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Articolo 28 - il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani commentato

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Con il commento all'art.28 (vita privata e vita professionale) prosegue su Psiconline.it il lavoro a cura di Catello Parmentola e di Elena Leardini che settimana dopo settimana spiega ed approfondisce gli articoli del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani

articolo 28 il codice deontologico degli psicologi italianiArticolo 28

Lo psicologo evita commistioni tra il ruolo professionale e vita privata che possano interferire con l’attività professionale o comunque arrecare nocumento all’immagine sociale della professione.

Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo - sentimentale e/o sessuale.

Parimenti costituisce grave violazione deontologica instaurare le suddette relazioni nel corso del rapporto professionale.

Allo psicologo è vietata qualsiasi attività che, in ragione del rapporto professionale, possa produrre per lui indebiti vantaggi diretti o indiretti di carattere patrimoniale o non patrimoniale, ad esclusione del compenso pattuito.

Lo psicologo non sfrutta la posizione professionale che assume nei confronti di colleghi in supervisione e di tirocinanti, per fini estranei al rapporto professionale.

Questo articolo 28 è il più ‘epistemologico’, delicato e complesso, del Codice.

Va al cuore del soggetto psicologo, della sua umanità, dei suoi molto personali conflitti.

È su queste frontiere che vengono convocate esperienza, maturità ed equilibrio personali, molto prima delle competenze tecnico-formali.

Cercheremo di essere essenziali su temi che, in altri ambiti, hanno –giustamente- richiesto molte più pagine.

E, naturalmente, ci concentreremo non tanto su quei comportamenti che una ristretta parte di professionisti pone in essere per dolo o, comunque, sconsiderata superficialità, bensì su quella (fin troppo) vasta gamma di atteggiamenti dettati da una evidente mancanza di adeguata analisi psicologica del contesto e/o da una non corretta gestione di alcune variabili.

Lo psicologo evita commistioni tra il ruolo professionale e vita privata che possano interferire con l’attività professionale o comunque arrecare nocumento all’immagine sociale della professione.

La vita privata ‘ci fa’, è una risorsa, il registro delle risonanze con cui lo psicologo lavora ogni giorno.

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La vita privata, per questo, non va mai costipata o estromessa, anzi lo psicologo l’accoglie, incarnando un esempio di accesso e indulgenza e libertà a riguardo.

La soglia da vigilare non è la vita privata bensì la sua modalità (o misura) interferente, cioè una sua ‘irruzione’ mal governata nel setting invece che il suo governato e funzionale utilizzo.

È solo la quota eccedente, la quota interferente che va vigilata perché è solo questa la quota che, con la sua incoerenza, arreca sicuramente nocumento.

All’attività professionale, in prima istanza.

E all’immagine professionale quando ‘promuove’ un’immagine e un’idea dello psicologo non governato, non equilibrato e non risolto.

Poco affidabile ai fini dell’aiuto che dovrebbe dare all’Altro.

Il confine pubblico-privato è molto labile quando non conta solo il nostro giudizio a riguardo, ma soprattutto il punto di vista dell’Altro, di colui che dovrebbe potersi affidare con tranquillità.

Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo - sentimentale e/o sessuale.

Questo comma introduce una vigilanza fondamentale lungo molteplici dimensioni.

Perfino la semplice pregressa conoscenza può rivelarsi fortemente contaminativa del giudizio professionale; non solo in ambito strettamente clinico, ma anche in contesti di valutazione o giudiziari, in occasione dei quali è contestabile anche un semplice incontro ‘fuori contesto’.

E se lo può essere anche un semplice incontro, proviamo ad immaginare quanto possa essere contaminativa una relazione significativa.

A livello conscio o inconscio il paziente-utente è in gioco rispetto al professionista e questo potrebbe censurare o orientare, in base ad ‘interesse’ incoerente col contesto, la sua comunicazione.

A livello conscio o inconscio, il professionista è in gioco rispetto al paziente-utente e questo contamina sicuramente ‘la correttezza’ dei suoi codici professionali.  Da cosa verrebbe mosso? Dalla partita professionale o dalla partita personale?

Anche inconsciamente, il privato potrebbe portare nel setting conti da regolare a un livello diverso o scopi da perseguire ad un livello diverso.

Sapere di avere a che fare con l’altro anche fuori dal setting condizionerebbe o censurerebbe quello che si dice.

Sarebbe un inammissibile paradosso, dato che la libertà e la funzionalità del setting rispetto al mondo esterno scaturiscono proprio dal fatto che, a differenza che nel mondo esterno, gli attori non sono in gioco ad un livello diverso, non hanno altro fine condiviso che non sia la cura o il fine (esclusivamente professionale!) previsto e concordato. 

Bisogna tener presente che, soprattutto in ambito clinico, c’è un forte sbilanciamento nella relazione, informata da dinamiche transferali, da bisogno-dipendenza, suggestioni emanate dal ruolo: se il dottore avesse qualche interesse da perseguire che non fosse legato esclusivamente alla cura, ma a qualcos’altro di più strettamente personale, sarebbe fatale l’approfittamento della sua posizione.

Sarebbe un classico caso di utilizzo -come arma impropria e ad altri fini- degli strumenti professionali.

Parimenti costituisce grave violazione deontologica instaurare le suddette relazioni nel corso del rapporto professionale.

Abbiamo già introdotto questo aspetto.

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Nella relazione clinica sono quasi ineludibili –nelle diverse fasi- un investimento di sentimenti transferali e vissuti di bisogno-dipendenza da parte del paziente.

Vanno canalizzati ai fini terapeutici.

Sarebbe gravissimo che uno psicologo li utilizzasse ai propri fini.

