangeva disperatamente, chiusa all'interno dell'auto dei genitori parcheggiata in via Cerveteri, a San Giovanni. La piccola, di appena 8 mesi, era stata lasciata in macchina dal papà e dalla mamma, un italiano di 33 anni e la sua compagna romena di 20 anni, intenti a giocare al «Bingo» all'interno del locale di piazza Re di Roma. Quando i due, finalmente, sono usciti in strada e si sono avvicinati alla vettura, una piccola folla nel frattempo richiamata dalle urla della neonata per poco non li ha linciati. A strappare la coppia dalle mani dei passanti inferociti ci ha pensato una volante della polizia, frattanto avvertita tramite il 113. L'auto era chiusa e la bimba piangeva soprattutto per il freddo. Il fatto è successo nella tarda serata di mercoledì, ma si è appreso solamente ieri. I genitori sono stati denunciati a piede libero per abbandono di minore. La piccolina, che non ha smesso di piangere neppure alla vista della mamma, una volta portata in commissariato ha ripreso un po' di calore ha finalmente smesso di piangere. Visitata per sicurezza in ospedale, è poi tornata a casa.

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L'articolo mi fa riflettere :

sulla compulsione del gioco

sulla mancanza del senso di responsabilità applicato ai bambini

sull'incoscienza comportamentale in genere

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Vi riporto una interessante notizia dalla RSI Svizzera

Premio per le imprese irresponsabili: vincono Chevron, Disney e Citigroup Assegnati, a Davos, i Public Eye Awards 2006

Ieri, in coincidenza con l’apertura del World Economic Forum, a Davos, in Svizzera, Le associazioni Dichiarazione di Berna e Pro Natura hanno assegnato i premi alle imprese più irresponsabili, i “Public Eye Awards 2006”, giunti alla seconda edizione.

Hanno vinto, prevalendo su oltre venti concorrenti nominati, Chevron nella categoria Ambiente, Walt Disney nella sezione Diritti Sociali e Citigroup nella categoria Tasse.

Chevron è accusata di aver contaminato, negli ultimi trent’anni, ampie zone di foreste fluviali primarie nel nord dell’Ecuador, rifiutandosi, sinora, di bonificarle.

A Walt Disney vengono contestate le violazioni dei diritti dei lavoratori in alcune fabbriche di suoi fornitori nel sud della Cina.

A Citigroup viene contestato l’operato della sua controllata Citibank, che favorisce l’evasione fiscale, aiutando milionari, potentati e imprese, a dirottare i loro capitali in paradisi fiscali e in società offshore.

Per la prima volta è stato assegnato anche un premio in positivo, vinto dal sindacato messicano SNRTE e dalle organizzazioni non governative tedesche Germanwatch e Food First Information & Action network (FIAN), per la loro battaglia, coronata da successo, contro la chiusura di una fabbrica della Continental, a El Salto, in Messico.

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qui si capisce senza ombra di equivoci che il pianeta e' controllato dalle multinazionali..i governi e i stati cosidetti democratici sono solo le loro marionette!

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Il presidente della banca: la smettano di atteggiarsi a principi del Rinascimento, non c'è più un'azienda italiana tra le prime 100 al mondo

"Troppa supponenza dei vertici Fiat"Salza: Sanpaolo doveva avvertirli della vendita dei titoli? Sarebbe stato reato

dal nostro inviato FEDERICO RAMPINI

Enrico Salza

DAVOS - "Mi sorprende che Montezemolo si sia scandalizzato perché il Sanpaolo ha venduto il pacchetto Fiat, e mi sorprende ancora di più che Marchionne si aspettasse di essere avvertito: se lo avessimo fatto avremmo commesso un reato. Se vogliono essere rispettati devono smetterla di avere un atteggiamento da principi del Rinascimento quando il Rinascimento non c'è più. Basta essere qui a Davos, dove si parla solo di Cina e India, per capire le dimensioni del problema: la Fiat si sta risanando, bene, ma ormai non c'è più una sola azienda italiana tra le prime cento mondiali". Enrico Salza, presidente del Sanpaolo, taceva da cinque giorni ma adesso vuota il sacco e si spiega.

Salza è nell'occhio del ciclone da venerdì scorso, quando il suo istituto ha venduto di colpo le azioni Fiat del famoso prestito "convertendo", e in Borsa il titolo ha avuto uno scossone per effetto della vendita di un pacchetto consistente. I vertici Fiat hanno reagito duramente, lo hanno accusato di avere danneggiato l'azienda. La vicinanza del Sanpaolo ha accentuato lo strappo, aggiungendovi un sapore di tradimento fra alleati, una spaccatura dentro l'establishment torinese che evoca l'esistenza di altre possibili linee di tensione, dentro lo stesso azionariato familiare. Sono tornate a galla vecchie ruggini, una lunga serie di contrasti fra Salza, la famiglia Agnelli, Montezemolo. Se uno strappo c'è stato, il retroscena della tensione ha radici antiche, questa non è una crisi esplosa a freddo venerdì scorso.

Approfittando della trasferta sulle Alpi svizzere dei Grigioni, in mezzo al Gotha della politica e della finanza globale, Salza si apre e reagisce alle accuse. Il banchiere ci tiene prima di tutto a difendere la coerenza e la correttezza della vendita di venerdì scorso. "Ci sono segnali che il gruppo si sta risanando e che a fine mese presenterà dei buoni risultati. Noi che cosa ci stiamo a fare, perché dovremmo conservare un pacchetto di azioni che avevamo acquisito per l'operazione di salvataggio? Da mesi quelle azioni le avevamo collocate in un portafoglio disponibile per la vendita. Era una decisione di dominio pubblico, simile del resto a quella presa da tutte le altre banche. Si trattava solo di decidere il momento giusto per vendere. Lo abbiamo fatto secondo una logica di mercato, quando il prezzo di Borsa ci sembrava buono. Io ho avvertito la Consob venerdì alle ore 13.45 e un secondo dopo ho informato il mio consiglio d'amministrazione".

"Avrei dovuto dirlo anche alla Fiat? - continua - Quest'affermazione è stata fatta con molta leggerezza. O è una pretesa da sprovveduti, o tradisce un vecchio vizio di supponenza. La nuova direttiva europea sugli abusi di mercato, convertita di recente in legge italiana, dice chiaramente che dare informazioni riservate di questo tipo a un singolo azionista è un reato. Perciò sono molto stupito che Marchionne abbia riferito di essere stato informato preventivamente quando il Monte Paschi ha venduto le sue azioni. In quanto al presunto danno che noi avremmo inflitto al valore delle azioni, mi sembra che sia stato ampiamente riassorbito".

Il banchiere torinese appare sorpreso della virulenza delle reazioni. Gli sembra fuori misura, sproporzionata all'evento. Dietro ci legge un nervosismo interno dovuto forse ad altre cause: la fragilità dei rapporti tra i vari rami della famiglia Agnelli dopo la morte di Gianni e Umberto; il dramma personale di Lapo Elkann che ha innescato malumori dentro la dinastia sulle regole di comportamento; l'irritazione di quei familiari che sono in consiglio d'amministrazione ma contano poco mentre altri hanno incarichi operativi di rilievo; infine la posizione difficile di Montezemolo "che ha accettato quella presidenza Fiat obtorto collo ma non può fare mille mestieri". Salza osserva che la stessa crescita del titolo in Borsa negli ultimi mesi può essere il risultato di qualche fondo amico che compra per stabilizzare il controllo, se nella famiglia dovessero aprirsi fratture.

