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Emozioni positive in punto di morte

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Come le persone affrontano a livello emotivo una morte reale ed imminente?

pensieri positivi prima della morteCiò che viene scritto o detto prima della morte ha affascinato da sempre gli studiosi, poiché le modalità con le quali ci si confronta realmente con questo evento possono offrire elementi preziosi (Pennebaker et al., 2003).

Infatti, grazie alle affermazioni dette da una persona che sta morendo si può individuare il modo in cui gli individui affrontano, a livello emotivo, la salienza di una morte imminente.

Intuitivamente, si potrebbe immaginare che i pensieri di una persona sulla propria morte dovrebbero evocare paura ed ansia, poiché essa potrebbe essere associata ad un ampio margine di aspetti spaventosi (cioè, dolore, perdita dei cari, obiettivi non raggiunti; per esempio, Niemeyer and Moore, 1994; Florian and Mikulincer, 1997).
Secondo la Teoria della Gestione del Terrore (TMT; Greenberg et al., 1986), in particolare, gli individui impiegano un’ampia gamma di sforzi cognitivi e comportamentali per regolare i vissuti interni che derivano dalla prossimità a tale evento (Greenberg et al., 1997; Pyszczynski et al., 2004).

I risultati degli studi di DeWall e Baumeister (2007), in più, suggeriscono che l’orientamento automatico verso l’informazione e le associazioni emotivamente positive sono modalità ulteriori per proteggersi e difendersi contro la salienza della morte.
 In una serie di studi, infatti, gli autori hanno mostrato che pensare alla morte (al contrario che pensare al dolore dei denti) attivava una risposta di coping emotiva inconscia, per cui i partecipanti completavano le frasi ambigue proposte con parole che contenevano un’emozione positiva e favorivano associazioni emotive positive nei giudizi della somiglianza tra parole.

Anche i risultati provenienti dagli studi di Kashdan et al. (2014) indicavano che un tale spostamento verso parole che evocano un’emozione positiva potrebbe essere coinvolto nella regolazione della paura della morte: gli scritti di individui che si aspettavano di morire (al contrario delle persone che pensavano al dolore dei denti, all’incertezza o all’insensatezza) contenevano maggiormente il linguaggio emotivo positivo.

Nonostante questi studi approfondiscano le dinamiche psicologiche della salienza della morte, essi sono limitati dal fatto che la situazione creata, per cui si chiedeva a degli studenti universitari di pensare alla morte in situazioni di laboratorio standardizzate, differisce dai diversi aspetti della vita e della morte reali.
Di conseguenza, per tentare di capire meglio i sentimenti degli individui prima della loro effettiva morte, i ricercatori hanno condotto un’analisi del contenuto delle note di suicidio (Tuckman et al., 1959; Handelman and Lester, 2007) ed altri scritti (per esempio, diari, poesie; Stirman and Pennebaker, 2001; Pennebaker and Stone, 2004).

Tuckman et al. (1959), in particolare, hanno riportato che il contenuto emotivo di 165 note di suicidio analizzate era sorprendentemente positivo e conteneva espressioni di gratitudine ed affetto. Senza dubbio, il “terrore” psicologico provato nella situazione di una morte autoinflitta tramite suicidio è estremo. Comunque, sembrerebbe che una situazione in cui gli individui esperiscono una quantità di terrore ancora più grande potrebbe essere quella di morte naturale o “per esecuzione”, poiché essa è caratterizzata da una completa assenza di controllo sulla propria vita.

Un’altra prospettiva teorica che può aiutare a far luce su come la regolazione emotiva si manifesta nelle parole dette prima di morire è fornita dalla Teoria della Selettività Socioemotiva (SST; Carstensen et al., 1999), secondo la quale la percezione di avere un tempo futuro limitato (per esempio, una fine della propria vita imminente) aumenta la motivazione degli individui a dare la precedenza ai rapporti sociali stretti (per esempio, Carstensen et al., 1999; Carstensen, 2006; Carstensen e Fredrickson, 1998; Fung et al., 1999, 2001; Fung and Carstensen, 2006) e, a causa dei limiti di tempo inevitabili imposti dalla propria mortalità, alla concentrazione sul momento presente (Carstensen et al., 1999).

