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Lo space clearing, ovvero “l’arte di fare spazio”: quando l’ordine esteriore si ripercuote su quello interiore

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Sarà capitato a tutti di fare le cosiddette “grandi pulizie”: svuotare e riordinare cantine, garage, ripostigli, cassapanche o scatole che non aprivamo da parecchi anni e che contenevano vecchi documenti o fotografie.

di Lorenza Fiorilli

Lo space clearing ovvero larte di fare spazion quando lordine esteriore si ripercuote su quello interiore

E alzi la mano chi non ha mai pronunciato almeno una di queste frasi:Può sempre essere utile”, di fronte ad qualcosa che non abbiamo mai usato; “Lo avevo ancora conservato? Ma non lo avevo già buttato?”, riferendosi ad un oggetto che la nostra mente non ricordava quasi più; “Beh, è ridotto male, ma è un ricordo di mamma/papà/nonno-a/zio-a/ cugino-a/ migliore amico-a” parlando di un vecchio regalo al quale teniamo particolarmente; “Si, come no! E io ci credevo pure!”, leggendo un bigliettino di San Valentino di un ex con su scritto “Insieme per sempre”; “Come sono invecchiato/a!” guardando una vecchia fotografia.

E quando ci troviamo di fronte a vecchi regali, biglietti di auguri, vestiti che non vanno più, ognuno di noi si trova a dover rispondere alla fatidica domanda: “Lo butto o lo conservo?”.

Sembra una cosa sciocca ma non lo è: di fronte a questa decisione entrano in gioco molteplici fattori, in particolare quelli emotivi. Ogni oggetto, che sia un vestito, un giocattolo di quando eravamo bambini, una cartolina, porta con sé tutte le emozioni, positive o negative, di quel particolare periodo o ci ricorda una persona che magari non c’è più. Ci si trova da soli, con quell’oggetto in mano e ci si sente dubbiosi sul da farsi. Ma, alla fine, riusciamo sempre a prendere una decisione; e quando si decide di non conservarlo è perché facciamo appello alla nostra parte razionale oppure perché preferiamo tenere con noi il ricordo di quell’oggetto piuttosto che conservarlo fisicamente.

Quando invece prendiamo la decisione di tenerlo, l’importante è che l’oggetto in questione susciti in noi emozioni positive o che sia legato a momenti piacevoli della nostra vita, in quanto conservare cose che ci ricordano persone con cui non abbiamo più un bel rapporto oppure oggetti che ci rimandano ad un momento spiacevole può essere d’intralcio al nostro cambiamento.

In che modo? Ce lo spiega lo space clearing”, ovvero “l’arte di fare spazio”, una disciplina che mette in stretta relazione l’ordine esteriore con quello interiore; secondo i fautori di questa disciplina dovremmo tenere con noi solo cose utili o che, comunque, suscitano in noi ricordi piacevoli ed emozioni positive. Conservare oggetti inutili o che riportano alla mente ricordi negativi o spiacevoli può impedirci di affrontare e accettare i cambiamenti che la vita ci offre, in quanto accumulare oggetti superflui può creare un “ingombro interiore” e diventare una “zavorra emotiva” che ci tiene ancorati ad un passato che non ci appartiene più.

Tale disciplina chiama gli oggetti inutili o superflui “clutter”, e sono tutti quelli legati ad esperienze passate che ci procurano emozioni negative quali tristezza, malinconia o rabbia, oppure oggetti che ci sono stati regalati da persone che, per qualche ragione, vorremo dimenticare.

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Fare ordine nei nostri armadi e cassetti, quindi non è una cosa così banale, ma ordine e cambiamento sono spesso legati; non a caso, quando stiamo passando un periodo di trasformazione, quale può essere la fine di una relazione amorosa, il trasferimento in una nuova città, o un cambio di lavoro, viene voglia di riordinare; questo perché quando facciamo ordine nella nostra casa, mettiamo ordine in noi stessi.

Un discorso a parte merita, invece, la patologia legata al non riuscire a buttare gli oggetti, detta disturbo da accumulo patologico o disposofobia, ovvero “paura di buttare via”; le persone che sono affette da questo disturbo accumulano in casa oggetti inutili o vecchi tanto da non riuscire più avere posto in casa dove sedersi o dove mangiare e rendere inabitabili intere stanze.

Diverse sono le cause che portano a tale disturbo, ma alcuni studiosi hanno scoperto che tali persone sono spesso troppo coinvolte nei confronti degli oggetti che conservano: una penna, una scatola, un biglietto, vengono percepiti come parte della propria persona e quindi, buttarli, significherebbe per loro, gettare via una parte della loro vita e della propria sfera emotiva.

Ovviamente, non c’è da confondere tale patologia con chi, invece, ha l’hobby di collezionare libri, modellini di auto, monete antiche o qualunque altro oggetto.

Per quanto riguarda la terapia più adatta per riuscire a superare la disposofobia, si è dimostrata particolarmente utile la terapia cognitivo-comportamentale, che comprende sedute individuali o di gruppo, tra i quali i gruppi di auto aiuto.

 

 

Articolo a cura della Dottoressa di Lorenza Fiorilli

 

 


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Tags: space cleaning buttare

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