Di certo lo scontro tra Fiat e Sanpaolo indica che qualcosa si è rotto. Non era questo il costume tradizionale, pochi anni fa un evento simile sarebbe stato impensabile, una offesa al galateo nei rapporti dentro l'establishment torinese. E non è solo in gioco l'equilibrio di potere tra due forze storiche del Piemonte. La Fiat rimane nonostante tutto il primo gruppo industriale italiano, il Sanpaolo la banca più grande del paese.

La tensione si tinge inevitabilmente di una dimensione anche politica, a due mesi dalle elezioni: Salza è un ulivista, amico di Prodi, l'amministratore delegato della sua banca e il direttore generale (Iozzo e Modiano) hanno ottimi rapporti con i Ds. In quanto al ruolo politico di Montezemolo, Salza non esita a classificarlo nella schiera dei "numerosi finti progressisti".

La ruggine tra i due ha radici antiche. Cattolico riformista, Salza ha sfruttato ogni occasione per controbilanciare il potere Fiat: in Confindustria, negli enti locali, nelle banche, nei giornali. "Sono sempre stato convinto che Torino sia una città con troppi sudditi, e pochi cittadini". E' fiero di alcune sue battaglie: "Quando ero editore del Sole-24 Ore ho difeso l'autonomia del giornale dalla Confindustria e ho fatto una lunga battaglia, purtroppo perdendola, perché fosse quotato in Borsa a garanzia dell'indipendenza".

Dei suoi contrasti con l'Avvocato, con Umberto e con Romiti dice: "Ho detto il mio dissenso quando affioravano tra di loro degli elementi di cultura monopolista". Fino all'ultimo intervento delle banche per il salvataggio dell'azienda nella crisi più grave: "Sono stato il più severo tra i banchieri, in quel frangente, nel criticare la confusione strategica del gruppo. E soprattutto ho detto: o gli azionisti di famiglia tirano fuori i soldi anche loro perché credono nel rilancio, oppure non vedo perché dovremmo farlo noi. Dovevo avere la certezza che un giorno ci sarebbe stato un ritorno di quell'investimento per i miei azionisti. Non siamo un'opera pia, e fortunatamente le banche non sono più aziende pubbliche, né dovrebbero subìre influenze dalla politica".

Un elemento di contrasto con Montezemolo è stato sicuramente sulla proprietà dei giornali. "Se mi avessero chiesto di cercare altri azionisti per la Stampa lo avrei fatto volentieri, da banchiere mi sarei fatto affidare un mandato per cercare altri azionisti, a patto che loro scendessero sotto il 51%. Non intendo certo occuparmi di politiche editoriali, ma come cittadino piemontese ho interesse che la Stampa si rafforzi. Qualche alleanza sarebbe stata e sarebbe ancora possibile. La famiglia Agnelli non ha bisogno di un giornale per entrare nella buona società". Un'altra occasione di conflitto con Montezemolo riguarda la Confindustria: Salza si è opposto a farvi confluire anche l'Abi, l'associazione bancaria. "So di essere un personaggio scomodo, diciamo pure un rompiballe".

Al World Economic Forum, dice, "sono venuto per respirare un'aria diversa da quella italiana, per osservare le tendenze che muovono l'economia globale, e capire meglio i problemi del nostro sistema-paese". Di quei problemi, la querelle con la Fiat è un episodio sintomatico. "Siamo fieri di aver contribuito a salvare un grande gruppo che rimane pur sempre la prima azienda manifatturiera italiana. Ricordiamo che storicamente, in media ogni dieci anni le banche italiane sono chiamate a salvare un settore industriale in dissesto. Ma qui a Davos non posso fare a meno di osservare che nessun gruppo italiano figura tra i primi cento nel mondo. Qualche anno fa c'era l'Eni, adesso non c'è più neanche l'Eni. Di fronte a sfide immense come l'emergere di nuove superpotenze economiche globali, la Cina e l'India, l'inadeguatezza delle nostre dimensioni è il problema numero uno. Una responsabilità del sistema bancario è anche quella di sostenere la crescita nella taglia e nella internazionalizzazione delle imprese. Per riuscire ad avere imprese industriali più grandi bisogna avere anche banche più grandi, e quindi il consolidamento del nostro settore creditizio non può certo considerarsi concluso. E allora, tornando alla vendita del nostro pacchetto di azioni Fiat: è già difficile fare il mestiere di banchiere, sono contrario alla supplenza, alle banche che si sostituiscono agli imprenditori. Nella crisi Fiat siamo intervenuti come banchieri, perché se non entravano le banche l'azienda saltava. E' stato un atto intelligente, responsabile, e anche rischioso. Ma non siamo mai entrati per insegnargli a fare le automobili, né per occuparci dei loro giornali, del Corriere o della Stampa. L'intervento delle banche è positivo solo se è propedeutico, se aiuta le imprese a dotarsi di una classe manageriale adeguata".

(26 gennaio 2006)

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  • 3 weeks later...

Fisco, è "assalto" al 5 per mille

30mila Onlus chiedono il riconoscimento

Dai campi da golf ai gatti randagi, dai giochi a scacchi alle bocce, dalle associazioni parrocchiali ai gay-pride, dai gruppi corali agli amici del castagno. L'elenco dei richiedenti del 5 per mille è lunghissimo e da oggi anche pubblico. L'agenzia delle Entrate ha infatti messo sul suo sito l'elenco delle onlus che hanno fatto domanda per accedere ai nuovi fondi introdotti con l'ultima Finanziaria.

Un vero e proprio esercito che va ben oltre le associazioni di volontariato "vero", fiore all'occhiello del Paese, e che comprende anche una moltitudine di associazioni, tutte no-profit e tutte a caccia di fondi.

Ma cos'è il 5 per mille? Come già avviene con l'8 per mille, dove il contribuente può decidere di destinare alle chiese riconosciute o in alternativa allo Stato una quota delle proprie tasse, la legge ha introdotto in via sperimentale la possibilità di destinare il 5 per mille a finalità di sostegno del volontariato.

La Finanziaria infatti ha previsto per l’anno 2006, a titolo sperimentale, la destinazione in base alla scelta del contribuente di una quota pari al 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a finalità di sostegno del volontariato, onlus, associazioni di promozione sociale e di altre fondazioni e associazioni riconosciute; finanziamento della ricerca scientifica e delle università; finanziamento della ricerca sanitaria; attività sociali svolte dal comune di residenza del contribuente.

Un esperimento che ha scatenato migliaia di associazioni ed enti esistenti. Un elenco lunghissimo che fotografa un'Italia dai mille volti. E lo strumento del 5 per mille, finalizzato a trovare risorse per l' Italia del no-profit, rischia cosi' di diventare uno strumento a maglie troppo larghe, almeno a leggere lo sterminato elenco di coloro che vogliono entrare nella partita.