Lo studio

Nella presente ricerca, abbiamo analizzato le dichiarazioni rilasciate dai condannati a morte del Texas. Questo set unico di dati ha permesso di analizzare come le persone affrontano la morte immediata in una situazione standardizzata e non controllata ed in un ampio campione.

La ricerca precedente aveva trovato, tramite la codifica qualitativa del contenuto fatta dagli sperimentatori, tra le categorie tematiche prevalenti, alcune indicazioni di positività, come “amore” o “stima” (Heflick, 2005; Schuck and Ward, 2008). Oppure erano presenti il rivolgersi agli altri, cercare il perdono, esprimere auto-conforto, desideri o speranze oppure riferimenti religiosi (Schuck and Ward, 2008).

Al contrario, in questo studio è stata usata l’analisi computerizzata quantitativa del testo (Mehl, 2006), con i suoi relativi vantaggi: essa, infatti, permette di rivolgersi al “cosa” (cioè, il contenuto) una persona sta dicendo ed al “come” (cioè, lo stile) lo fa; per cui “come” la persona dice qualcosa può rivelare aspetti più sottili della comunicazione (Mehl, 2006), permettendo, così, di valutare oggettivamente ed in modo affidabile tutte le caratteristiche linguistiche delle affermazioni fatte (Pennebaker and King, 1999; Pennebaker et al., 2003; Mehl, 2006; Tausczik and Pennebaker, 2010).

Le affermazioni possono essere:
a) confrontate con la frequenza d’uso delle parole in campioni che si aspettano di morire o percepiscono un orizzonte di tempo limitato a causa dell’intenzione di suicidarsi,
b) correlate alle caratteristiche demografiche del campione dei condannati a morte (per esempio, età all’esecuzione, anni nel braccio della morte, o livello educativo), e
c) associate ad altri marcatori linguistici (per esempio, uso del pronome, tempo del verbo, uso della parola indicativa di processi psicologici, come l’orientamento sociale, o di processing cognitivo).

Si ipotizza che la sintonizzazione su una positività emotiva agisce come un meccanismo psicologico volto ad affrontare la paura della morte (DeWall and Baumeister, 2007; Kashdan et al., 2014) e che questo potrebbe riflettersi in un uso maggiore di parole con un significato emotivo per lo più positivo.

Inoltre, si ipotizza che la minaccia che le esecuzioni nella vita reale evocano, porterebbero ad una proporzione più alta di parole di emozione positiva, se confrontate con le parole di individui che si aspettano di morire (Kashdan et al., 2014) o di coloro che tentano o commettono il suicidio (Handelman and Lester, 2007).

Attingendo ai postulati della Teoria della Selettività Socioemotiva (Carstensen et al., 1999), in più, l’obiettivo è quello di esplorare le relazioni tra l’uso di parole che richiamano emozioni positive ed il linguaggio indicativo di autoriferimenti, orientamento sociale, elaborazione cognitiva, orientamento temporale e concezioni personali su religione e morte. Ci si aspetta, in particolare, che la positività emozionale nelle affermazioni finali dei condannati a morte fosse associata con un uso maggiore di parole indicative l’  orientamento sociale e di verbi al presente.

Materiali e metodi

Campione

Il campione analizzato si componeva di 407 prigionieri condannati a morte (404 maschi, 3 femmine), giustiziati nello stato americano del Texas tra dicembre 1982 e giugno 2015, di cui 178 (43,7%) sono stati catalogati come “bianchi”, 150 (36,9%) come “neri”, 77 (18,9%) come “spagnoli” e 2 (0,5%) come di “un’altra etnia”.

Preparazione dei dati

Prima delle analisi, alla trascrizione della dichiarazione finale di ogni singolo condannato a morte sono stati aggiunti degli appunti che descrivevano il comportamento del prigioniero e lo stile del linguaggio (per es., “piange”, “porzione di dichiarazione omessa per linguaggio volgare”, “parla in francese”), fino ad ottenere un documento unico, pulito e riadattato.

