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Ho fallito in tutto sono depresso e disperato [1619274343588]

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on . Postato in Depressione | Letto 118 volte

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le risposte dellesperto

Alessandro, 62 anni.

 

domanda

 



Ho 62 anni e sono arrivato ad uno stadio di depressione da cui non vedo possibilità di uscita, sono disperato ormai.

Ho cercato di analizzare la situazione ed i motivi che mi hanno portato a tutto questo.
Solitudine
Sono sempre stato molto timido, insicuro, con scarsa autostima, probabilmente perchè ho avuto una madre iperprotettiva che per paura di tutto mi ha impedito di fare esperienze finchè non sono stato abbastanza grande. Questo mi ha creato grandi difficoltà ad avere amicizie, una vita sociale, vivere amori.

Mi sono sempre sentito respinto dall’altro sesso, e quelle poche volte che ho avuto il coraggio di farmi avanti sono stato rifiutato. Finche a 25 anni non ho conosciuto una ragazza che non lo ha fatto ed è diventata mia moglie. Un disastro, un fallimento: penso che me ne sia innamorato e sposato perché è stata l’unica a non rifiutarmi.

Fallito il matrimonio, ho cercato di nuovo commettendo altri imperdonabili errori. Ho maturato la certezza che non interessavo a nessuna, unico modo era pagare, quindi quando mi sentivo particolarmente solo andavo con una prostituta, cosa che mi lasciata avvilito, disgustato, deluso.
Poiché ero (e sono) attratto da donne molto più giovani, probabilmente per inconscio desiderio di colmare ciò che non ho avuto da giovane, a 45 anni ho conosciuto ed iniziato una relazione con una donna con 20 meno di me. Troppe differenze in tutto, un fallimento, una ferita che ha impiegato molto a cicatrizzarsi. Poi solitudine totale fino a 59 anni, ho conosciuto una donna di 30 anni di meno con cui, forse per la prima volta, sono stato davvero felice. Dopo meno di due anni è finito tutto, ha conosciuto un altro. Sono passati un po di mesi ma non trovo pace.
Studio e lavoro.
Con la scuola e l’università non ho avuto successo, una fallimento anche qui. Il lavoro sembrava iniziato meglio, anzi sopperivo alla mancanza di affetti dedicandomi al lavoro. Finchè a 40 anni è fallita la ditta in cui lavoravo. Non sono più riuscito a trovare nulla, sono ormai 22 anni che mi accontento di tutto. Naturalmente gratificazioni e soddisfazioni zero. Ho fatto di tutto, dal guardiano notturno alle consegne a domicilio, dal facchino al badante. Come conseguenza non ho neanche più una casa, situazione economica disastrosa e sono ospite di un familiare.

In estrema sintesi, non ho ne i mezzi per vivere ne la forza di continuare a farlo ne i motivi per farlo. Sono solo e disperato e inutile. Ho cercato aiuto rivolgendomi ad uno psicologo “della mutua”, da ridere se non ci fosse da piangere. Ma non sono nelle condizioni di potermi permettere nulla.
Dunque farla finita è l’unica cosa che mi rimane.



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risposta

 

 

Buongiorno gentile Alessandro.

Ho letto con attenzione la sua comunicazione.

Lei apre indicando la Sua età ed affermando di essere “arrivato ad uno stadio di depressione da cui non vedo possibilità di uscita, sono disperato ormai” per poi concludere con “Dunque farla finita è l’unica cosa che mi rimane.”

Apparentemente la sua comunicazione ha un senso compiuto, coerente, espone un bilancio della sua vita in modo organizzato, chiaro, dalla posizione dell’età che ha raggiunto, lo stato mentale appare lucido.

Eppure si rimane alla fine del suo testo con un interrogativo:

Cosa mi sta chiedendo Alessandro? Sì perché, sebbene Lei non ponga nessuna domanda esplicita e si potrebbe pensare al suo testo come ad una lettera aperta che non chieda risposte, o a una dichiarazione di congedo, tuttavia, emerge, a mio avviso, una richiesta implicita. Mi sembra che questa sia ravvisabile in un paradosso dentro la frase: “Ho cercato aiuto rivolgendomi ad uno psicologo “della mutua”, da ridere se non ci fosse da piangere”.

