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Spasmi affettivi

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on . Postato in Le parole della Psicologia | Letto 8647 volte

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Gli spasmi affettivi sono manifestazioni caratterizzate dalla perdita temporanea di respiro conseguente ad una situazione di disagio o di rabbia del bambino.

Spasmi affettiviQueste manifestazioni interessano circa il 5% dei bambini (anche se la percentuale è controversa), con la stessa incidenza nei maschi e nelle femmine, e possono comparire tra i 6-9 mesi e i 4-5 anni di vita.

Come si manifestano gli spasmi affettivi?

Dopo una fase più o meno lunga di pianto intenso, in cui il bambino appare molto agitato, ad un tratto il piccolo sospende il respiro in fase espiratoria, diventa rosso oppure pallido in viso, compare cianosi nella zona della bocca (le labbra diventano bluastre), si ha irrigidimento di tutti i muscoli o mioclonie, cioè piccoli spasmi o contrazioni muscolari involontarie.

In alcuni casi si può avere una breve perdita di coscienza o vere e proprie crisi convulsive. Dopo alcuni secondi, tutto passa, il bambino fa una profonda inspirazione e riprende a respirare normalmente, come se nulla fosse successo; al massimo appare un po’ più debole.

Quali sono le cause degli spasmi affettivi?

Di fronte a certe manifestazioni, il timore principale dei genitori è che possano essere causate da patologie, come l’epilessia o disturbi cardiaci.
Gli spasmi o apnee affettive non capitano mai all’improvviso, ma sempre in conseguenza ad un evento che provoca tensione o disappunto nel bambino, eventi ben precisi, come un capriccio, uno spavento, un eccesso di rabbia, un dolore; ed è questo l’elemento principale che permette di distinguerli da patologie, come le crisi epilettiche, che possono verificarsi anche quando il bambino è tranquillo o quando dorme.

In ogni caso, dopo il primo episodio è buona regola far vedere il bambino dal pediatra, che in base alla visita e al racconto dei genitori valuterà se approfondire le indagini, con l’aiuto dello specialista.

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Nei bambini più piccoli possono costituire una reazione automatica e non consapevole ad un disagio o ad un dolore, verso il quale mostrano una maggiore sensibilità; man mano che diventano più grandi, invece, è più facile che si tratti di una reazione “a comando”: diventano sempre più consapevoli che attraverso quel comportamento riusciranno ad attirare l’attenzione (in particolare della mamma) e lo ripeteranno tutte le volte che vorranno per ottenere qualcosa.

I bambini più colpiti da certe manifestazioni, infatti, sono quelli che si definiscono con un carattere deciso e “ribelle”, riluttanti a rispettare le regole o a riconoscere l’autorevolezza del genitore.

Anche se non si può parlare di familiarità, inoltre, sembra che siano leggermente predisposti i bambini con un fratello o un genitore che da piccolo ha avuto episodi simili.

Tipi di spasmi affettivi

Possiamo distinguere le crisi degli spasmi in due categorie:

Cianosi: si presenta di solito quando il piccolo si trova ad affrontare una situazione di collera, di contrarietà, accentuata dal nervosismo che lo porta al pianto, al singhiozzo molto forte e frequente fino a condurlo a problemi di respirazione e quindi all’apnea. Il bambino sviene, ma la respirazione riprenderà in automatico e tutto sarà passato. Questa forma è diffusa soprattutto tra i bambini considerati dominativi e molto attivi.

Forma pallida: si presenta quando il bambino affronta un evento sgradevole e che non accetta, come una caduta, un dolore improvviso o un colpo inatteso. Il piccolo esprime spavento, urla impallidendo e poi sviene. La personalità di bambini che soffrono di questa forma si spasmo affettivo è timida, chiusa e molte volte passiva.

Come comportarsi quando il bimbo trattiene il respiro?

E’ normale che le apnee affettive spaventino molto il genitore o chiunque si trovi in quel momento ad assistere alla scena. Tuttavia si tratta di eventi senza conseguenze, in quanto, una volta svenuto, il piccolo riprende a respirare automaticamente e l'evento termina così.

