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Articolo 26 - il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani commentato

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Con il commento all'articolo 26 (utenza e conflitti personali) prosegue su Psiconline.it il lavoro a cura di Catello Parmentola e di Elena Leardini che settimana dopo settimana spiega ed approfondisce gli articoli del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani

Articolo 26 il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani commentatoArticolo 26

Lo psicologo si astiene dall’intraprendere o dal proseguire qualsiasi attività professionale ove propri problemi o conflitti personali, interferendo con l’efficacia delle sue prestazioni, le rendano inadeguate o dannose alle persone cui sono rivolte.

Lo psicologo evita, inoltre, di assumere ruoli professionali e di compiere interventi nei confronti dell’utenza, anche su richiesta dell’Autorità Giudiziaria, qualora la natura di precedenti rapporti possa comprometterne la credibilità e l’efficacia.

L’introduzione dei propri problemi o conflitti personali segna un livello diverso di riflessione deontologica.

La frontiera sulla quale un articolato giuridico formale si ritrova a vagliare termini intangibili della vita interiore.

Vaglio molto più semplice quando si tratta di transazioni materiali ma, comunque, non eludibile.

L’intangibilità di certi fattori (emozioni, sentimenti…) entra in gioco soprattutto nella relazione clinica; tuttavia, tale intangibilità non può giustificare una sovente predicata ‘extraterritorialità’ del rapporto terapeuta/paziente ad ogni giudizio e ad ogni controllo e, tantomeno, il dovere del terapeuta di rendere conto allo stesso modo di ogni altro professionista riconosciuto e normato in uno Stato di Diritto.

Non si possono rischiare esercizi professionali criptici o esoterici non sindacabili  ‘con la scusa’ di statuti e codici speciali, non comprensibili ai non addetti.

Non si può rischiare –causa l’impenetrabilità deontologica e giudiziaria- di non potere garantire tutte le tutele dovute al setting e ai suoi attori.

Per tale motivo, l’articolato giuridico formale ha dovuto misurarsi con i termini intangibili della relazione per misurare anche i termini intangibili della relazione.

Da qui discende la previsione: Lo psicologo si astiene dall’intraprendere o dal proseguire qualsiasi attività professionale solo ove propri problemi o conflitti personali, interferendo con l’efficacia delle sue prestazioni, le rendano inadeguate o dannose alle persone cui sono rivolte.

Orbene,  i propri problemi o conflitti personali sono ineludibili, tutti ce l’hanno, di più o di meno, nei diversi momenti.

Anzi, i propri problemi o conflitti personali costituiscono uno strumento di lavoro indispensabile per lo psicologo e lo psicoterapeutai: sono i paradigmi interiori, i registri su cui fare risonare i  problemi e i conflitti del paziente, per rappresentarseli e comprenderli meglio.

Quindi, il punto non è solo non averne: il punto è quando essi interferiscono in modo non appropriato, governato, con la prestazione.

Questo accade quando tali problemi o conflitti personali non sono stati dal terapeuta abbastanza ‘lavorati’, elaborati, compensati.

E sono, quindi, ancora abbastanza caldi e ‘attivi’ nell’economia intrapsichica da condizionare, contaminare il setting con un loro reattivo, non contenibile, straripare.

In quel caso, non sono più un punto di forza (so di cosa si tratta, ci sono passato, ma ci ho ben lavorato e sto ad un altro punto di me, posso incarnarle l’esempio, come ce l’ho fatta io, può farcela anche lei), ma diventano un punto di debolezza (ci sono passato e non ce l’ho fatta e, se non ce l’ha fatta il curatore, figurarsi se può farcela il curato).

Abbiamo utilizzato frasi-simbolo per rappresentare in modo immediato e diretto come i propri problemi o conflitti personali possono essere agiti in una paradigmatica clinica sana e corretta, se compensati.

O in una paradigmatica insana e scorretta, se non ancora compensati.

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È solo in questo secondo caso che i propri problemi o conflitti personali interferiscono impropriamente nelle prestazioni e solo in questo secondo caso, quindi, le stesse saranno rese inadeguate o dannose alle persone cui sono rivolte.