Ecco, nonostante l’esperienza pregressa con uno psicologo “della mutua” che potrebbe averLa delusa, rimane il fatto che la Sua eventuale dichiarazione di congedo è consegnata a una rubrica che mette esperti psicologi a disposizione degli utenti con domande e richieste di orientamento psicologico rispetto alle proprie sofferenze. Ora, a fronte di un’esperienza di sostegno psicologico che potrebbe averLa non aiutata o non capita abbastanza, mi permetta di dire che quell’esperienza non Le ha inficiato a mio modo di vedere l’idea che tra le funzioni dello psicologo c’è quella prevalente di accoglienza, altrimenti non ci avrebbe scritto.

Ora mi domando: devo solo accogliere quello che ci ha scritto, non avendo posto domande esplicite e soprattutto non avendo Lei potenziali attese di restituzioni per via della sfiducia maturata verso lo psicologo “della mutua”, oppure nella richiesta implicita di accoglienza posso anche intravedere una domanda di restituzione, di comprensione, di orientamento?

Propenderei per quest’ultima ipotesi per due ragioni. La prima è che dopo aver scritto “Ho cercato aiuto rivolgendomi ad uno psicologo “della mutua”, da ridere se non ci fosse da piangere” ha aggiunto “Ma non sono nelle condizioni di potermi permettere nulla”. Quel “Ma” probabilmente sta ad indicare che se avesse potuto permettersi le condizioni a cui fa riferimento forse avrebbe cercato un altro psicologo. In assenza di quelle condizioni prova plausibilmente a rivolgersi a noi per un aiuto. In questo senso mi pare verosimile che Lei possa star chiedendo “aiuto”. La seconda ragione è che solo in questa frase, rispetto a tutte quelle che compongono il suo testo, trapela una nota critica e sagace allo stesso tempo rivolta non a se stesso ma a qualcuno di esterno. Ciò farebbe pensare, oltre che al disincanto e alla delusione che la relazione con quello psicologo Le ha prodotto, anche ad un tentativo di proteggere se stesso: se attribuisce l’eventuale fallimento di quella relazione al fatto che si trattasse di uno psicologo “della mutua”, invece che attribuirlo a fattori attinenti alla relazione in sé, e più specificamente riferibili ad una scelta personale fallace circa il professionista che l’ha seguita, cioè non congrua alle Sue necessità o alla Sua persona, allora si può anche intendere un tentativo di dirsi qualcosa come “non è colpa mia” o “non sono io irrecuperabile ma lui che è uno psicologo “della mutua” e, secondo il cliché, non è stato all’altezza, alla mia altezza”. Se leggo e accolgo la Sua frase in questo modo, come un tentativo di proteggersi dall’idea di irrecuperabilità, o un rimprovero verso chi, a Suo modo di sentire, non è stato capace di comprenderLa, potrei immaginare anche un sentimento di rabbia “implicito” che la potrebbe attraversare da molti anni e potrei osare di proporLe una visione personale dei Suoi problemi, leggermente diversa da quella che descrive. Seguendo il senso della mia lettura, potrei anche indicarLe qualche indirizzo di approfondimento e cambiamento ulteriore su sé stesso. Ovviamente, mi scuso in anticipo nel caso considerasse per nulla centrata la mia riflessione, poco efficace ai suoi bisogni, impliciti ed espliciti, per nulla verosimile la sua richiesta implicita di aiuto.

Partiamo da un dato trasversale e costante a tutte le vicende che ha narrato.

L’intenzionalità, ovvero gli sforzi compiuti per non soccombere alla sua timidezza, insicurezza e scarsa autostima:

1) nonostante “le difficoltà ad avere amicizie, una vita sociale, vivere amori” , a causa di una madre che l’ha iperprotetto e impedito di fare esperienze fin da piccolo, ha avuto “il coraggio da grande di farsi avanti” ;

2) nonostante si sia sentito o sia stato rifiutato da molte donne, ne ha trovato una che non l’ha fatto e l’ha sposato;

3) nonostante il matrimonio fallito, ha cercato di nuovo, pur commettendo, secondo Lei, altri “imperdonabili” “errori” , di relazionarsi con il femminile. Quello che almeno le sembrava al momento meno doloroso, meno rifiutante, meno sottovalutante : prima le prostitute poi le due donne più giovani;

4) nonostante con la scuola e l’università non abbia avuto successo, ci ha provato, oggi riesce ad esprimersi anche in modo chiaro ed organizzato e ha provato a trovare un lavoro;

5) nonostante sia andata fallita anche la ditta, ha cercato di fare di tutto, Lei dice di “accontentarsi” di tutto: guardiano notturno alle consegne a domicilio, dal facchino al badante;

6) nonostante lo psicologo “della mutua” non abbia funzionato, è ancora capace di raccontarsi, lasciare un messaggio.