Pertanto, per quanto possibile, si deve cercare di mantenere un atteggiamento il più possibile controllato, non dare l’impressione di essere preoccupati o agitati: il bambino infatti deve capire che non è con queste reazioni eccessive che ottiene l’attenzione dei genitori, altrimenti ci proverà ancora.

Se però si tratta di un bambino piccolo e la sua è una reazione automatica, si può provare, per interrompere la crisi, a soffiare improvvisamente sul viso, oppure battere le mani vicino alle orecchie o spruzzare con le dita un po’ d’acqua sugli occhi: sono tutti stimoli che possono far cessare l’apnea e far tornare il respiro normale al bambino.

Quello che le mamme NON devono fare

  • Non mostrarsi agitate, anzi, cercate di evitare il suo sguardo
  • Non scuoterlo e non massaggiarlo: meglio metterlo supino o tenerlo in braccio per evitare che si faccia male
  • Non mettergli niente in bocca e non dargli da bere.

Che cosa fare quando è terminata la crisi?

Come detto pocanzi bisogna anzitutto tener presente che, a dispetto della drammaticità del quadro che terrorizza ovviamente i presenti, gli spasmi affettivi non sono pericolosi, non provocano danni al cervello e tendono a passare da sé con la crescita del bambino.

Terminata la crisi, i genitori dovrebbero abbracciare e tranquillizzare il bambino, ma rimanendo comunque fermi riguardo alle proprie “imposizioni”.
Ad esempio se il bambino ha avuto lo spasmo perché gli è stato negato un giocattolo, non bisogna darglielo neanche dopo la crisi, altrimenti si convincerà che lo spasmo era l’unico modo per ottenere ciò che voleva e potrebbe adottarlo, più o meno consapevolmente, come forma di “ricatto” per mamma e papà.

Subito dopo bisogna riprendere le normali attività, come se niente fosse successo. Allo stesso modo non enfatizzare l’episodio con amici e parenti in presenza del bambino, che proprio per questo si potrebbe sentire “importante” per ciò che ha fatto.

Il rischio di manifestare le crisi aumenta nei bambini che vivono in un ambiente familiare non sereno o addirittura conflittuale, soprattutto se questo si riflette sul senso di autostima della madre e sulla sua capacità di gestire l’ansia.

L’insicurezza genitoriale, infatti, spesso si traduce in comportamenti troppo severi o in ordini eccessivamente categorici nei confronti del piccolo, che diventa incapace di tollerare le frustrazioni e assume un atteggiamento aggressivo autolesionista da un lato, ma quasi ricattatorio nei confronti dei genitori, dall’altro.

Innanzitutto è inutile colpevolizzarsi, anzi è controproducente: il senso di colpa rappresenta un terreno fertile per lo sviluppo di nuove insicurezze e provoca repentini cambiamenti nel comportamento dei genitori, che cercano di rimediare agli errori passati, ad esempio, assumendo un atteggiamento eccessivamente premuroso, che a volte può essere più pericoloso di un atteggiamento fermo e sicuro.

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Meglio cercare di gestire la propria ansia, lavorando sulle paure e sulle convinzioni che possono riflettersi negativamente sugli atteggiamenti che adottiamo con il nostro bambino e che rischiamo involontariamente di trasmettergli.

Nel momento della crisi, quindi, la giusta soluzione non consiste nel coccolare troppo il piccolo, perché questo rafforzerebbe il suo comportamento negativo. Al contrario, bisogna aspettare pazientemente che si calmi pur restandogli accanto, facendogli intendere che disperarsi fino all’apnea non è certo il modo giusto per ottenere qualcosa, ma che al contempo non lo abbandoneremo mai.

Con questi piccoli accorgimenti, a poco a poco le crisi diminuiranno.

Per approfondimenti:

  • nostrofiglio.it
  • wikipedia.org
  • vivalamamma.tgcom24.it
  • humanitasalute.it
  • pediatric.it

 

(a cura della Dottoressa Sara D'Annibale)

 

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Tags: respiro bambino dolore rabbia spasmi affettivi cianosi

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