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Comportamento suicida e autolesionismo nel disturbo del comportamento alimentare

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L’autolesionismo occorre nelle pazienti affette da disturbo del comportamento alimentare mostrando un incremento statisticamente significativo del rischio di attuare un comportamento suicida; in aggiunta a questo, le relazioni familiari problematiche rappresentano un importante fattore di rischio predisponente al comportamento suicida in questa popolazione di pazienti.

anoressia nervosa, autolesionismo e suicidioLa comorbidità psicopatologica, come l’autolesionismo e il comportamento suicida, sono spesso riscontrati in pazienti con disturbi alimentari.

Per comprendere le ragioni sottostanti di questa elevata comorbidità nei disturbi alimentari, gli autori del presente studio hanno valutato la presenza dell’autolesionismo e comportamento suicidario in pazienti donne ospedalizzate con una diagnosi di disturbo del comportamento alimentare.

Il comportamento suicida e l’autolesionismo si riscontrano relativamente spesso in bambini e adolescenti con un disturbo alimentare; i risultati di numerosi studio variano in relazione alle caratteristiche psicopatologiche, in termini di tipologia del disturbo (anoressia nervosa e bulimia nervosa), la durata del disturbo, la presenza di altre psicopatologie quali depressione, disturbi della personalità o abuso di sostanze.

I risultati possono comunque presentarsi diversi anche rispetto all’età della paziente, o rispetto alla valutazione, se effettuata durante l’ospedalizzazione o all’interno di un setting psicoterapeutico.

Il suicidio è una delle principali cause di morte sia nell’anoressia che nella bulimia nervosa, ed è definito come una morte autoindotta con l’evidente intento di procurarsi la morte.

Non solo il suicidio, ma anche un comportamento suicida incompiuto, ha un forte impatto sugli individui e sul funzionamento dell’intero sistema familiare.

Tali situazioni richiedono interventi specifici da parte di esperti. Recenti studi hanno mostrato un’elevata prevalenza di suicidio in soggetti con anoressia nervosa; il tasso di prevalenza in tale popolazione clinica ha una percentuale compresa tra il 3 e il 20%.

Per esempio, Bulik et all., esaminando la prevalenza dei tentativi di suicidio nell’anoressia nervosa, hanno riscontrato che il 16,9% di tali pazienti ha tentato il suicidio almeno una volta durante la propria vita.

Osservarono che una prevalenza relativamente minore si presentava in pazienti con anoressia nervosa di tipo restrittiva (7,4%) rispetto a pazienti con condotte di eliminazione (26,1%).

L’esaminare il comportamento suicida e l’autolesionismo in pazienti adolescenti affetti da disturbo alimentare è quindi clinicamente rilevante in virtù del maggiore rischio di un comportamento suicida in età adulta.

Mayes et al., riportano infatti un’elevata correlazione tra l’ideazione suicida e il tentativo di suicidio nella bulimia rispetto all’anoressia nervosa.

L’autolesionismo è invece associato a comportamenti consapevoli e intenzionali, e spesso viene ripetuto senza una motivazione suicida consapevole, ma con un impatto gravemente letale.

È spesso riferito alla “sindrome da autolesionismo intenzionale”, come ad esempio, tagliarsi con un rasoio, raschiarsi con un oggetto acuto, procurarsi bruciature con le sigarette, ma vi sono forme che sono specificamente associate con il disturbo del comportamento alimentare, come ad esempio, farsi docce gelide, attività fisica estrema, serrarsi la vita con bande, e ingoiare oggetti.

La sindrome da autolesionismo intenzionale si presenta spesso nei casi di disturbo alimentare, sia nella forma familiare di tagliarsi o nel procurarsi un’overdose di farmaci, che è, in senso diagnostico, spesso classificata come un tentativo di suicidio.

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Tuttavia, non vi è un’intenzione, anche se ambivalente, di morire; dal punto di vista clinico, tale manifestazione potrebbe infatti risultare come un tentativo di convertire il disagio psicologico in un dolore fisico.

L’autolesionismo ricorre in maniera frequente (30%-40%) in pazienti con una diagnosi clinica di disturbo alimentare e la condizione somatica delle pazienti è un’importante fattore da considerare sia per l’autolesionismo che per il comportamento suicida.

Gli obiettivi del presente studio sono quelli di identificare le associazioni tra disturbi alimentari, comportamento suicida e autolesionismo in bambini e adolescenti, valutando sia il contesto familiare di appartenenza, sia la presenza di una storia psichiatrica familiare, al fine di rilevare la presenza di comorbidità rispetto al comportamento suicida e autolesionista in queste pazienti.

