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Cervello, personalità e cambiamento catastrofico

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Cervello e teoria delle catastrofi

Cervello personalità e cambiamento catastrofico nicola ghezzaniNel corso del tempo, qualche operatore del campo del disagio mentale mi ha chiesto, con un pizzico di ironia, in cosa consista l’originalità della Psicologia Dialettica, la teoria che io e Luigi Anepeta andiamo elaborando dagli anni Ottanta del secolo scorso. Spiegare l’originalità di una teoria complessa come la nostra non è facile; ma, nelle poche righe che seguono, vorrei provare ad accennare ad almeno uno dei suoi numerosi meriti: l’aver introdotto la teoria delle catastrofi nel contesto della psicologia clinica. Personalmente sono conscio delle mie limitate competenze matematiche, sicché il mio rimando alla teoria delle catastrofi è più che altro di natura logica e formale. Non di meno, poiché ogni sistema logico-matematico consente di semplificare i fenomeni complessi e di ricondurli nei limiti delle formulazioni cosiddette “falsificabili” (nel senso di Karl Popper), cioè suscettibili di essere oggetto di verifica, è agevole prevedere che teoria delle catastrofi si rivelerà di grande utilità in neurobiologia, in psicologia e nelle altre scienze umane. Aspettiamo, quindi, qualcuno che non si spaventi dell’enorme numero di variabili da includere e sappia modellarla a questo scopo.

Partiamo, dunque, dalla constatazione che il cervello – e quello umano in particolare – è un sistema complesso. È un organo composto da ottanta miliardi di neuroni e da almeno altrettante cellule gliali: circa centosessanta miliardi di cellule che interagiscono tra loro in maniera tale che ciascuna di esse funziona grazie alla somma degli stimoli che riceve da un numero indefinito di altre cellule. Inoltre è un organo inserito nel corpo col quale comunica attraverso le vie nervose e il sistema neuroendocrino, sia in entrata che in uscita. Ogni connessione fra diverse cellule nervose coincide con la modulazione di una percezione, uno stato psicosomatico, una sensazione, un’emozione, un sentimento, un ricordo, un concetto, un’idea, un segno, un simbolo: una folla incalcolabile di oggetti mentali che devono potersi integrare in un ordine coerente abbastanza da consentire l’esistenza di una mente, di un’attività comportamentale e di una coscienza. La cosa non è affatto semplice, non solo perché il numero delle connessioni è vertiginoso, ma anche perché, se molte connessioni sono relativamente stabili, altrettante sono mobili e cambiano nel tempo.

C’è di più. Il comportamento di ogni singola cellula nervosa è stocastico, cioè imprevedibile: non è possibile quantificare gli stimoli che una cellula nervosa riceve di momento in momento e predire se essa sarà destinata o meno a scaricare un impulso. Nessun oggetto o evento mentale è preordinabile, poiché il numero delle variabili in azione muta di continuo ed è praticamente casuale. Non di meno, da questa casualità caotica sortiscono eventi mentali e azioni, se non sempre coerenti, comunque funzionali. La variabile tempo – fondamentale nei fenomeni processuali – la dota di una funzionalità cibernetica, quindi di un orientamento opportunistico diretto a un fine.

Il cervello è dunque un sistema complesso, eppure finalistico e ordinato – o almeno con gradi tollerabili di disordine.

Per via della fluidità dinamica che li caratterizza, i sistemi complessi sono aperti all'ambiente e in quanto tali evolvono. Il loro sviluppo riconosce, però, a differenza dei sistemi semplici, nei quali è dimostrabile un rapporto lineare tra cause e effetti, due fenomeni singolari: il primo è l'emergenza di strutture e livelli d’organizzazione diversi della somma delle parti, il secondo è il sopravvenire, del tutto imprevedibile, di bruschi salti qualitativi, di discontinuità, che danno luogo alla riorganizzazione del sistema in una forma diversa da quella preesistente. I sistemi complessi possono essere spiegati, dunque, solo all’interno di una teoria in grado di indicare un numero finito di forze agenti, di regole combinatorie di quelle azioni e di un numero egualmente finito di trasformazioni possibili. La teoria delle catastrofi è, appunto, una teoria della morfogenesi dei sistemi caotici, che pretende spiegare l’ordine del disordine.

