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Coazione a ripetere

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"Ciò che è rimasto capito male ritorna sempre; come un'anima in pena, non ha pace finchè non ottiene soluzione e liberazione", S. Freud

coazione a ripetereIl termine coazione a ripetere è impiegato correntemente nella psichiatria descrittiva come da quella dinamica per indicare la tendenza a compiere atti psichici per un irresistibile bisogno interno, contro il quale nulla possono il ragionamento e la volontà.

Il fenomeno si può manifestare sul solo versante del pensiero così come, più genericamente, del comportamento.

Secondo la terminologia psicoanalitica, indica una proprietà dell’inconscio a mantenere immutate determinate caratteristiche fondamentali all’infuori della stessa dinamica conflittuale o addirittura contro di essa; in altri termini l’inconscio tende a un’omeostasi conservatrice.

All’interno della relazione analitica, questo meccanismo si manifesta quando il paziente, attraverso la riproduzione di situazioni indesiderate nella relazione con il terapeuta, tenta inconsciamente di sabotare il trattamento, bloccandone il progresso o interrompendolo prima che sia attuato.

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È bene fare una distinzione tra la ripetizione e la coazione a ripetere; nel primo caso, questa si presenta come un fenomeno connesso allo sviluppo motorio e mentale del bambino nel processo di apprendimento.

Durante le attività ludiche, i bambini sfruttano la ripetizione per padroneggiare l’esperienza della perdita o di eventi traumatici subiti grazie al capovolgimento di ruoli, ossia da una posizione passiva a una attiva.

A tal proposito, Sigmund Freud osservò che il proprio nipotino di un anno e mezzo, invece di piangere quando la mamma si allontanava, giocava facendo rotolare lontano un rocchetto che poteva richiamare a sé tirando il filo a cui era avvolto.

Attraverso questo gioco di scomparsa e riapparizione del rocchetto, riusciva a tollerare la separazione e, contemporaneamente, si vendicava della madre allontanando egli stesso il rocchetto.

La ripetizione per Freud, si presentava in tutti i sintomi clinici, in quanto il sintomo era da lui inteso come il riproporsi nell’attuale, secondo varie modalità ripetitive, di contenuti passati, inconsci e ritenuti inaccettabili dalla coscienza.

A partire da tali premesse, concepì il meccanismo della fissazione o rimozione, di cui la ripetizione consentirebbe il ritorno di tali contenuti rifiutati.

Nel processo terapeutico questa si manifestava attraverso il transfert, come espressione del conflitto rimosso che andava così riattualizzandosi nella relazione con l’analista.

In questo ambito di ricerca Freud identificò il complesso fenomeno, definito coazione a ripetere, da cui presero corpo le successive elaborazioni culminate nella formulazione del concetto di “istinto di morte”.

Lui stesso definiva la coazione a ripetere come quel “processo incoercibile e di origine inconscia, per cui il soggetto si pone attivamente in situazioni penose, ripetendo così vecchie esperienze senza ricordarsi del prototipo”.

Ciò che impone a Freud il concetto di coazione a ripetere, quale nozione indipendente dalla consueta analisi delle nevrosi, è il carattere singolare e stupefacente dei fenomeni che esso designa: il soggetto tende a ripetere in maniera compulsiva, nella vita quotidiana e nello stesso rapporto con l’analista (transfert), esperienze che apparentemente contraddicono la sua fondamentale tendenza all’appagamento del desiderio, il cosiddetto “principio di piacere”.

Le riflessioni compiute da Freud lo portarono successivamente a collegare tale meccanismo ai moti pulsionali; il fatto di considerarla come dipendente dalle pulsioni, lo portò a inquadrarla come un aspetto della vita psichica avente un carattere demoniaco.

La coazione a ripetere non è più soltanto il meccanismo attraverso il quale viene sostituito il ricordo con un’azione, ma essa stessa rappresenterebbe qualcosa di conflittuale il cui ricordo si presenterà come “perturbante”.

Il considerare la coazione a ripetere come l’espressione di pulsioni differenti da quelle sessuali, definite, in contrasto con esse, pulsioni di morte, consente di osservare direttamente il salto teorico che Freud effettuò, in quanto se nel primo periodo il concetto di ripetizione appariva come puramente descrittivo, nel secondo periodo esso assunse valenze genetiche ed esplicative.