E’ possibile che il suo messaggio sia un messaggio disperato tipico di chi sente di non avere più niente da perdere e da prendere e che la sua lucidità indichi certa ipercoscienziosità di certe depressioni gravi, ma non vedrei il suo problema come una depressione grave e primaria. Se la depressione manifesta nella sua fenomenologia e dinamica psichiche una prevalente perdita di scopo, c’è uno scopo che nella sua vita è sempre stato attivo ed è la ricerca di una figura femminile che invalidasse il suo senso di bassa autostima. Il tema dominante e originario della sua sofferenza, non è la fallibilità, la disperazione, l’inutilità e la solitudine, ma la dipendenza da quello scopo e soprattutto dalla mediazione del femminile per raggiungere quello scopo di autostima. Il lavoro stesso a cui si è dedicato è stato perseguito non come una dimensione di esplorazione di sé ed autorealizzazione ma come ripiego per gli insuccessi scolastici o come rifugio dalla mancanza di affetti. Il rifiuto di una donna viene quindi ad essere vissuto come una negazione della legittimazione della sua realizzazione sostanziale, come lo era all’opposto l’iperprotezione, l’iperpresenza l’iperaccudimento di sua madre quando era piccolo, una invalidazione alla sua realizzazione.

Lei scrive di aver maturato ad un certo punto la certezza di non interessare a nessuna. Le domando: Le è possibile immaginare che invece fosse proprio a Lei che non interessasse nessuna? O che non credesse o non si fidasse di nessuna? Che a portarla a pagare non fosse la paura di rimanere solo ma il bisogno di restarci per la paura di stare davvero legato a qualcuna che le tagliasse le ali mai aperte fino in fondo? Se ha avuto un modello di madre iperprottettiva che Le ha impedito fin dalla tenera età di riconoscersi nelle sue reali potenzialità, sarebbe facile pensare meglio di orientarsi verso qualcuna di meno rassicurante e protettiva. Le donne con cui ha approcciato prima di sua moglie si sono rivelate rifiutanti: probabilmente non lo erano verso di Lei, lo erano nella propria organizzazione e Lei potrebbe esser rimasto attratto da quel modello nella percezione di incontrare qualcosa di dissimile dall’atteggiamento soffocante di sua madre, il modello rifiutante come un modello liberatorio.

Guardi bene:

1) sua moglie non l’ha rifiutato, ma il matrimonio è fallito. Come mai? Non lo ha raccontato…forse omette anche di indagare i reali motivi per cui non ha funzionato. Sua moglie era come sua madre? O Lei era possessivo nei suoi riguardi e al contempo insofferente di tale possessività?

2) La storia che ha iniziato a 45 anni con una donna di 20 anni più piccola. Lei dice che è finita per le troppe differenze che intercorrevano fra di voi. Non sembra una profezia che si autoavvera anche questa? Le differenze portavano per caso al rifiuto (liberatorio)? Sicuro che quando l’aveva conosciuta non aveva per nulla intravisto quelle differenze?

3) L’ultima storia, iniziata tre anni fa e durata due anni mezzo circa. Sembrava felice per la prima volta ma poi lei lo lascia per un altro. Se Lei era felice, questa Sua compagna non era apparentemente rifiutante quindi assomigliava di più ad un modello protettivo, ma questa signora voleva davvero proteggerLa, nonostante fosse più piccola di Lei? O era Lei che la proteggeva troppo? Se n’è andata rifiutando di proteggerLa o di frasi proteggere? Era possibile immaginarlo prima? Forse no.

Non è difficile per Lei cercare e trovare femminili con cui relazionarsi, è difficile mantenerli, temendo che ad invalidarla possa essere più la protezione che il rifiuto. (Forse)

Conclude che non può permettersi più nulla. Né la protezione, né il rifiuto.

Può fare l’esperienza di vivere “libero” dalla ricerca di certezza “soffocante” di interessare a qualcuno e anche dalla convinzione che l’alternativa a questa certezza sia la solitudine del rifiuto? Riesce a domandarsi se a Lei potrebbe interessare di più sentirsi libero, senza averne l’autorizzazione dagli archetipi femminili che già conosce, quello protettivo e quello rifiutante, e ad investire diversamente sulla sua libertà e solitudine?

Le avrei voluto fare uno schemino di quelli che in genere faccio, ma l’ho presa un po’ più di petto.

Spero possa trovare un buon lavoro, per sé stesso. Abbia la pazienza e la tenacia che ha dedicato alle Sue figure femminili. L’affetto costante dei suoi parenti e amici. E anche più fiducia negli psicologi.

 

Un caro augurio.

Liuva Capezzani

 

 


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