Allo scopo essa ha coniato il concetto di “attrattore”. L’attrattore è una forza dinamica che agisce all’interno di un sistema caotico, che di attrattori ne contiene per definizione più di uno. Quando gli attrattori sono in equilibrio, si genera una situazione di stabilità strutturale, tale per cui piccoli cambiamenti non modificano la forma del sistema. Quando invece l’inevitabile conflitto dinamico fra gli attrattori si intensifica, si genera una condizione d’instabilità strutturale. Questa è caratterizzata da una condizione di equiprobabilità tale per cui piccoli cambiamenti dello stato del sistema possono determinare una sua catastrofica riorganizzazione in forme nuove, nelle quali la gerarchia fra gli attrattori è mutata. Ogni sistema ha dunque un “ciclo-limite”, ossia una forma dinamica, una morfologia, oltre la quale esso può collassare dando luogo, in modo probabilistico, a una nuova forma.

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Questo modello è in grado di spiegare molti fenomeni biologici e psicologici. Prendiamo a esempio la dialettica fra accomodamento e assimilazione descritta da Jean Piaget. L’accomodamento avviene quando le circostanze ambientali richiedono al soggetto di apprendere, adattarsi e rispondere; egli deve accomodarsi agli stimoli ambientali modellando il proprio comportamento. L’assimilazione è invece il processo  mediante il quale il soggetto assimila, integra all’interno di sé ciò che ha appreso con ciò che ha già acquisito. Così le strutture mentali hanno la possibilità di crescere e di adeguarsi sia all’ambiente che a nuovi bisogni intrinseci. Tra i due processi esiste un rapporto dinamico e dialettico. In certe fasi può prevalere l’accomodamento, p. es. quando il bambino imita i comportamenti degli adulti; in altre fasi può prevalere l’assimilazione: quando il bambino utilizza per sé il mondo grazie all’uso degli oggetti mentali e alle azioni conseguenti. Questo processo tuttavia non è lineare e non prevede fasi regolari e ordinate – come invece supponeva Piaget –; è piuttosto discontinuo e causale, anche se segue un andamento evolutivo: le forme dinamiche possono stazionare a lungo per poi precipitare di colpo verso una nuova soluzione; oppure – nei casi patologici – non evolvere affatto.

Lo stesso accade nella dialettica fra esterocezione e propriocezione: un flusso continuo di informazioni si integrano e si organizzano in forme che evolvono nel tempo: il tempo necessario all’organismo per costituire un amalgama col mondo esterno guidato dalla propria coerenza funzionale interna. Ebbene, lo stesso accade nella dialettica fra quelli che abbiamo definito come i due “vettori psicobiologici intrinseci”: il bisogno simbiotico di “integrazione sociale” e il bisogno opposto, auto-biotico, di “individuazione”.

La dinamica psichica

L’intera vicenda umana, nel senso diacronico dello sviluppo e in quello sincronico della psicodinamica, è segnata dalla tensione dialettica fra questi due attrattori. L’uomo è l’unico animale dotato di una doppia natura – sociale e personale – che fa capo a due logiche motivazionali, l’appartenenza e l’individuazione, sulle quale si definiscono due strutture, l’Io primario e l’Altro, e due funzioni derivate, l’Io antitetico e il Super-Io, sempre in tensione dinamica fra loro, richiamando il soggetto per un verso ai doveri sociali e per un altro ai bisogni e alle potenzialità individuali. Se si osserva con attenzione la condotta di un individuo, appare evidente che l’unità dell’Io non è mai compiuta: fra ciò che l’Io sa di sé e i propri stati d’animo, sogni, sintomi e comportamenti esistono rilevanti contraddizioni.

Ciò nondimeno, sempre facendo riferimento alla caoticità del cervello, la fluidità media della fenomenologia individuale sembra abbastanza misteriosa. C’è da pensare che essa debba essere ricondotta, per un verso, a moduli ideativi e comportamentali appresi (quindi normativi) o abitudinari e per un altro a meccanismi di disattenzione selettiva e rimozione per cui il soggetto non rileva le contraddizioni.