Tra associazioni impegnate in zone di guerra o in ospedali e altre finalizzate a rendere piu' verdi i campi da golf, la scelta spettera' comunque ai contribuenti. Saranno loro, a partire dalla prossima dichiarazione dei redditi, a decidere a chi destinare una quota pari al 5 per mille delle loro tasse.

Il meccanismo e' abbastanza semplice - il contribuente dovra' solo apporre il codice fiscale dell'associazione che ritiene meritevole del suo contributo - ma forse si e' rivelato anche troppo ghiotto. Oltre 30.000 le sigle che si sono prenotate iscrivendosi all'apposito elenco dell'Agenzia delle Entrate. Le associazioni sono precisamente 30.279, di cui 29.660 onlus (o almeno queste dovevano essere secondo le intenzioni) e 619 tra istituti dedicati alla ricerca sanitaria e universitaria (di cui 570 segnalati dal ministero dell'Istruzione e 49 da quello della Salute).

L'elenco delle associazioni è già visibile e comprende le cose più disparante: un po' perche' il mondo del volontariato in Italia e' capillare, un po' perche' sembra essersi intrufolato chiunque, ma anche perche' le grandi associazioni, dall'Avis alle Acli, dall'Anfass alla Caritas, come anche gli scout o le associazioni legate ai grandi sindacati, hanno 'prenotato' piu' caselle dando la voce alle loro sedi territoriali che di fatto da anni e anni mettono in campo la loro opera veramente nel sociale.

Scorrendo il lungo elenco - 632 pagine fitte fitte di sigle e codici fiscali - sembra dunque che la norme della Finanziaria sia un po' a maglie larghe. Per ora fa fede l'autocertificazione; in un secondo momento si vedra' se davvero tutti questi soggetti hanno accesso o meno al 5 per mille. E comunque stara' al buon cuore di contribuenti scegliere a chi dare il contributo. Il 'non optato' non sara' ridistribuito, come invece accade per l'8 per mille.

TANTO SPORT. Dilettanti di calcio, basket ma nell'elenco anche associazioni di volley, golf, squash, danza. Imperversano gli amanti delle bocce.

GLI "AMICI DI..." Quasi 700 le associazioni iscritte che portano nel loro marchio la parola "amici": ci sono gli amici degli "emarginati" dei "bambini di Chernobyl" degli "indios" ma anche del "castagno", del "fegato" o del Pollino; ben una decina i gruppi amici della montagna. Tra le curiosita' anche l'associazione culturale dedicata ai nuraghe, e' in via Sardegna ma ad Alessandria. O il "club amici delle Topolino" con sede a Bergamo. C'e' ancora il coro della Parrocchia di Mussotto ad Alba ma anche l'associazione per il Gaypride di Foggia.

ENTI RELIGIOSI, E L'8 PER MILLE? Sono oltre 600 tra parrocchie e associazioni parrocchiali ad avere fatto domanda. Enti religiosi che potrebbero gia' usufruire del piu' consolidato meccanismo dell'8 per mille.

PAPA BUONO BATTE PAPA POLACCO. Tante le onlus intitolate a santi. Lungo anche l'elenco delle "misericordie" e delle "confraternite". Tra i nomi Papa Giovanni XXIII e' il piu' gettonato tra i pontefici: 27 associazioni contro le 13 dedicate a papa Wojtyla. Per restare ai pontefici dello scorso secolo, solo un paio le associazioni dedicate a Papa Luciani, una a Paolo VI.

L'elenco definitivo sara' disponibile a partire dal 10 marzo ed entro il primo marzo eventuali errori di iscrizione nell'elenco possono essere fatti valere dal legale rappresentante del soggetto richiedente presso la Direzione regionale dell'Agenzia delle Entrate nel cui ambito territoriale si trova il domicilio fiscale del soggetto medesimo. Entro il 30 giugno i legali rappresentanti dei soggetti iscritti nell'elenco definitivo devono spedire all'Agenzia una dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorieta' relativa alla persistenza dei requisiti che qualificano il soggetto richiedente tra quelli contemplati nella presente disposizione di legge.

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La figlioletta in auto loro a giocare a Bingo  

 

Piangeva disperatamente, chiusa all'interno dell'auto dei genitori parcheggiata in via Cerveteri, a San Giovanni. La piccola, di appena 8 mesi, era stata lasciata in macchina dal papà e dalla mamma, un italiano di 33 anni e la sua compagna romena di 20 anni, intenti a giocare al «Bingo» all'interno del locale di piazza Re di Roma. Quando i due, finalmente, sono usciti in strada e si sono avvicinati alla vettura,  una piccola folla nel frattempo richiamata dalle urla della neonata per poco non li ha linciati. A strappare la coppia dalle mani dei passanti inferociti ci ha pensato una volante della polizia, frattanto avvertita tramite il 113. L'auto era chiusa e la bimba piangeva soprattutto per il freddo. Il fatto è successo nella tarda serata di mercoledì, ma si è appreso solamente ieri. I genitori sono stati denunciati a piede libero per abbandono di minore.  La piccolina, che non ha smesso di piangere neppure alla vista della mamma, una volta portata in commissariato ha ripreso un po' di calore ha finalmente smesso di piangere. Visitata per sicurezza in ospedale, è poi tornata a casa.

Questo non fa che confermare ulteriormente, se mai ce ne fosse bisogno, che la gente fa i figli senza cognizione di causa ne' un minimo di coscienza. Procreano a caso, per non si sa quale motivo.

Lasciarla in macchina per il Bingo poi.. è allucinante :shock:

Capisco un'emergenza medica o i 2 minuti che uno compra il latte (anche se non si fa lo stesso), ma questa del Bingo....... :shock:

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GENITORI MALEDETTI !

Il piccolo presenta fratture alla scatola cranica e lesioni al cervello Percosso dal padre, in coma bimbo di 4 mesi L'uomo, un egiziano di 25 anni, ha tentato il suicidio dopo avere avvertito il 118. La madre, una ventenne italiana, era fuori casa

CREMA - Brutta vicenda di presunti maltrattamenti in famiglia a Crema. Un bimbo di 4 mesi è in coma dopo essere stato più volte percosso. Il piccolo è figlio di un egiziano di 25 anni che ha tentato il suicidio dopo avere avvertito il 118, e di una donna di 20 anni, italiana, che al momento del ricovero del piccolo all'ospedale si trovava fuori dalla propria abitazione.

LE INDAGINI - Sull'episodio, che ha ancora diversi lati oscuri, sta indagando la polizia di Crema, ma intanto la Procura ha aperto un fascicolo per il reato di lesioni gravissime che sarebbero state inferte dal padre sul corpo del neonato, la cui vita è appesa a un filo.

Il rapporto dei medici parla di fratture alla scatola cranica compatibile con delle percosse e delle lesioni forse irreversibili al cervello. Il padre dopo avere ingerito del topicida è stato sottoposto alla lavanda gastrica: gli inquirenti attendono che le sue condizioni di salute migliorino per interrogarlo.