Nella svolta teorica del pensiero Freudiano non si può tralasciare il periodo storico in cui questo è andato sviluppandosi; il vissuto personale di Freud relativo agli anni della Grande Guerra e gli avvenimenti che sconvolsero l’Europa nel dopoguerra, furono inevitabilmente significativi nell’influenzare la sua concezione dell’uomo e della vita.

Nello stesso periodo anche Carl Gustave Jung focalizzò la sua attenzione sul concetto di coazione a ripetere riconoscendo che nel comportamento dell’uomo agiscono, a causa della sua struttura biologica innata, delle forze che inducono istintivamente a ricalcare i percorsi sperimentati già, non solo dai propri genitori, ma addirittura dai parenti di un passato molto lontano.

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Secondo Jung padre e madre influenzano con il loro aspetto fisico e con le loro tendenze il destino dei propri figli; il trascorrere “coattivamente la vita intrappolati nel cerchio magico delle costellazioni familiari”, attraverso la coazione a ripetere esperienze infantili è per Jung una potenza demoniaca.

È in prima battuta d’accordo con il concetto Freudiano di coazione e quindi di questa tendenza a ripetere, ma mentre in Freud, la causa di tale fenomeno sia da ascrivere alla pulsione di morte, ossia di non esistenza, in Jung, il concetto di coazione a ripetere rimanda all’archetipo: “Io ho chiamato archetipo, dice, il modello istintuale preesistente, ossia il pattern of behaviour”.

Jung è quindi del parere che la personificazione della coazione rinviasse soprattutto al padre, non solo a quello reale, ma ad una “imago paterna” portatrice delle tracce di sistemi organizzati e risalenti a milioni di anni di evoluzione.

Il concetto Junghiano appare quindi di più ampio respiro, in quanto include nella genesi del fenomeno sia l’imprinting genitoriale, così come la struttura genetica innata.

Rispetto al trauma, la coazione a ripetere si esprime anche nei sogni ripetuti, ossia quei sogni che si ripetono per mesi, anche anni, perché l’angoscia originata da un’esperienza traumatica è troppo intensa e massiccia per essere placata da un solo sogno o incubo.

Freud spiega i sogni angosciosi dei malati di nevrosi traumatica come un ripetere continuamente la situazione drammatica “come se questa stesse dinanzi a loro quale compito attuale non sormontato”.

A tal proposito Sàndor Ferenczi ritiene che nel sonno “ci siano maggiori possibilità di un ritorno di impressioni sensoriali irrisolte, nascoste nel profondo, assai violente.. che anelano una soluzione”.

Per Ferenczi infatti il sogno in cui si ripetono gli eventi traumatici svolge una “funzione traumatolitica” nel suo compito di recuperare, attraverso i vissuti sensoriali, corporei, le tracce mnestiche e quei ricordi imprigionati nel corpo.

Attraverso questa prospettiva, la coazione a ripetere sarebbe per Ferenczì un tentativo indefinito di dominare e integrare un evento traumatico non integrabile.

La ripetizione avrebbe quindi l’obiettivo di superare la rottura e la discontinuità portate dal trauma, ricreando la continuità interrotta.

 

Per approfondimenti:

  • Ferenczi S. (1934 ), Riflessioni sul trauma, in "Opere", Cortina, Milano, 2002, vol. 4
  • Freud S. (1914) "Ricordare, ripetere e rielaborare". Trad. it., Boringhieri, Torino 1990, vol. 7, p. 355/56 ivi, nota 1, p. 355
  • Freud S. (1922) "Il perturbante". Trad. it., Boringhieri, Torino, 1992, vol. 9, p. 95
  • Freud S. (1920) "Al di là del principio del piacere". Trad. it., Boringhieri, Torino, 1992, vol. 9, p. 208
  • Jung K.G. "L'importanza del padre nel destino dell'individuo" (1909-1949), trad. it. Boringhieri, Torino, 1998, vol. 4

 

(A cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

 

 


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Tags: Freud jung trauma ripetizione coazione a ripetere moti pulsionali istinto di morte archetipo filogenetica Ferenczi funzione traumatolitica

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