Analisi dei dati

Il contenuto di ogni ultima dichiarazione per ogni condannato a morte è stato analizzato separatamente, usando un recente programma di analisi del testo, il “Linguistic Inquiry and Word Count” (LIWC; Pennebaker et al., 2007a), il quale usa un dizionario interno di default e determina la percentuale di parole in un testo o discorso che corrispondono a determinate categorie linguistiche (Pennebaker et al., 2007b).

Nello specifico, sono state analizzate solo le seguenti variabili, rilevanti ai fini dello studio: numero totale di parole, percentuale delle parole del dizionario categorizzate, percentuale delle parole che evocano un’ emozione positiva (come, ad es, “felice” ed “amore”) e percentuale delle parole che evocano un’emozione negativa (come, ad es, “triste” ed “odio”).

Inoltre, per esplorare l’associazione tra uso di parola con emozione positiva e variabili linguistiche indicative di auto-riferimenti ed orientamento sociale, è stato analizzato l’utilizzo del pronome singolare in prima persona, così come le parole di orientamento sociale (cioè, parole che denotano processi sociali che includono tutti i pronomi personali, eccetto i pronomi della prima persona singolare, e i verbi che si riferiscono all’interazione umana, per es. amici, parlare o mostrare), che indicano la frequenza con la quale i condannati a morte si riferiscono alle altre persone nelle loro frasi.

Infine, sono state analizzate le parole indicative l’elaborazione cognitiva (per es., pensare, conoscere o giustificarsi), che indicano il grado col quale i condannati a morte sono preoccupati sulla comprensione, a livello intellettuale, degli argomenti presenti nelle loro dichiarazioni finali, così come i verbi al tempo passato, presente e futuro, come indicatori dell’orientamento temporale, e le parole che rientrano nelle categorie di religione e morte (cf. Pennebaker et al., 2007b; Cohn et al., 2004).

Analisi aggiuntive

Inoltre, abbiamo analizzato se l’uso del linguaggio emotivo positivo nelle dichiarazioni finali dei condannati a morte poteva essere associato con l’uso del linguaggio indicativo di autoriferimenti, orientamento sociale, processing cognitivo, orientamento temporale e riferimenti alla religione ed alla morte.
Come ipotizzato, il primo era associato con un uso maggiore delle parole di orientamento sociale, incluse le parole che si riferiscono agli amici ed ai verbi al tempo presente, nonché dei riferimenti alla prima persona singolare, così come ad un utilizzo minore delle parole di processing cognitivo, dei verbi al tempo passato e delle parole correlate alla morte.

Analisi supplementari

Le analisi supplementari hanno confrontato i risultati sulla positività emozionale nelle ultime dichiarazioni dei condannati a morte rispetto alle variabili demografiche “età all’esecuzione”, “età all’incarcerazione”, “anni nel braccio della morte” e “livello educativo” (cioè, il più alto grado completato). La proporzione dell’uso del linguaggio emotivo positivo,  la percentuale di parole di emozione negativa usate e l’indice di positività nel campione di 405 condannati a morte, però, non risultarono significativamente correlati con nessuna di esse.

Il confronto dell’uso del linguaggio emotivo positivo dei condannati a morte tra i contesti etnici ha rivelato, invece, differenze significative: i condannati a morte “bianchi” hanno usato parole di emozione positiva in misura significativamente minore rispetto ai condannati “neri”, anche se la percentuale di parole di emozione positiva usate dai primi era comunque maggiore di quella trovata nelle note nei casi di suicidi completati (Handelman and Lester, 2007).

Discussione

Nel presente studio, quindi, è stato dimostrato che la salienza della morte imminente di una persona è riflessa nella positività emozionale delle ultime dichiarazioni dette. Cioè, i condannati a morte usavano, nelle loro dichiarazioni finali, una percentuale significativamente più alta di parole che contengono un’emozione positiva piuttosto che un’emozione negativa.

