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Dolore che si aggiunge a dolore

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Cronaca e costume visti con l'occhio (e con il cuore) di uno psicologo

Lo sguardo di Salvacuori n. 4 - 28 febbraio 2006

Come milioni di italiani, anch'io ho letto sui giornali vari articoli sulla recente sentenza della terza commissione della Cassazione che ha stabilito che una violenza carnale inflitta ad una ragazza minorenne sarebbe di minore gravità qualora essa non sia più vergine. Questa decisione ha provocato una reazione d'indignazione collettiva, soprattutto in donne ma anche uomini di diversa età, cultura, idea politica. Dalla stessa magistratura si sono levate voci estremamente critiche che hanno preannunciato una revisione di questa decisione. E nei forum tra colleghi psicologi se n'è parlato con forte intensità emotiva. Ma c'è anche chi ha ricordato che bisogna leggere le motivazioni della sentenza, che quanto stabilito dai giudici vale solo e soltanto per quel caso specifico, che la sentenza non è di assoluzione dell'imputato ma di concessione di attenuanti non valutate nel precedente processo dove c'era stata comunque una condanna. Credo che di queste obiezioni si debba tener conto. Tuttavia, io non riesco proprio ad accettare le conclusioni e soprattutto un passaggio centrale della sentenza, che mi pare il nocciolo della stessa. Lo trascrivo, premettendo che si riferisce al fatto che – a quanto sembra – la ragazzina accettò o meglio contrattò di avere con il patrigno un rapporto orale anziché genitale (come lui chiedeva) in quanto temeva di potere essere da lui (ex tossicodipendente) contagiata : "...si era trattato di un rapporto pienamente assentito dalla stessa (la minore - ndr.) che ne aveva scelto la modalità."

A me pare che, con questo tipo di logica si potrebbe considerare consenziente anche il condannato alla pena di morte che opta per l'iniezione di pentothal al posto della sedia elettrica. Con tale affermazione, i  giudici vanno oltre il loro specifico professionale e si fanno psicologi ignoranti.  Perché il consenso è un terreno scivoloso che più scivoloso non si può, perché non è una faccenda giuridico-legale - tipo il consenso informato - se non  in minima parte. Il consenso è una faccenda maledettamente relazionale, psichica, affettiva, ed ognuno di noi ne ha esperienza quotidiana. Il consenso è tale solo se è qualcosa con-senso. E mi chiedo che vero “pieno consenso” può mai avere una ragazzina di appena quattordici anni che vive da sempre in una situazione sociale e familiare disgregata. Più o meno come il condannato a morte di cui si diceva prima. Gli studi psicologici ormai da decenni ci hanno spiegato che differenze ci sono tra reale consenso e sudditanza psicologica. Ed il fatto che una persona non abbia una pistola puntata sulla testa e ben visibile, non significa automaticamente che sia veramente libera nella sua scelta.

Questo episodio, poi, mi fa pensare a quanto spesso altro dolore si aggiunga al dolore. Non solo perché spesso la vittima di un processo per stupro o molestie si sente – viene fatta sentire – come colpevole. Ma anche perché – prima ancora che le cose arrivino nelle aule di tribunale od anche se non ci arriveranno mai – è un dolore raccontare a qualcuno ciò che si è subito.

Gli psicologi conoscono sulla loro pelle quello che io chiamo “il peso di liberarsi di un peso”. Certo, non è solo il racconto di una violenza sessuale. Ma tra tutti i tipi di racconti traumatici, questo è senza dubbio uno tra i più angoscianti e difficili.

In ventisei anni di professione, ho avuto più di una decina di queste “confessioni”. Ognuna diversa dall'altra, ognuna con le sue specificità. Ma tutte mi hanno sempre fatto sentire nella mia carne almeno una parte di tutto quel dolore indicibile e muto, di quella vergogna sepolta nel corpo e nella mente per anni, di quell'orrore che non può trovare simbolo e parola, ma semmai sintomo e, spesso, un sintomo che nasconde il dolore nel suo opposto.

Ci sono più situazioni in cui la psicoterapia è inevitabilmente un contagio, un passaggio diretto di angoscia da chi soffre a chi lo assiste: come nelle situazioni di malattia fisica in cui all'orizzonte si è affacciata la morte o la possibilità del morire. Ma l'esperienza dello stupro, a volte riaffiorata nella mente e raccontata al terapeuta anche decine d'anni dopo, questa esperienza dicevo, è ancora più dura da vivere e da comunicare.

Per questo io ed altri colleghi (con cui mi sono sentito in questi giorni) abbiamo vissuto con dolore questa sentenza. Io non conosco nulla di questa ragazza, ho semplicemente letto che vorrebbe essere lasciata in pace e che non si parlasse più di lei sui media. Solo da questo “piccolo” particolare mi viene da pensare che la sua ferita sia stata toccata ancora. E che anche nella descrizione di quella ragazza “pienamente consenziente” messa nero su bianco dai giudici, una volta ancora lei non si sia sentita riconosciuta. E nemmeno vista.

Tutto quello che io posso fare è pensare a lei ed immaginarmi d'abbracciarla. Un abbraccio di protezione, di riparazione, di restituzione di quel vero calore umano che forse ha troppo poco sperimentato nella sua vita.

 

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