Il gruppo di ricerca è stato costituito da pazienti donne ospedalizzate per la presenza di un disturbo alimentare nel Dipartimento di Psichiatria infantile dell’Ospedale Universitario di Motol, Praga.

In totale, sono state reclutate 47 ragazze con età compresa tra gli 11 e il 18 anni (età media 15). Il gruppo è stato valutato attraverso l’utilizzo di interviste semistrutturate sia psicologiche che psichiatriche, focalizzando l’attenzione sui sintomi del disturbo alimentare, sulla comorbidità psicopatologica, sulla presenza di comportamento suicida e autolesionismo, sul contesto familiare e attuale livello di stress.

Le interviste sono state effettuate anche con i genitori al fine di ricavare la storia familiare.

Tra gli strumenti è stato utilizzato il Child Adolescent Suicidal Potential Index (CASPI), un questionario sul potenziale comportamento suicida, composto da 30 item che indagano rispettivamente sintomi depressivi, motivazioni suicidarie e problemi familiari.

Il Children’s Depression Inventory (CDI) è invece un questionario composto da 27 item per valutare la presenza di depressione in bambini e adolescenti.

Tra gli altri parametri indagati gli autori hanno incluso l’ideazione suicida, tendenza suicida e tentativo di suicidio come caratteristiche del comportamento suicida.

L’ideazione suicida è stata descritta come una ripetuta espressione dell’intenzione di commettere un suicidio. I casi in cui la paziente adottava un comportamento suicida, come quello di “collezionare” farmaci con l’intento procurarsi un’overdose, sono stati classificati come tendenze suicide.

I tentativi di suicidio sono definiti come agiti autolesionisti con l’intenzione di procurarsi la morte.

 

Risultati

Dall’analisi dei risultati emerge che il disturbo prevalente all’interno del campione è l’anoressia nervosa in una percentuale del 77%; il 17% presentava anoressia nervosa atipica e il 6% presentava bulimia nervosa.

La durata media del disturbo alimentare prima dell’ospedalizzazione era di circa 14 mesi. Rispetto alla presenza di comorbidità, la depressione era presente nel 72% delle pazienti, sintomi ossessivi-compulsivi in una percentuale nettamente minore, 11%, disturbi d’ansia nel 9% delle pazienti, e abuso di sostanze nel 23% del gruppo.

Lo sviluppo di una personalità disarmoniosa è stata riscontrata nel 57% del campione. L’utilizzo di farmaci durante il trattamento riguardava invece il 34% dei casi, assumevano antidepressivi e nello specifico Inibitori selettivi del Re-uptake della serotonina (SSRI).

Rispetto alla descrizione della famiglia e valutazione dello stress corrente, il contesto familiare delle pazienti appare problematico. All’interno del gruppo, 21 pazienti presenta genitori divorziati: il 47% vive in una famiglia con entrambi i genitori biologici, il 36% con un solo genitore biologico (la madre) e il 13% con un genitore biologico e il suo/sua compagna.

In termini di funzionamento familiare, l’armonia e la serenità è stata riscontrata nel 30% del gruppo, i conflitti nel 36% dei casi, e la presenza di un ambiente disfunzionale nel 32% delle pazienti.

L’esperienza soggettiva dello stress è risultata correlata al disturbo mentale in 38 pazienti, ai problemi familiari in 27 pazienti, e a problemi nelle relazioni con i pari in 6 pazienti. Gli autori sottolineano che i fattori di stress erano spesso combinati tra loro.

Rispetto al comportamento suicida, questo è stato osservato nel 60% dei casi: l’ideazione suicidaria presentava una percentuale del 47%, tendenze suicide con organizzazione e preparazione del comportamento suicida nel 4% dei casi, e tentativi di suicidio nel 9% dei casi.

L’autolesionismo occorreva nel 49% del campione con una prevalenza di comportamenti inerenti al procurarsi dei tagli sul corpo.

Dall’analisi dei risultati emerge pertanto elevata la comorbidità psicopatologica con il disturbo del comportamento alimentare.

Questa è tipicamente connessa a depressione, sintomi ansiosi, sintomi ossessivi-compulsivi e abuso di sostanze.

All’interno del presente studio la comorbidità più frequente riguardava la depressione e la metà delle pazienti presentava inoltre uno sviluppo disarmonioso della personalità.

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La religiosità rappresenta un fattore protettivo per il comportamento suicida, come osservato nello studio di Chylovà et al; nel presente lavoro gli autori non hanno indagato le credenze religiose, ma semplicemente raccolto informazioni circa la possibilità di un’altra vita dopo la morte, riscontrando che il 53% delle pazienti credeva che la vita continuasse dopo la morte.