E solo in questo secondo caso, quindi, Lo psicologo si astiene dall’intraprendere o dal proseguire qualsiasi attività professionale.

Tuttavia, tutto questo lineare discorso teorico impatta una criticità dalla complessità irriducibile.

Il Codice deontologico si rivolge allo psicologo iscritto, affidandogli la decisione di astenersi dall’intraprendere o dal proseguire qualsiasi attività professionale.

E, in tal modo, gli affida implicitamente anche un’autovalutazione della dannosa interferenza potenziale dei propri problemi o conflitti personali.

Tale autovalutazione è ineludibile poiché c’è solo un paziente nel setting con lo psicologo e c’è solo lo psicologo dentro se stesso, a sentire il polso di sé, a sentire la portata di quello che gli accade dentro.

Ma l’autovalutazione è anche una grande criticità perché è affidata ad un professionista che può avere diversi gradi di preparazione, consapevolezza, responsabilità, esperienza e maturità.

Allora, vorremmo fornire qualche consiglio per rendere l’autovalutazione meno discrezionale e più ancorata a termini tangibili.

  1. Lo psicologo dovrebbe considerare se i problemi designati del paziente non siano per caso problemi dello stesso tipo di quelli che hanno storicamente di più esposto lui stesso. In tal caso, sarebbe bene attivare un surplus di vigilanza.
  2. Lo psicologo dovrebbe considerare se ci sono differenze tra i livelli di coinvolgimento in un dato caso clinico, se gli capita di ‘portarselo maggiormente a casa’, pensarci di più, esserne più preoccupato.
  3. Lo psicologo dovrebbe porre particolare attenzione all’efficacia del suo intervento. Se, su alcune misure tangibili (peggioramento di un sintomo, accentuato –ed espresso- reciproco disagio nel setting…), è sospettabile o riscontrabile un deficit di efficacia, tale deficit può costituire un termine dell’autovalutazione e sollecitare particolari vigilanze.
  4. L’ideale sarebbe che, in tutti i casi in cui la valutazione potesse non essere ‘auto’, non lo fosse: l’ideale sarebbe che ogni psicologo ed ogni psicoterapeuta avessero sempre un supervisore.     

Nel suo secondo comma, l’art. 26 C.D. amplia ulteriormente il proprio raggio di azione.

Lo psicologo evita, inoltre, di assumere ruoli professionali e di compiere interventi nei confronti dell’utenza, anche su richiesta dell’Autorità Giudiziaria, qualora la natura di precedenti rapporti possa comprometterne la credibilità e l’efficacia.

Anche questo secondo comma va ‘contenuto’ da attenti parametri di lettura e interpretazione.

Non dice che lo psicologo deve evitare di assumere ruoli professionali e di compiere interventi nei confronti dell’utenza nel caso in cui siano intercorsi precedenti rapporti.

Questo secondo comma non dice questo bensì qualcosa di molto diverso, sempre sul crinale dell’interferenza, proprio come il comma precedente.

Questo secondo comma evoca la natura di precedenti rapporti e solo il caso in cui tale natura possa compromettere la credibilità e l’efficacia degli interventi nei confronti dell’utenza.

E solo in tal caso, questo secondo comma dice allo psicologo che dovrebbe evitare di compierli.

E, ovviamente, neanche l’Autorità giudiziaria potrebbe (né lo vorrebbe) imporre allo psicologo un intervento non credibile e non efficace e, plausibilmente, dannoso per il soggetto.

Quindi basterà segnalare che termini pregressi di relazione impediscono l’assunzione di quel dato ruolo professionale e il compimento di quel dato intervento.

Entrando nel merito, quale natura di precedenti rapporti è più probabile che possa compromettere la credibilità e l’efficacia di interventi nei confronti dell’utenza?

È presto detto: la natura più incoerente e lontana dal contesto di intervento che si prevede.

Perché una natura relazionale incoerente e lontana porterebbe nel setting professionale codici diversi e contaminativi.

