Ma che figura ci facciamo? Lo psicologo nei film
Il mondo del cinema ha sempre "pescato a piene mani" nell'immaginario collettivo relativo alla rappresentazione sociale dello psicologo e/o dello psicoterapeuta. Ma che figura ne viene fuori?
di Luigi Di Giuseppe
In questi giorni ho guardato con assoluta curiosità la serie disponibile su Amazon Prime "Tutta colpa di Freud", con Claudio Bisio come protagonista maschile e Claudia Pandolfi come protagonista femminile.
Spin off di un precedente film con lo stesso titolo ed identico regista ma con interprete Marco Giallini, nelle otto puntate finora messe in onda si racconta la storia familiare e sociale di uno psicologo e delle sue tre figlie, più o meno autonome e/o indipendenti.
Le storie si intrecciano e si dipanano, nel corso delle otto puntate, creando momenti particolari di incontro e di scontro fra i protagonisti già citati e fra coloro che, volta a volta incontrano sul loro percorso di vita.
Senza raccontare la serie che è certamente divertente, briosa, sorprendente quanto basta e scorre con grande piacere sullo schermo, quello che mi preme affrontare è l'immagine sociale/culturale/sociale che il protagonista svela man mano a se stesso e ai telespettatori.
Potrei dire che, come sempre, è la figura dell'uomo che emerge e che sovrasta quella del professionista ma, francamente, non mi sento di dirlo e neppure ci riesco.
La storia del protagonista è quella di un totale fallimento, sia a livello familiare che a livello professionale, ed è davvero angosciante confrontarcisi. Il nostro psicologo non ne azzecca una.
Fallisce il rapporto di coppia per eccesso di ansia/legame nei confronti delle figlie minori o appena nate, viene abbandonato dalla moglie ma dopo otto anni è ancora legato profondamente a lei o al suo ricordo, ha crisi di panico (che non riconosce e controlla solo attraverso una costante ed incontrollata assunzione di benzodiazepine che vengono prese "dalla fonte", cioè direttamente dal contagocce che viene "sparato" in bocca), "toppa" tutti i canoni terapeuti e deontologici fino ad arrivare ad innamorarsi (ricambiato) della psichiatra che lo prende in terapia farmacologica/psicologica, gestisce pessimamente il rapporto con i pazienti e, in particolare, con un paziente innamorato della figlia e che ha un rapporto affettivo con lei, etc. etc.
Insomma, ne combina di tutti i colori e manifesta in pieno una assoluta incapacità di azione, sia a livello personale che professionale. In estrema sintesi: un disastro.
La domanda che mi pongo e che vorrei generasse riflessione in chi in questo momento legge queste poche righe è questa: cosa pensereste di un ingegnere a cui crollano le opere (tipo case, ponti e così via) o di un commercialista che ogni anno, per i suoi errori, vi porta a verifica la Dichiarazione dei Redditi? E se questa diventasse la narrazione televisiva di quella professione, con quale animo vi rivolgereste a quella categoria di professionisti?
Bene. Gli psicologi nei media sono, quando va bene, "accudenti e materni" e nella maggior parte dei casi degli emeriti "pasticcioni", incapaci di autogestione relazionale.
Forse è tempo di chiederci come mai e cercare, se possibile, strade diverse nella narrazione interna ed esterna della nostra professione.
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