L’occorrenza del comportamento suicida è stato osservato in più della metà del campione, particolarmente per la presenza di seri pensieri suicidi, così come un’organizzazione dell’attività suicida e tentativi di suicidio realizzati.

L’elevata prevalenza del comportamento suicida in pazienti con disturbi alimentari è consistente e in linea con la letteratura attuale e precedente.

È pur vero che il comportamento suicida è spesso associato a sintomi depressivi, ma tuttavia, è anche spesso significativamente collegato ai sintomi del disturbo alimentare.

Come motivazioni sottostanti tali atteggiamenti le ragazze hanno riferito di non tollerare l’essere costrette a mangiare, il trattamento e la paura di “diventare grasse”.

Spesso hanno asserito “se io aumento di peso, allora la mia vita sarà inutile per me. Io non sono niente, quindi meglio non esistere affatto”.

La letteratura suggerisce che il comportamento suicida è strettamente connesso all’autolesionismo, in cui non vi è l’obiettivo diretto di procurarsi la morte ma rappresenta il maggiore fattore di rischio per il comportamento suicida.

Il presente studio conferma questo collegamento: l’autolesionismo occorre in almeno metà delle pazienti del gruppo e queste pazienti mostrano un incremento statisticamente significativo del rischio di attuare un comportamento suicida.

I risultati estratti dai questionari confermano l’incremento del rischio di comportamenti suicidi e autolesionistici così come la presenza di sintomi depressivi.

Rispetto alla valutazione del contesto familiare, solo una minoranza di pazienti vive in una famiglia armoniosa e più della metà di queste esperiscono comunque forme di stress associate alla famiglia.

Le relazioni familiari problematiche sono un importante fattore di rischio per il comportamento suicida sia in bambini che adolescenti. Tuttavia, lo stress percepito è evocato dal disturbo alimentare in sé, che a sua volta incrementa il rischio di conflitti in famiglia.

Questi conflitti sono particolarmente associati con il comportamento alimentare del paziente, il suo peso e le sue abitudini alimentari.

Lo studio risulta comunque limitato per il piccolo numero costituente il campione, per l’uso di scale self-report e per essersi focalizzato solo su ragazze con disturbo del comportamento alimentare.

Nonostante questi limiti, i risultati, in accordo con la letteratura, mostrano come ragazze adolescenti con disturbo del comportamento alimentare presentano un rischio maggiore di comportamento suicida e autolesionismo, suggerendo che quest’ultimo è connesso al comportamento suicida.

Lo studio ha inoltre evidenziato che i disturbi del comportamento alimentare sono associati sia al comportamento suicida che ai conflitti familiari. Questi due fattori si influenzano reciprocamente.

Per una buona pratica clinica, gli autori raccomandano che durante la valutazione di bambini e adolescenti con disturbi alimentari, i pediatri, gli psichiatri e gli psicologi, devono considerare seriamente il rischio potenziale dell’autolesionismo e del suicidio.

 

Bibliografia

  • Brent DA. Preventing youth suicide: time to ask how. J Am Acad Child Adolesc Psychiatry. 2011;50(8):738–740.
  • Bulik CM, Thornton L, Pinheiro AP, et al. Suicide attempts in anorexia nervosa. Psychosom Med. 2008;70(3):378–383.
  • Chylová M, Pálová E, Kovaničková M. Breznoščáková. Prieskum suicidálnoho správania v období dospievania [Survey of suicidal behavior in adolescence]. Cesk Psychol. 2011;55(4): 306–315. Czech.
  • Favaro A, Santonastaso P. Self-injurious behavior in anorexia nervosa. J Nerv Menl Dis. 2000;188(8):537–542.
  • Fennig S, Hadas A. Suicidal behaviour and depression in adolescents with eating disorders. Nord J Psychiatry. 2010;64(1):32–39.
  • Mayes SD, Fernandez-Mendoza J, Baweja R, et al. Correlates of suicide ideation and attempts in children and adolescents with eating disorders. Eat Disord. 2014;22(4):352–366.
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  • Suokas JT, Suvisaari JM, Grainger M, Raevuori A, Gissler M, Haukka J. Suicide attempts and mortality in eating disorders: a follow-up study of eating disorder patients. Gen Hosp Psychiatry. 2014;36(3):355–357.

 

Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro

 

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Tags: fattori di rischio autolesionismo ideazione suicidaria comorbidità disturbi del comportamento alimentare comportamento suicida tendenze suicide conflitti familiari

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