Il nostro cervello è sempre multi-centrato: il suo funzionamento dipende da molti centri che, in sintonia e in concorrenza l’uno con l’altro, cercano di guidarlo. L'Io è il centro regolatore che domina in un dato momento. Questo centro regolatore per funzionare tende alla coerenza, quindi non può modificarsi per gradi: esso cerca di interpretare quello che lo circonda senza cambiare, ma modulando l'esterno, tramite tutta una serie di "bugie" che hanno lo scopo di mantenere un equilibrio stabile. Questo dura per un certo tempo, poi commuta, cioè subentra un altro centro. Questa seconda personalità è diversa da quella precedente: altro sentire, altri valori, gusti e opinioni. Il nuovo centro reinterpreta l'esterno e se stesso. Gli stessi gesti o gli stessi atteggiamenti da parte dell'altro vengono interpretati in modo diverso. Un fiore che un attimo prima poteva essere gradito, ora diventa il segno sgradito di un uomo importuno, un bacio prima gradito, diventa la motivazione per uno schiaffo ecc.

La crisi evolutiva come ciclo di vita

Abbiamo fino ad ora osservato la psicodinamica e le sue tensioni. Diamo ora un esempio delle catastrofi evolutive proprie del processo di sviluppo psicobiologico dell’individuo.

Le catastrofi potrebbero essere almeno sette. Eccole:

  1. Embriogenesi / Concepimento
  2. Maschile / Femminile
  3. Nascita / Parto
  4. Uno / Due, Molti
  5. Infanzia / Gioventù
  6. Maturità / Vecchiaia
  7. Vita / Morte

Quando avviene un passaggio da una fase a un’altra della vita diciamo che si è chiuso un ciclo di vita. Il passaggio da un ciclo a un altro si ha quando la stabilità di un sistema di adattamento viene messo in crisi dall’accadere di nuovi eventi o dall’emergere di nuove conoscenze e nuove esigenze vitali. Perché un passaggio avvenga è necessario un “cambio di stato”, cioè che esista un equilibrio, poi che questo equilibrio si dissolva e un nuovo equilibrio prenda il suo posto. Ciò accade in diverse fasi della vita, sia per spinte intrinseche, interne al sistema, che per fattori accidentali esterni.

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Faccio degli esempi. Alla nascita, l’equilibrio fetale è messo in crisi dalle spinte neuroendocrine di entrambi gli organismi – la madre e il figlio – che di comune accordo portano all’espulsione del feto dall’ambiente uterino. Madre e feto comunicano grazie a flussi ormonali in una e nell’altra direzione che guidano lo sviluppo e poi l’intera fase del parto. Poi quando il bambino è nato gli stessi e altri ormoni guidano il ripristino del rapporto nelle nuove condizioni. Si è chiuso il ciclo di vita uterino per dar luogo a quello neonatale. Prima il feto era nell’utero, ora il bambino è fra le braccia della madre.

Con lo svezzamento avviene la stessa cosa. La struttura psichica incentrata sul seno e sul contatto totale dei due corpi cede, distrutta dall’esaurimento progressivo del latte nella madre, dalla nascita dei primi dentini e da nuove esigenze alimentari del piccolo. Quindi prima c’era il bambino fra le braccia della madre, ora c’è il bambino in braccio alla madre o al padre o seduto su un seggiolone, che mastica del cibo, viene posto per terra e si avventura gattonando.

Lo stesso accade in quelle fasi dell’infanzia nelle quali una intensa esplosione ed una ricca arborizzazione della rete sinaptica spingono il bambino ad essere più consapevole, più curioso, più reattivo di quanto non fosse solo pochi giorni prima. Il bambino di uno o tre anni qualche giorno prima è calmo e collaborativo, poi d’un tratto il suo cervello cresce, sviluppa nuove sinapsi e lui si sente inquieto – come quando gli spunta la prima dentizione – va alla ricerca di stimoli, la madre non riesce più a controllarlo. Ma lo stesso può accadere per fattori esterni: alla stessa età, il bambino scopre di vivere con una madre depressa e instabile oppure con genitori che litigano di continuo, ed ecco che diventa triste, inquieto o reattivo e il cervello viene stimolato a cercare vie d’uscita.