21 febbraio 2006

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LO STRESS DELLA QUOTIDIANITA' LAVORATIVA

LA PRIVAZIONE DEGLI AFFETTI FAMILIARI

OVVERO : 41enne SCOPPIATO

Italiano sui 50 anni si barrica in un'area di servizio e poi si arrende Finto kamikaze in autogrill, bloccata l'A1 Un uomo dice di aver addosso una cintura esplosiva: chiuso per un'ora il traffico sulla Bologna-Firenze. Ma l'allarme rientra

L'area di servizio Cantagallo (Corsera)

BOLOGNA - «O mi faccio saltare o la polizia mi ammazza»: è iniziata con questa minaccia, all'interno del autogrill Cantagallo, la lunga mattinata del camionista «finto» kamikaze che per circa un'ora - nascondendo sotto il giubbotto un cuscino che aveva sul camion, facendo credere che fosse una cintura con esplosivo, da cui pendeva il filo di un caricabatteria - ha tenuto col fiato sospeso gli agenti intervenuti sul posto, coloro che - alcune decine di persone - si trovavano nell'autogrill, e che hanno cominciato a fuggire in preda al panico, e chi si trovava a passare con l'auto in zona.

L'autostrada è rimasta bloccata al traffico per poco più di un'ora, dalle 6.45 alle 7.50: intanto l'uomo, dopo una lunga e complessa trattativa in cui il dirigente della squadra mobile della questura di Bologna, Armando Nanei, si è finto giornalista per poter parlare con lui (il camionista chiedeva insistentemente di incontrare la stampa per raccontare i propri problemi) si è consegnato in lacrime al dirigente della Digos di Bologna, Vincenzo Ciarambino, che ha capito a un certo punto che l'uomo stava crollando. «Stava piangendo - ha raccontato Ciarambinio - gli ho allungato i fazzolettini e l'ho abbracciato».

L'uomo - 41 anni, incensurato, separato e con due figli - originario di Potenza, risiede nel biellese e lavora per una ditta di laterizi della provincia di Reggio Emilia. Agli agenti - a cui ha detto di sentirsi sfruttato sul lavoro - ha chiesto che non fossero informati i familiari. Sarà ora il magistrato Paolo Giovagnoli - in seguito agli accertamenti ancora in corso della polizia - a decidere se scatteranno a suo carico eventuali reati, come l'interruzione di pubblico servizio, procurato allarme, minacce, porto abusivo di un coltellino.

21 febbraio 2006

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Inviato: Mar Feb 21, 2006 22:48 Oggetto:

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GENITORI MALEDETTI !CREMA : PERCOSSO BIMBO IN FASCE DI 4 MESI. E' IN COMA.

Il piccolo presenta fratture alla scatola cranica e lesioni al cervello Percosso dal padre, in coma bimbo di 4 mesi L'uomo, un egiziano di 25 anni, ha tentato il suicidio dopo avere avvertito il 118. La madre, una ventenne italiana, era fuori casa

CREMA - Brutta vicenda di presunti maltrattamenti in famiglia a Crema. Un bimbo di 4 mesi è in coma dopo essere stato più volte percosso. Il piccolo è figlio di un egiziano di 25 anni che ha tentato il suicidio dopo avere avvertito il 118, e di una donna di 20 anni, italiana, che al momento del ricovero del piccolo all'ospedale si trovava fuori dalla propria abitazione.

LE INDAGINI - Sull'episodio, che ha ancora diversi lati oscuri, sta indagando la polizia di Crema, ma intanto la Procura ha aperto un fascicolo per il reato di lesioni gravissime che sarebbero state inferte dal padre sul corpo del neonato, la cui vita è appesa a un filo.

Il rapporto dei medici parla di fratture alla scatola cranica compatibile con delle percosse e delle lesioni forse irreversibili al cervello. Il padre dopo avere ingerito del topicida è stato sottoposto alla lavanda gastrica: gli inquirenti attendono che le sue condizioni di salute migliorino per interrogarlo.

21 febbraio 2006

PENA DI MORTE NO EH ?!?

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Par condicio, Agcom: "Che tempo che fa" ha violato norme

mercoledì, 22 febbraio 2006 4.18

Versione per stampa

ROMA (Reuters) - Il programma condotto da Fabrizio Fazio su Raitre, "Che tempo che fa", ha violato le regole sulla par condicio fissate dalla Commissione di Vigilanza Rai, che limitano la presenza dei politici nei programmi di intrattenimento in campagna elettorale. Lo dice oggi una nota dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom).

"Nel ciclo di trasmissioni 'Che tempo che fa' diffuse dal 4 novembre 2005 al 5 febbraio 2006, da qualificarsi come programmi di intrattenimento, si è registrata l'abituale presenza di esponenti politici, intensificatasi nell'approssimarsi della campagna elettorale, senza che tale presenza trovasse motivazione nella particolare competenza degli invitati sui temi trattati".

"Ciò ha contribuito a dare alla trasmissione una forte connotazione politica, con l'indebita introduzione, in una trasmissione non appropriata, di spazi di approfondimento politico non riconducibili a saltuarie "finestre informative" e non rispettosi, per di più, all'interno delle singole tematiche, dei "principi di parità, del più ampio pluralismo e - tranne che risulti tecnicamente impossibile - del contraddittorio".

Spetta ora alla Rai valutare l'avvio di un procedimento disciplinare, dice l'Agcom.

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avete sentito che il bimbo percosso dal padre.....si è deciso di farlo morire...perchè in condizione impossibili.... :(

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POLIZZIOTTI ASSASSINI? PARE ROPRIO DI SI!

«Guardate come hanno ridotto mio figlio: che c’entra la droga?» Sto da schifo... mi è costato tantissimo mettere quella foto sul blog... guardarla mi provoca un dolore incredibile. Ma è nulla in confronto al dolore che deve aver provato Federico nei suoi ultimi momenti di vita. Quella foto parla da sola». Non dev’essere facile parlare per Patrizia Moretti nel giorno in cui la perizia che spiega la morte di suo figlio è finalmente stata depositata in procura. Ma quelle carte, una trentina di pagine attesa da cinque mesi, sono state rifiutate ai legali di parte civile dalla pm che s’è praticamente blindata in procura dopo aver messo alla porta anche la stampa. Fabio Anselmo e Riccardo Venturi, avvocati della famiglia Aldrovandi, dovranno attendere l’avviso di avvenuto deposito per poter fare una copia della relazione dei periti.

Così, a Ferrara, inizia lo stillicidio di anticipazioni che dovrebbe terminare oggi quando Mariaemanuela Guerra, la magistrata che segue il caso, renderà pubbliche le sue conclusioni. Il bivio è tra la richiesta di archiviazione o l’emissione di alcuni avvisi di garanzia. Che la procura parli proprio oggi lo dice Stefano Malaguti, medico all’istituto di medicina legale del capoluogo estense e consulente tecnico del pm, uno dei sei periti che hanno esaminato i dati del diciottenne morto a Ferrara all’alba del 25 settembre scorso durante un misterioso e violentissimo controllo di polizia. Il mattinale della questura suggerì ai giornali locali la tesi del malore fatale dovuto a una presunta overdose. A smentire quasi subito giunse la perizia tossicologica che trovò solo lievi tracce di oppiacei e chetamina insufficienti a spiegare non solo la morte ma anche i comportamenti violenti contro sé e contro gli agenti delle due volanti che intervennero poco prima delle sei del mattino nel parchetto di fronte all’ippodromo cittadino.

