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Dalla parte dei professionisti: burnout e traumatizzazione secondaria

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Sono molteplici le dinamiche che coinvolgono gli operatori sanitari nel corso della propria professione, nell'interazione con la struttura organizzativa ma in particolare nel rapporto e nella relazione con i pazienti.

burnout e traumatizzazione secondariaQui ci occupiamo delle problematiche dell'operatore e del professionista socio-sanitario e della tutela della salute professionale di coloro che svolgono una professione di aiuto.

Psicologi, infermieri, medici, volontari, che si occupano dell'assistenza a persone con un'elevata situazione di disagio fisico e psichico spesso operano in particolari condizioni di tensione emotiva e di stress.

In generale, per definire questo "logoramento"professionale e psicologico si è parlato di sindrome di burnout. Tale termine inglese, traducibile letteralmente come "essere bruciato", sta ad indicare una condizione di esaurimento emotivo derivante dallo stress dovuto alle condizioni di lavoro, e a svariati fattori relativi alla sfera personale e ambientale, come il divario tra le richieste e aspettative personali e la realta' lavorativa.

Secondo un approccio piu' prettamente psicologico il burnout è definito come un processo in cui lo stress si converte in un meccanismo di difesa e una strategia di risposta alla tensione, con conseguenti comportamenti di distacco emozionale e di evitamento.

Un aspetto inerente al piu' noto fenomeno del burnout, emerso da alcuni anni e approfondito in particolare nel mondo scientifico anglosassone, riguarda in modo specifico e peculiare il vissuto dell'operatore o del terapeuta che si trova ad interagire con persone che hanno subìto un trauma o un evento estremo, con conseguente sviluppo di un Ptsd (Disturbo post traumatico da stress), ed è denominato Traumatizzazione Vicaria.

Tale termine descrive l'impatto psicologico che puo'avere il vissuto traumatico del paziente sull'operatore. Talvolta nella letteratura scientifica viene anche usato il termine di traumatizzazione secondaria, che noi preferiamo qui usare per indicare lo stesso " effetto stressante-di -riflesso", ma sul partner, i familiari, gli amici, ecc.).

Va ricordato che, nella definizione del Disturbo post traumatico da stress nel DSM-IV, vengono, infatti, indicati come elementi traumatici anche gli eventi non vissuti direttamente dal soggetto, ma da altri, che è in stretta relazione col soggetto stesso e che sono venuti a sapere della sua vicenda stressante.

E' a rischio di traumatizzazione vicaria o secondaria anche chi vive le conseguenze e le trasformazioni psicologiche- relazionali del " traumatizzato", o chi prende in carico, su se' stesso, i vissuti traumatici. Anche se cio' avviene in modo indiretto, vi puo' essere un alto grado di coinvolgimento.

Ad esempio, attraverso la relazione con la persona che ha vissuto il trauma, il terapeuta è investito dallo stesso trauma ma in modo indiretto e secondario.

I sintomi della traumatizzazione secondaria sono sovrapponibili a quelli descritti nel DSM-IV per il Ptsd: sintomi psicosomatici, depressivi, dissociativi, irritabilita', ansia, affaticamento, problemi familiari, distacco emotivo, evitamento. Per fare un esempio: nella sintomatologia del PTSD possiamo osservare che l'evento traumatico è rivissuto dal paziente traumatizzato in modo persistente attraverso immagini e ricordi spiacevoli, ricorrenti ed intrusivi.

Allo stesso modo tra le manifestazioni di traumatizzazione secondaria si puo'osservare, in coloro che stanno vivendo in maniera indiretta il trauma, la presenza di immagini e pensieri intrusivi e ricorrenti, che riguardano l'evento che ha vissuto il paziente con cui sono entrati in contatto.