In più, le affermazioni dei condannati a morte contenevano una proporzione significativamente più alta di parole con emozioni positive, rispetto agli scritti di individui che si aspettavano di morire (cf. Kashdan et al., 2014,) e di quelli che precedono il suicidio, tentato o effettivo (cf. Handelman and Lester, 2007).

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Insomma, le dichiarazioni finali dei condannati a morte del Texas includevano espressioni estremamente positive, che riflettevano i processi emozionali di gestione della mortalità.

In più, è stato dimostrato che questa positività emozionale era associata con una frequenza maggiore di espressioni di autoriferimento, orientamento sociale e concentrazione sul presente, così come con minori esempi di parole indicative dell’elaborazione cognitiva, orientate al passato e correlate alla morte.

In linea con il concetto di difese psicologiche, così come sono spiegate nella Teoria della gestione del Terrore, i nostri risultati confermano un uso maggiore del linguaggio emotivo positivo come un’immediata via per affrontare la minaccia della propria morte imminente (vedi DeWall and Baumeister, 2007; Kashdan et al., 2014).
Infatti, nei momenti prima dell’esecuzione (Texas Department of Criminal Justice, 2012), i condannati a morte esperiscono di non aver controllo sulla loro situazione, con l’eccezione dell’opportunità di fare un’ultima dichiarazione.

Per difendersi dall’ansia della morte, essi mostrano un intenso impulso ad essere emotivamente positivi e questo potrebbe riflettere meccanismi motivazionali sottostanti, per cui valutano le persone ad essi vicine come importanti e si focalizzano sul momento, piuttosto che sul passato o sul futuro, come postulato anche dalla Teoria della Selettività Socioemotiva (Carstensen et al., 1999).
Così, l’ultima opportunità dei condannati a morte di parlare a familiari ed amici, coloro che sono vicini alla(e) vittima(e), alle autorità della prigione, così come al pubblico in generale, potrebbe essere visto come un atto attraverso il quale essi possono regolare, a livello linguistico, le loro intense emozioni ed esperire una qualche forma di controllo nei momenti finali della vita (vedi anche Vollum and Longmire, 2009; Ward, 2010).

Nonostante questi risultati, bisogna considerare i diversi limiti dello studio:

1) Non si sono esamintati i meccanismi difensivi psicologici della salienza della morte per circa il 23% dei condannati a morte – quelli che hanno scelto di rimanere in silenzio - anche se dai confronti demografici non emergono differenze significative con gli altri.

2) A causa della mancanza di informazioni più dettagliate su ogni singolo condannato a morte, non sono stati presi in considerazione, in modo esauriente, i fattori contestuali, i comportamenti prima dell’esecuzione ed i fattori situazionali nella camera della morte.
Nonsi è potuto escludere che le condizioni di vita cioè, la reclusione solitaria per anni, e le sue conseguenze psicologiche potrebbero aver influenzato la scelta delle ultime parole. Inoltre, i comportamenti prima dell’esecuzione (per es, una confessione piena di scuse per il reato) non sono state considerate nell’analisi delle ultime parole.

3) Non è stato considerato nemmeno che ci possa essere stato un impatto psicologico positivo per quei condannati che hanno confessato alcuni momenti prima dell’esecuzione (Umbreit and Vos, 2000). Inoltre, nonostante il protocollo di esecuzione estremamente standardizzato, non si poteva esaminare nemmeno la possibile influenza delle caratteristiche situazionali durante l’esecuzione (per es, la presenza o assenza effettiva dei propri cari e dei testimoni della vittima).

La ricerca futura potrebbe valutare altre forme di comunicazione dei condannati a morte (per es, diari o lettere scritte prima della morte o sui siti online dei social network come Facebook o Twitter) per fornire un ulteriore supporto empirico al fatto che la positività emotiva può essere utilizzata come un meccanismo per regolare l’ansia davanti alla propria morte e per approfondire il ruolo del linguaggio nella prossimità a questo evento.
Inoltre, si dovrebbe analizzare l’uso del linguaggio in altri campioni che affrontano la morte, come i malati  terminali ( per esempio gli anziani dell’ospizio).

 

Tratto da journal.frontiersin.org

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Alice Fusella)

 

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