È una gravità che va ben oltre l’elusione di un proprio dovere professionale poiché si tratterebbe non solo di non curare, bensì di danneggiare in modo irrimediabile il paziente.

Genererebbe una sconfinata confusione, non potendo il paziente districare la fantasia della storia d’amore dalla suggestione legata alla fascinazione del ruolo.

Egli non potrebbe avere le strutture per sostenere il peso micidiale di questa confusione e sconterebbe per sempre quello scorretto prosaico perseguimento contingente del dottore.

Un dottore che ha bisogno di sfruttare il contesto clinico per un tale perseguimento denota irrisoluzioni e problemi seri con riferimento ai suoi contesti di vita: ha bisogno di curarsi, non può curare.

Purtroppo queste scorrette transazioni non hanno prove e testimoni, svolgendosi in un luogo chiuso ed esclusivamente tra dottore e paziente.

Non solo vengono raramente denunciate ma, anche quando denunciate, sono molto difficilmente sondabili nel corso delle procedure disciplinari: da un lato, l’esposto di un soggetto fragile e confuso, dall’altro controdeduzioni ben corroborate, quando non addirittura aperte negazioni.

Allo psicologo è vietata qualsiasi attività che, in ragione del rapporto professionale, possa produrre per lui indebiti vantaggi diretti o indiretti di carattere patrimoniale o non patrimoniale, ad esclusione del compenso pattuito.

Ovviamente le transazioni scorrette possono riguardare un amplissimo spettro di deroghe deontologiche.

Alla base ci sono sempre gli investimenti transferali e i vissuti di bisogno-dipendenza che rendono al paziente ‘impagabile’ (non pagata mai abbastanza) la prestazione professionale.

Il paziente, in certe fasi, farebbe tutto per il proprio terapeuta, darebbe tutto al proprio terapeuta.

È un humus molto facile da circuire, molto facile alla circonvenzione.

Il dottore dovrebbe sempre curare e bilanciare questa posizione di debolezza, mai approfittarne.

Gli articoli del Codice vigilano perfino sulle transazioni più piccole; come i regalini di Natale, ad esempio, che uno psicologo non può accettare tout court, perché egli non può non sapere quanto possa essere scivolosa questa materia, anche nelle improprie elaborazioni del paziente.

Figurarsi quanto rigore va convocato su transazioni di altro livello.

Non sono esposte solo le ingenti donazioni (ricordiamo tutti il caso di Verdiglione, il quale si fece ‘intestare’ addirittura interi edifici da pazienti soggiogati), ma anche altre transazioni, non necessariamente patrimoniali, ma comunque legate ad altri approfittamenti di pazienti, ‘deboli’ nella relazione clinica ma, magari, ‘potenti’ nel mondo.

E non sono solo esposte le dimensioni reatali perché c’è da considerare la gravissima ricaduta contaminativa nel setting.

Il paziente perde il suo dottore e la dimensione della cura perché il dottore non si impegna più a fare quello che dovrebbe fare nei paradigmi curativi ma si impegna a fare quello che deve fare ai fini dei suoi perseguimenti di interesse.

Trattenersi più a lungo i pazienti più adatti a tale scopo, lavorare al protrarsi dei vissuti di fascinazione o dipendenza e così via.

Non sempre si tratta di condotta puramente criminale.

Qualche volta si indugia in certe posture relazionali anche per narcisismo, perché può risultare ‘piacevole’ allo psicologo quando è egli stesso ancora bisognoso di questi nutrimenti perché ancora debole e irrisolto.

E si tende a contaminare l’attività professionale con queste funzioni improprie, a volte anche inconsciamente.

Lo psicologo non sfrutta la posizione professionale che assume nei confronti di colleghi in supervisione e di tirocinanti, per fini estranei al rapporto professionale.

Come abbiamo già più volte scritto, molto delle posture psicorelazionali paziente-dottore possono ritrovarsi pari pari nella relazione con allievi, tirocinanti, colleghi in supervisione, collaboratori comunque sottoposti.

La dimensione interpersonale, in questi casi, è giustamente molto esposta poiché non tutto può essere formato attraverso la trasmissione di nozioni formali.

Bisogna incarnare l’esempio, far mutuare carismi, suggestioni identificative ecc.

Ma proprio perché si è esposti e scoperti a livello interpersonale, non bisogna mai dimenticare che la posizione non è paritaria, l’altro può essere ‘fascinato’ dal ruolo e ‘dipendere’ dal nostro giudizio e dalle nostre decisioni.

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Si tratta di piani di relazione delicati e complessi, molto corruttibili da tanti diversi fattori.

Lo psicologo, consapevole di quanto evocato, dovrebbe impegnarsi a bilanciare e proteggere la transazione relazionale anziché approfittarne e sfruttarla, piegandola ai fini diversi da quelli previsti e al perseguimento di interessi personali di qualsiasi natura.

Come nei casi precedenti, queste improprie e incoerenti contaminazioni non solo svuotano la funzione originaria (primo danno) ma danneggiano e ‘confondono’ gravemente la parte debole e sottoposta in una complessità di livelli inestricabili.

Un attore ha le strutture per godere e sostenere l’accadimento, l’altro non ancora (è ‘in formazione’), può restare ferito e smarrito e senza più fiducia nei propri formatori, ritrovandosi ‘minato’ anche ogni eventuale affidamento futuro.

 

Settimana dopo settimana prosegue il nostro commento di tutti gli articoli del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani. L'appuntamento è per la prossima settimana con il commento all'Articolo 29. Non mancate.

In questa pagina trovate tutti i commenti finora pubblicati!

(a cura del Dottor Catello Parmentola e dell'Avvocato Elena Leardini)

 

 

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Tags: psicologia codice deontologico catello parmentola elena leardini Codice Deontologico degli Psicologi Italiani articolo 28

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