Un setting professionale sarebbe in particolare contaminato dai codici pregressi di una relazione non professionale: si genererebbe confusione e ogni volta non si saprebbe a quali codici  afferire.

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Inoltre, relazioni pregresse di tipo personale avrebbero un portato conscio o incoscio, conti da regolare, si sarebbe in gioco nei termini della vita e questo farebbe venire meno tutti i requisiti che dovrebbe possedere un setting per prevedersi come laico ed equo.

Quindi, è del tutto ovvio che non si possono instaurare delle relazioni terapeutiche con amici, amori, parenti, conoscenti ecc.

Ma possono esserci complicati e complicanti sottordini: qualora, per esempio, un ‘implicazione’ irrompe nella relazione professionale inopinatamente quando essa è già in corso, magari da tempo.

O quando l’implicazione non riguarda in modo diretto la relazione pregressa terapeuta-paziente, come nel caso di seguito introdotto.

Nel volume Prendersi cura – il soggetto psicologo e il senso dell’altro, tra clinica e sentimento (Catello Parmentola, Giuffrè Editore, Milano 2003), è riportato il caso di una paziente che incidentalmente inizia una relazione extraconiugale, scoprendo solo dopo che ‘lui’ (e sua moglie) sono amici molto cari di quello che è il suo terapeuta da oltre sei anni.

Questo può aprire un conflitto nel terapeuta: da un lato la sua paziente, dall’altro l’amica tradita.

Da un lato, anche inconsciamente, può agire un’ostilità nei confronti della paziente che contaminerebbe, con una cosa privata, il setting e potrebbe danneggiarla.

Ma, se per evitare tale danno, si sospende la terapia, ci sarebbe non solo il danno per la terapia sospesa ma anche il danno che si rappresenterebbe la paziente sentendosi tradita dal terapeuta che l’ha sacrificata all’amica (sentimenti abbandonici, di sconferma, rigetto, condanna…).

Nel volume, questo caso è riflettuto lungo molte pagine.

Il punto sostanziale è, nel caso, il rimando alla solitudine autovalutativa del terapeuta.

Perché solo lui può avere il polso e la misura della sua tranquillità su una frontiera di questo tipo.

Gli esperti consultati, infatti, dopo avere inquadrato in termini ‘dottrinari’ la vicenda, dovettero arrivare comunque alla domanda fatidica: ma lei si sente sereno?, che può continuare a vedere la paziente senza farsi ‘contaminare’ da questa circostanza intervenuta oppure no?

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Difficile averne la misura ‘da fuori’, non conoscendo la soggettiva relazione, il soggettivo momento clinico, tutti i termini anche formali e organizzativi del soggettivo modello clinico ecc.

Ma poiché la deontologia non è astrazione, bensì è un pensiero applicato, una misura ricercata, negoziazione complessa, ‘cantiere’, per quanto l’art. 26 C.D. demandi all’iscritto una propria personale autovalutazione è altresì vero che l’iscritto deve essere in grado di testimoniarne, di quella sua autovalutazione, la genesi, l’evoluzione e l’esito finale, restituendo un pensiero metodologicamente corretto e l’adozione di un atto professionale congruo e in concreto davvero tutelante per il destinatario della prestazione.

Un ultimo aspetto suggestivo vale la pena sottolineare, poiché spiega anche la costruzione proprio su due commi di quest’articolo 26: riflettendo sul caso esposto pocanzi, si può rilevare come ad un certo punto un comma è finito nell’altro e la natura di precedenti rapporti di cui al secondo comma (in questo caso, il termine di vita privata era costituito dal rapporto di amicizia con l’amica tradita) finisce col creare propri problemi o conflitti personali di cui al primo comma.

 

Settimana dopo settimana prosegue il nostro commento di tutti gli articoli del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani. L'appuntamento è per la prossima settimana con il commento all'Articolo 16. Non mancate.

In questa pagina trovate tutti i commenti finora pubblicati!

(a cura del Dottor Catello Parmentola e dell'Avvocato Elena Leardini)

 

 

 

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Tags: psicologia codice deontologico catello parmentola elena leardini Codice Deontologico degli Psicologi Italiani articolo 26

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