Malaguti - che si limita ad assicurare che le trenta pagine forniscono una «conclusione univoca» - conferma le «profonde e concrete divergenze», tra i periti del pm e quelli della famiglia, le stesse a cui vuole accennare il procuratore capo, Severino Messina, che solo 24 ore prima aveva convocato i cronisti locali per assicurare che la procura sarebbe andata fino in fondo su questa vicenda. La parola-chiave dell’autopsia sembra «sovradosaggio», che sarebbe la traduzione italiana di overdose. In pratica, si lascia intendere che sarebbe stata l’eroina a stressare il corpo del ragazzo, con una depressione respiratoria che avrebbe influito sull’arresto cardiaco che constatarono ambulanzieri e medici del 118 accorsi sul posto. In questo modo risulterebbe alquanto temperata la conclusione dei periti della famiglia Aldrovandi per i quali Federico non sarebbe stato ucciso dalle botte e nemmeno dalla droga. Piuttosto dal trattamento complessivo subito quel mattino dagli agenti delle due volanti che, dopo averlo pestato, lo avrebbero immobilizzato con la forza fino a metterlo in condizione di non respirare. i

Enfatizzare il ruolo della droga - avverte l’avvocato Fabio Venturi - non esclude i comportamenti umani successivi».

La foto, quella che «parla da sola», è comparsa ieri pomeriggio sul blog che Patrizia Moretti ha voluto aprire cento giorni dopo la morte del figlio. «Rientrava a casa a piedi. Disarmato, incensurato, solo. Non stava commettendo nessun reato. Non aveva mai fatto del male a nessuno nella sua vita», ripeteva, ieri, il cliccatissimo diario elettronico che ha dato una scossa alle indagini. «Mostrare quelle foto era una cosa che avrei evitato se non fossi stata messa alle strette - continua al telefono con Liberazione - ma ora mi sembra un elemento che serve a capire la situazione... tutti gli atti dovrebbero essere pubblici».

Nella foto sembra evidente il segno di una manganellata, probabilmente inferta con lo sfollagente impugnato al contrario. Uno dei due attrezzi riportati a pezzi in centrale, rotti «in prossimità dell’impugnatura», come hanno dichiarato Pisanu e Giovanardi rispondendo alle interrogazioni parlamentari sulla vicenda. Gli stessi rapporti delle due volanti, intervenute in Via Ippodromo, ammettono il contatto, quantomento “brusco” con il ragazzo esperto di karate. Ma i quattro agenti non hanno mai spiegato perchè non hanno resi pubblici da subito i referti degli effetti della colluttazione su di loro. Il personale del 118 si sentirà riferire che Federico si sarebbe accasciato a terra dopo essere stato ammanettato. Il questore dichiarerà che gli infermieri avrebbero chiesto di non togliergli i ferri dai polsi. Ma tutti gli ambulanzieri diranno di aver trovato «inanimato» il diciottenne già morto all’arrivo dell’auto medicalizzata. Senza che nessuno abbia pensato di mettere mano al defibrillatore che doveva essere a bordo di una delle vetture del 113. Che “Aldro” avesse bisogno di aiuto lo hanno ripetuto i testimoni raccontando i rantoli e la disperazione di un ragazzino che, in seguito, sarebbe stato dipinto dalla questura più o meno come un energumeno tossico. Delle evidenti ferite sul corpo si cercherà di dar conto descrivendo la scena di un forsennato che sarebbe saltato su una volante ricadendo a cavallo dello sportello (da cui lo schiacciamento dello scroto) e ricaduto di schiena sul cofano e poi a terra. Sopra di lui, già ammanettato, mentre gridava aiuto, ci sarebbe stato un poliziotto che lo teneva fermo con un ginocchio puntato sulla schiena e, tirandolo per i capelli, gli teneva alzato il capo con un manganello sotto la gola. Su questo punto le relazioni degli agenti ai loro capi sarebbero contraddittorie. Una delle volanti avrebbe detto che i quattro agenti sarebbero tutti finiti a terra, durante la colluttazione, nel tentativo di ammanettare Federico. L’altra sosterrebbe, invece, che uno solo dei quattro poliziotti era chino sulla vittima. Testimoni diretti e indiretti hanno ricordato frasi precise e l’accento veneto di una poliziotta, unica donna su quelle volanti. Voci di poliziotti increduli che quel moretto, senza documenti, e con le sopracciglia folte, fosse davvero italiano. Voci, subito dopo, concitate e incredule che quel ragazzino avesse smesso di respirare. Nel giro successivo di raccolta delle testimonianze tra i residenti di Via Ippodromo, più di qualcuno ricorda il fare «arrogante» di chi indossava la divisa. Sta di fatto che un possibile testimone-chiave lascerà in fretta e furia la città dopo i fatti e altri aggiusteranno più volte il loro racconto o accetteranno di apparire in tv con la voce e il volto camuffati. Ferrara è una città divisa tra chi ha paura - «Non avete visto come hanno ridotto quel ragazzo?!» - tra chi è indifferente - «Tanto era un tossico...» - e chi continua a chiedere verità e giustizia sul blog e nella piazza centrale tra il comune e la Cattedrale, ogni sabato. Il prossimo saranno cinque mesi esatti dal “controllo” di polizia. Dalla questura si tenterà di accreditare la tesi che, se due carabinieri (uno dei quali restato ucciso in uno scontro a fuoco) hanno commesso l’errore fatale di arrestare un evaso senza perquisirlo, è stato per la «tensione provocata dal caso Aldrovandi». In città ci si chiede perché mai le indagini siano state affidate proprio alla polizia, quando addirittura un capo della polizia giudiziaria sarebbe sentimentalmente legato all’unica donna a bordo di quelle volanti. Eppure la Corte europea per i diritti dell’uomo da molti anni ha stabilito il principio secondo il quale in caso di implicazione di appartenenti alle forze dell’ordine, le indagini devono essere affidate a corpi che siano indipendenti da quelli che coinvolti nei fatti.

di Checchino Antonini (mercoledì 22 febbraio)

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Francia, patria potestà congiunta nelle coppie gay

venerdì, 24 febbraio 2006 8.46

PARIGI (Reuters) - La corte di Cassazione francese ha stabilito che tutti e due i partner di una coppia omosessuale possono esercitare la patria potestà su un figlio, piuttosto che il solo genitore naturale.

La sentenza della Cassazione, che decide sull'interpretazione della legge francese ma non svolge processi, potrebbe riaprire il dibattito sul matrimonio omosessuale in Francia e la possibilità di adottare dei bambini da parte di coppie dello stesso sesso, al momento illegali.

"Il codice civile non si oppone a una madre, come unica persona a esercitare la patria potestà, che delega tutti o alcuni diritti alla donna con cui vive in una relazione stabile e continua", ha scritto la corte nel suo verdetto.

La sentenza è valida anche per le coppie omosessuali formate da uomini, nelle quali uno dei partner è il padre biologico del figlio.