Vista così, la faccenda può sembrare molto deterministica, cioè “comandata” dagli impulsi biologici. Ma non è così. C’è una stretta sinergia fra le esigenze dell’Io in crescita e l’attivazione del nuovo ciclo biologico. Se non ci fosse il bambino che emette i suoi segnali, che soffre e chiede nuove risorse, non ci sarebbe nessuna maturazione. Il bambino cresce, matura, è cosciente di nuovi bisogni e, animandosi e chiedendo, attiva sia lo squilibrio del vecchio stadio che l’avvio del nuovo. È lo sviluppo di una crescente capacità autoriflessiva, autocosciente, che orienta il nuovo ciclo di vita.

Questi bruschi processi di trasformazione dipendono da agenti, da fonti di attivazione, che differiscono da sistema a sistema. Nella teoria matematica delle catastrofi questi agenti sono definiti attrattori. Per capire cosa sono gli attrattori bisogna immaginare due potenti magneti che attraggono del pulviscolo di metallo ora da un parte ora dall’altra; oppure dei venti e delle correnti marine che spingono un’imbarcazione ora in una direzione ora in un’altra. L’equilibrio tra gli attrattori, basato su una gerarchia fra di essi, induce stabilità strutturale: sicché piccoli cambiamenti di equilibrio non hanno la facoltà di modificare la forma del sistema. Per restare ai nostri esempi: i due magneti hanno forza uguale e la polvere metallica resta ferma; oppure venti e correnti marine si compensano e la nave veleggia tranquilla. Viceversa, un intenso conflitto tra gli attrattori – per esempio, fra la stabilità uterina e le contrazioni peristaltiche, o fra la quiete della suzione al capezzolo e la motilità della masticazione, che rende il bambino nervoso, o fra l’attaccamento alla madre e l’istinto di esplorazione – determina una condizione d’instabilità strutturale. A questo punto, diventa equiprobabile che piccoli cambiamenti dello stato del sistema determinino una riorganizzazione catastrofica in forme nuove, con una diversa gerarchia tra gli attrattori. Per esempio: uno dei due magneti viene avvicinato alla polvere di metallo ed ecco che questa si dispone intorno a lui; il vento di Maestrale prevale sul Libeccio ed ecco che il capitano della nave deve manovrare sul timone e sulle vele per tenere la rotta; oppure: sono incerto fra la quiete della mia casa, dove tutto è tranquillo, e il mondo esterno, quando d’un tratto la telefonata d’un vecchio amico mi incita ad una nuova avventura, ed ecco che mi sento spinto ad uscire di casa!

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Ogni sistema ha dunque un suo un ciclo-limite: un equilibrio fra gli attrattori che dà luogo a una certa forma, una certa morfologia; equilibrio che dura finché le forze in gioco sono le stesse. Poi questo equilibrio cambia, ed ecco che il mondo viene percepito e vissuto in modo totalmente diverso. Per esempio, da un giorno all’altro il bambino cui spuntano i primi dentini e sviluppa una muscolatura più tonica è nervoso, vuole mordere e muoversi per conto suo. A questo punto, non ha più come unico riferimento la madre, il suo volto e il suo seno, ma la forza delle proprie mascelle e quella della propria muscolatura; quindi può gattonare in giro, esplorare le stanze, confrontarsi con oggetti altrimenti inaccessibili. E più lui esprime questi nuovi bisogni più il sistema di adattamento cambia. Non è solo l’organismo in crescita che ha prodotto il cambiamento; non è solo l’ambiente che ne ha stimolato l’attivazione. No, è il nostro impulso vitale, l’intensità del nostro desiderio, la nostra potenza di esistere – come direbbe Spinoza – che ha sfidato quell’equilibrio e lo ha modificato.

 

Articolo a cura del Dottor Nicola Ghezzani

 

 

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Tags: cambiamento personalità cervello

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