La corte ha stabilito il diritto per le coppie dello stesso sesso di esercitare congiuntamente la patria potestà in presenza di alcune condizioni: l'esercizio del diritto deve essere fatto nei migliori interessi del figlio e la presenza di un accordo.

Fino ad ora, i tribunali francesi hanno stabilito che la legge permetteva solo una delega temporale della responsabilità del padre o della madre a una persona al di fuori dei genitori naturali in casi eccezionali.

La sentenza di oggi è arrivata dopo che una coppia di francesi omosessuali legati in un'unione civile -- un diritto stabilito dal governo socialista nel 1999 - si è andata a sposare in Belgio.

"E' una vergogna dovere andare all'estero per sposarsi", ha detto Dominique Adamski, 52 anni, cha ha sposato Francis Sekens, 60 anni, nel piccolo paese belga di Mouscron, attaccato al confine francese.

L'attuale governo conservatore si oppone al matrimonio gay e non permette alle coppie omosessuali di adottare dei figli, ma ha dato alle coppie omosessuali legati da un'unione civile maggiori agevolazioni finanziarie.

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ENNESIMA TRAGEDIA FAMILIARE

Quando l'uomo si sente tradito dagli affetti più sinceri scatta la folle rivalsa vitale.

A innescare la tragedia, secondo gli investigatori, questioni d’interesse. La donna, colpita da 4 proiettili, si salverà

Andrea Acquarone

Anche ieri fioccava. Ma non c'era bisogno che la neve attutisse l'eco sorda degli spari. Nessuno avrebbe potuto sentirli. Spaventarsi.

Melignon di Rhêmes Saint Georges, una manciata di case spruzzate nel parco del Gran Paradiso, d'inverno è poco più di un paese fantasma. Ci abita una famiglia su questi pendii vicini ad Aosta: una pittrice solitaria con suo marito. Il loro è l'unico camino che fuma.

L'agriturismo vicino, invece, vive solo d'estate, quando i turisti con zuava e alpenstock scorrazzano colorando la valle.

Sei, sette colpi, ieri pomeriggio, hanno rotto l'incantesimo. Come un frullar di ali agitate. Gli uccelli, loro per primi, avevano percepito la tragedia. Richiamando due guardacaccia. La tragedia si era compiuta. Due cadaveri e una donna ferita gravemente.

Ecco il bilancio dell'ennesimo massacro famigliare. Severino Pont, 60 anni, ex operaio a Cogne ed ex guardaparco, residente a Nus, aveva appena finito di uccidere. Prima aveva sparato ad Anita Cachoz, 55 anni, la sua ex cognata, poi al nipote di lei Felice Cachoz,

di 31 anni, agricoltore di Saint Pierre. La donna, ora è in prognosi riservata, ma i medici dicono che se la caverà. Il giovane è morto, centrato da un paio di colpi calibro 22 in una stanza-magazzino dove si conservano salumi e formaggi. D'inverno non abitavano a Rhêmes, probabilmente avevano un appuntamento con l'assassino. Severino Pont a questo punto si è diretto verso l'agriturismo Edelweiss. Quello di proprietà di sua moglie Franca, dalla quale vive separato da un paio di mesi, ma forse anche l'oggetto del contendere.

Qui l'assassino è salito in una stanza al primo piano e ha impugnato ancora un'arma, stavolta una calibro 7.65, puntandola contro se stesso. Un colpo alle tempia, letale.

A dare l'allarme sono stati due guardaparco che stavano controllando la zona. Coordinati dal pm Luca Ceccanti, sul posto sono giunti i carabinieri di Aosta. Prima hanno trovato il corpo di Felice Cachoz ((oggi avrebbe compiuto 32 anni). La zia Anita, non lontano, invece respirava ancora: è stata trasportata con tre proiettili conficcati nella spalla e uno nell'inguine nell'ospedale del capoluogo e qui sottoposta ad intervento chirurgico.

Ci sarebbero del denaro, degli impegni non rispettati dopo la separazione, dietro questa esplosione di follia. Almeno così ipotizzano gli investigatori dopo aver ascoltato i parenti di vittime ed assassino. Severino Pont pochi mesi fa aveva disinvestito dei soldi in banca, sembra con l'intenzione di investirli nel mattone. Un progetto sfumato in seguito all'addio della donna.

«Soffriva molto per il fatto che la moglie se n'era andata di casa con le due figlie - spiegano alcuni famigliari- e ultimamente era apparso esaurito e depresso».

Da alcuni giorni Pont era tornato nell'agriturismo e nel primo pomeriggio ha incontrato Felice Cachoz, il nipote acquisito. Ne sarebbe nata una discussione accesa. Si parlava di soldi, di investimenti immobiliari di cui evidentemente la famiglia dell'ex moglie non voleva più saperne. Sono volate parole grosse, minacce. Stavolta erano vere.

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I SIMBOLI POLITICI DI QUESTA ITALIA

(MAMMA MIA MA SONO SEMPRE TANTI!)

Elezioni, presentati 174 simboli

ERANO 320 alle elezioni politiche del 1994, sbocciati come margherite nei pascoli del sistema maggioritario. Due anni dopo, alle politiche che consacrarono la vittoria dell'Ulivo, si erano ridotti a 274. Nel 2001, anno del trionfo di Berlusconi, erano calati a 186, per diventare 174, alle 16 di oggi, cioè alla vigilia di una tornata elettorale tutta all'insegna del proporzionale. È la storia, tutta in discesa, del numero sempre calante dei simboli depositati da partiti e movimenti politici presso la Direzione centrale dell'ufficio elettorale del Viminale. E il numero attuale è ancora al lordo del responso dell'ufficio elettorale che ha avviato l'esame di congruità dei simboli e delle relative dichiarazioni. Per legge, un simbolo non può essere confuso con un altro, nè con il logo o il simbolo di un ente o un'istituzione. La statistica recente racconta di una media di 20-25 simboli respinti dall'ufficio elettorale perch‚ privi dei requisiti necessari. La corsa, tutta in solitaria, è stata fatta e vinta dal partito dei Pensionati, collegato all'Unione, che è riuscito a occupare la prima casella della bacheca allestita dal Viminale. Vittoria che è costata sette giorni di attesa ai suoi rappresentanti. L'ultimo simbolo presentato è stato del Movimento disoccupati e precari, nato dalle associazioni dell'Università la Sapienza: il loro vero obiettivo è il voto amministrativo di Roma dove contano di presentare un candidato sindaco. Nessun dubbio sulle origini salentine dell'avv. Mario Nicoletti. Altrimenti perchè avrebbe chiamato la sua lista «Nicoletti - Salento è Regione»? Sta di fatto che i salentini non potranno dargli ragione per un fatto tecnico: l'avvocato presenterà le sue liste in Basilicata, Molise e Campania ma non in Puglia. A parte questo disguido, l'avv. Nicoletti si è intrattenuto con i funzionari del Viminale per un tempo record: 3 ore e 10 minuti. È successo infatti che al simbolo aveva allegato un programma che è parso un po’ troppo scheletrico ai funzionari. Per niente perso d'animo, l'avvocato si è messo al lavoro e in capo a tre ore ha stilato un programma di governo per l'Italia. E già che c'era ha depositato anche un altro simbolo: Democrazia europea. «Sa, è un simbolo depositato da me l'11 aprile 1961. Anche per questo simbolo ho scritto seduta stante il programma».

lunedì 27 febbraio 2006

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Derma ed epidermide innestati su 13 pazienti con gravi lesioni

Interventi presso la cattedra di Chirurgia plastica della Sapienza

Pelle nuova creata in laboratorio

primo impianto al mondo in Italia

E la ricostruzione della mammella senza ricorrere alla protesi

potrebbe diventare possibile con la coltivazione di cellule grasse

ROMA - Tredici persone con una pelle 'nuova' tutta rigorosamente 'made in Italy'. Per la prima volta al mondo ricercatori italiani hanno applicato pelle artificiale, cioè completa di strato superficiale e profondo. Derma ed epidermide sono stati innestati a bambini affetti da nevo gigante. Ma anche a pazienti che avevano subito ferite traumatiche, brutte cicatrici diventate un 'incubo' da nascondere e anche per curare un caso di angiolipoma gigante, una neoplasia.

Questo è stato possibile ricostruendo la pelle in laboratorio utilizzando tre diversi tipi di cellule staminali prelevate dai pazienti. Gli interventi sono stati eseguiti a Roma, presso la cattedra di Chirurgia plastica dell'università La Sapienza diretta da Nicolò Scuderi. Lo ha reso noto oggi a Roma lo stesso direttore intervenendo al primo congresso nazionale Corte (Conferenza italiana per lo studio e la ricerca sulle ulcere, piaghe, ferite e la riparazione tessutale) che riunisce 34 società scientifiche e inoltre associazioni di pazienti e infermieri.

"Le cellule staminali adulte - ha detto Scuderi - si utilizzano da quasi trent'anni in chirurgia plastica ma soltanto adesso, dopo tanti tentativi, si è finalmente riusciti a ricostruire la pelle intesa come intero organo", comprensivo cioè di derma ed epidermide. Finora in laboratorio era stato coltivato soltanto lo strato più esterno della pelle, l'epidermide, e soltanto recentemente alcuni gruppi di ricercatori nel mondo sono riusciti a ricostruire tutti gli strati, "ma finora nessuno ne ha mai descritto l'impiego clinico", ha detto Scuderi.

Avere a disposizione l'intera pelle permette di riparare lesioni molto gravi e profonde, come quelle dovute all'asportazione di nevi congeniti, che spesso occupano vaste porzioni di pelle, come l'intera schiena. Da nevi di questo tipo erano affette 7 delle 13 persone che hanno ricevuto il nuovo lembo di pelle sana. Sono tutti bambini, dai 3 ai 14 anni, nei quali la presenza del nevo è legata al rischio di sviluppare tumori maligni della pelle.

Delle altre 6 persone che hanno ricevuto l'impianto, due avevano ferite da trauma alle gambe, tre gravi cicatrici e una un tumore ai vasi sanguigni. Tutti gli interventi sono stati eseguiti dal gruppo dell'università 'La Sapienza' in collaborazione con l'azienda specializzata in ingegneria dei tessuti Fidia Advanced Biopolymers. "In genere - spiega Scuderi - facciamo lembi di 8cm per 8, ma potremmo creare anche interi metri quadri di cute"

Il primo intervento risale a circa due anni fa, l'ultimo alla settimana scorsa, "mentre altri tre casi - spiega Scuderi - sono in trattamento". E il futuro guarda "alla vascolarizzazione delle parti applicate", ma anche alla creazione "di bulbi piliferi". Non solo. Scuderi annuncia un progetto di ricerca di ben 20 milioni di euro che dovrebbe ottenere i fondi ministeriali in programma per il 2005.

Il progetto prevede la coltivazione di diversi gruppi di cellule, tra le quali le cellule grasse che potrebbero, ad esempio, consentire la ricostruzione "delle parti grasse della mammella, senza dover far ricorso alla protesi". Una possibilità che potrebbe essere sfruttata anche nella chirurgia plastica, ma soprattutto in favore delle donne che sono state sottoposte a quadrantectomia.

E in programma c'è anche la coltivazione delle cellule del muscolo cardiaco: "Sono sicuro - ha concluso Scuderi - che il futuro non sarà il trapianto di cuore, ma il cuore coltivato in laboratorio a partire da cellule cardiache".

(1 marzo 2006)

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:shock: :shock: :shock:

Oddio adesso non ho più scuse per affrontare il discorsetto con le mie cicatrici. Mamma mia che serata...... anzi che periodo :shock:

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LA MALASANITA' O IL CASO? UCCIDE ANCORA

VENEZIA:MUORE DOPO ASSUNZIONE COMPOSTO PER TAC IN POLIAMBULATORIO

Un uomo di 65 anni è morto dopo aver assunto un farmaco necessario per fare l'esame della Tac.Sono in corso le indagini per fare luce sull'accaduto.

Un uomo di 65 anni è morto stamani in un poliambulatorio di Padova poco dopo aver preso un composto necessario per fare l'esame della Tac. L'uomo si è sentito male dopo che gli è stato somministrato il farmaco, decedendo quasi immediatamente.Sul posto è intervenuta la Polizia che ha sequestrato vario materiale utile alle indagini necessarie per accertare le cause del decesso.Del fatto è stato informato anche il Pm padovano Roberto D'Angelo che disporrà l'esame autoptico nelle prossime ore.

Maria Emma Galbassini

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Rapporti Italo-libici. Gheddafi alza la posta News del 03-03-2006

CALA IL CONSENSO DI GHEDDAFI IN LIBIA

AUMENTA LA CONFLITTUALITA' NELLA POLITICA ESTERA :

VECCHIA POLITICA - VECCHIA MENTALITA'

Parole virulente indirizzate dal leader libico Muammar Gheddafi nei confronti dell'Italia sono state pronunciate nel corso di una celebrazione pubblica ieri sera per il 29esimo anniversario della proclamazione dell'Autorità del Popolo e della Prima Jamahiriya che si è tenuto a Sirte, al complesso di Ougadougu e poi ritrasmessa dalla tv di Stato.

Le minacce sono state pronunciate nel quadro di un violento attacco al colonialismo inquadrato in contrapposizione alla 'libertà' del popolo libico.

Gheddafi ha detto che i manifestanti erano decisi ad uccidere il console e la sua famiglia: non protestavano contro la Danimarca: "perché non hanno idea di cosa sia la Danimarca, è l'Italia che odiano", alludendo alla pubblicazione su un quotidiano danese delle vignette satiriche raffiguranti il Profeta Maometto, che aveva provocato violente proteste in tutto il mondo islamico.

Continua Gheddafi : "i libici approfittano di ogni opportunità di sfogare la loro rabbia contro l'Italia fin dal 1911, data dell'occupazione italiana. L'Italia non ha compensato il popolo libico per le sue sofferenze".

Gheddafi non ha escluso il rischio di ulteriori attacchi.

Quanto alla faccenda della maglietta indossata dall'ex ministro per le Riforme Roberto Calderoli che raffigurava delle vignette su Maometto, Gheddafi dichiara:" In Italia un ministro fascista ha parlato con odioso linguaggio razzista e crociato facendosi conoscere come fascista, colonialista, retrograde e reazionari. Il governo italiano ed anche il popolo italiano e tutta la gente lo hanno rinnegato cacciandolo ed isolandolo, dicendogli: presenta le tue dimissioni".

I toni si sono ammorbiditi riguardo la stampa e il mondo politico che lo ha fatto dimettere. Gheddafi a questo punto ha proposto un comitato popolare a cui possano partecipare tutte le componenti della società e che si occupi di gestire l'informazione visiva ed audio in quanto dichiara il leader libico che : “A quel punto qualunque cosa viene pubblicata sarà da addebitare alla società intera”.

Nella terza parte del discorso Gheddafi richiede il risarcimento dei danni all’Italia: “L'Italia è comunque un paese amico: quindi lo dimostri, e paghi. "Se l'Italia risarcisce il popolo libico e paga il prezzo, non lo farà mai più. Non che succeda, all'epoca di Berlusconi oppure Prodi o all'epoca di coloro che sono nostri amici" ha puntualizzato il leader libico. "Intendo dire non l'Italia amica che esiste oggi, ma l'Italia magari tra 50 anni oppure 100 anni non ripeterà il colonialismo in Libia. Perché saprà che colonizzandola ai tempi dell'Italia monarchica e fascista ha poi pagato il prezzo risarcendo quel popolo".

Dai fatti di Bengasi in poi il leader libico ha commentato l’evidente atteggiamento aggressivo di Tripoli. Spiega, Gheddafi che Fini durante un’intervista aveva messo in dubbio che gli incidenti

al consolato fossero nati solo dalla rabbia contro la maglietta con le vignette su Maometto sfoggiata in tv dall'ex ministro Calderoli. "Semmai quello che accade in Libia è anche una questione all'interno di quello società. Non è certo una rivelazione di segreto di Stato, che vi sono dei fermenti che mettono in discussione la leadership di Gheddafi. Ma in questo l'Italia non c'entra nulla" aveva detto Fini.

Indignata la reazione di Tripoli che aveva replicato affermando l'assoluta stabilità del regime. Il governo italiano comunque aveva recepito le istanze espresse ieri da Gheddafi già nei giorni scorsi. Il 22 febbraio in Parlamento,Fini aveva dichiarato che il governo italiano si riteneva: "impegnato a proseguire l'intensa azione per dare nuovo impulso al partenariato Italia Libia", dando priorità assoluta alla necessità di chiudere definitivamente il capitolo storico del passato coloniale, anche con ulteriori misure significative, oltre a quelle già eseguite o in corso di esecuzione, da concordare con la parte libica...".

Il vicepremier aveva tuttavia aggiunto che bisognava: "continuare a ricercare con la parte libica una soluzione accettabile del contenzioso economico sui crediti che vantano le aziende italiane, rappresentando nel contempo la necessità che si ponga termine alle discriminazioni tuttora vigenti sul piano normativo e pratico in Libia a danno delle aziende italiane".

Il giorno successivo, 23 febbraio, un comunicato di palazzo Chigi informava che il Consiglio dei ministri aveva deciso di "chiudere definitivamente il capitolo storico del passato coloniale, anche con misure altamente significative, oltre a quelle già eseguite o in corso di esecuzione, da concordare con la parte libica, che diano il segno dell'amicizia tra i due popoli, rinnovando nel contempo, si leggeva nella nota di palazzo Chigi, l'invito alle Autorità libiche a dare seguito completo agli impegni sottoscritti, in particolare ai fini della concessione senza discriminazioni dei visti ai profughi italiani".

Gheddafi, durante il discorso è sembrato alzare la posta e aggiungendovi velate minacce, particolarmente utili in clima di crisi energetica: “Non dimentichiamo che l'Italia è il primo partner commerciale della Libia. Attraverso il gasdotto Greenstream, il più lungo del Mediterraneo (520 km. da Mellitah a Gela), inaugurato da Berlusconi e Gheddafi il 7 ottobre 2004, arrivano dalla Libia in Italia circa 8 miliardi di metri cubi di gas l'anno. Il gasdotto fornisce un decimo del fabbisogno italiano di gas.”.

Intanto, proprio ieri, le autorità libiche hanno ordinato la scarcerazione di 84 militanti dell'organizzazione estremista islamica dei Fratelli Musulmani, uno dei gruppi che avrebbero organizzato i disordini di Bendasi. Questa liberazione appare dunque come un segnale distensivo da parte di Gheddafi verso l'estremismo.

Maria Alvuela Franco

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Shenzhen (Cina) - La repressione sistematica delle libertà digitali sta per acquistare una tinta accattivante. L'amministrazione di Shenzhen ha infatti creato due coloratissime mascotte destinate ai maggiori siti web ad accesso pubblico: Jingjing e Chacha, due simpatici poliziotti la cui presenza su certe pagine e servizi, forum, bacheche e chat indicherà la presenza delle cosiddette guardie rosse telematiche addette alla censura.

La notizia arriva direttamente da Shanghaiist, pubblicazione gestita da statunitensi trapiantati in estremo oriente. "Le nuove forze speciali di polizia telematica entrate in azione all'inizio del 2006", sostiene l'autore Dan Washburn, "vogliono rendere la loro presenza meno ingombrante e sembrare come innocui cartoni animati". Il problema è che "i due poliziotti a fumetti sembrano innocui fintanto le loro controparti reali non si riversano a casa tua per confiscare tutti i tuoi computer", aggiunge Washburn, "specie dopo che hai parlato del Tibet, della corruzione e dell'assenza di diritti umani".

Con questa mossa, forte di una certa influenza orwelliana, i burocrati del partito comunista cinese intendono intimidire gli utenti Internet prima ancora che osino esprimere informazioni e concetti proibiti. Jingjing e Chacha, gioco di parole sulle due parti del termine jingcha (polizia), sono già iniziati ad apparire su alcuni grandi portali della provincia di Shenzhen. La loro immagine è sempre accompagnata da una sorta d'avvertimento: "Questo è un luogo pubblico, quindi state attenti a cosa dite".

L'immagine delle due mascotte, in certi casi, può essere addirittura utilizzata per seguire un apposito collegamento ipertestuale e mettersi in contatto diretto con un operatore di polizia telematica. Gli uffici addetti al mantenimento dell'ordine online, secondo fonti locali, sono presenti in almeno 700 città della Repubblica Popolare Cinese e puntano a fornire un servizio di sorveglianza ed assistenza agli utenti Internet.

Le autorità di Pechino hanno più volte fatto sapere che la massiccia presenza di poliziotti su Internet è dovuta a motivi di "sicurezza interna", in modo da "combattere la minaccia delle truffe" e "salvaguardare l'integrità morale degli utenti". La cruda realtà, ormai sempre più evidente, è che il governo cinese ha paura delle potenzialità democratizzanti della Rete.

Nonostante la violazione dei diritti umani sia uno degli aspetti più vergognosi della Cina moderna, destinata ad un ruolo sempre più centrale nel futuro dell'alta tecnologia, il tentativo di nascondere questa anomalia dietro una maschera fumettistica non può che far riflettere ulteriormente sulle intenzioni della più grande dittatura planetaria.

Tommaso Lombardi

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