I sintomi possono pervadere varie aree dell'assetto psicologico dell'individuo , quella cognitiva: con abbassamento della concentrazione, rigidità, pensieri dannosi su di sé e gli altri, disorientamento;quella comportamentale: con irritabilità, ritiro in se stesso e dalle attività, ipervigilanza, quella somatica: con tachicardia, difficolta' di respirazione, vertigini, aumento del numero e dell'intensità delle malattie, quella relazionale: con ritiro, diffidenza, diminuzione dell'intimità, isolamento, quell'emozionale- affettiva: con ansia, senso di colpa, sentimento di impotenza , rabbia, abbassamento del tono dell'umore.

Tra gli studiosi che si sono occupati della traumatizzazione vicaria , un contributo alla conoscenza e all'approfondimento di questa tematica è stato dato dallo psicologo e terapeuta familiare Charles Figley , fondatore e direttore dell'Istituto di Traumatologia della Florida .

Nei suoi primi studi sui reduci del Vietnam e attraverso numerose interviste alle loro famiglie osservò che i membri familiari stavano vivendo indirettamente i traumi della guerra attraverso le risposte emozionali e comportamentali del reduce.

Nel 1982, in una presentazione all'Università del Texas, Figley ha chiamato inizialmente il fenomeno che riguarda il vissuto dei familiari dei traumatizzati, vittimizzazione secondaria.

Egli definisce inoltre lo stress traumatico secondario come un cambiamento comportamentale con conseguente sviluppo di nuove emozioni che si sviluppano dopo aver condiviso le informazioni con i sopravvissuti al trauma.

In seguito ad ulteriori ricerche e osservazioni sulle reazioni da stress traumatico secondario e sui disturbi degli operatori delle professioni di aiuto, Figley ha usato il termine traumatizzazione vicaria o "compassion fatigue" per intendere in modo specifico l'effetto della relazione col paziente con Ptsd sul terapeuta stesso.

E' abbastanza complesso definire il termine "compassion fatigue"- letteralmente "stanchezza della compassione"- intendendo come compassione quel sentimento di profonda partecipazione e comprensione per qualcuno colpito da sofferenza , accompagnato da un forte desiderio di alleviare la sofferenza o eliminare la causa . Nel campo dei Ptsd si riferisce al costo emotivo e della cura con pazienti che hanno subito un trauma, in qualche modo sovrapponibile al concetto di "contagio emotivo", inteso come quel processo affettivo in cui un individuo, osservando l'esperienza emotiva di un'altra persona, risponde in modo parallelo alle emozioni che l'altro prova. Basti pensare ai casi di violenza fisica e sessuale, gli abusi infantili, agli effetti sui familiari o sul partner delle vittime della guerra.

Possiamo considerare inoltre la compassion fatigue come una strategia di difesa verso le difficoltà e lo stress derivanti dallo svolgere una professione d'aiuto.

Lavorare col trauma è un processo difficoltoso, venire in contatto con i racconti e le sofferenze che i pazienti hanno sperimentato puo' aprire vecchie ferite in modo intenso , certamente e' difficile ma non impossibile mantenere una posizione di neutralità terapeutica.

Tali racconti generano potenti emozioni nel terapeuta come nel paziente, coloro che si trovano ad interagire col paziente con Ptsd possono avere pensieri intrusivi o sperimentare una sorta di colpa e produrre risposte inappropriate che interferiscono con la terapia o creano un disturbo a livello personale.

La traumatizzazione si riferisce a una trasformazione del terapeuta o altro operatore del trauma nella propria esperienza interna, risultante dall'incastro empatico col materiale traumatico del paziente. Questi effetti che si evidenziano nella vita professionale possono invadere altre aree della vita dell'operatore con conseguenze estremamente complesse e dannose per la vita privata e relazionale .

Questa problematica si puo' manifestare quando: il trauma del paziente evoca particolari emozioni che il terapeuta non riesce a gestire, quando vi e' un eccessivo coinvolgimento ed identificazione, quando non vi e' un'adeguata formazione professionale per il trattamento delle situazioni traumatiche.

Vi sono dunque dei fattori di rischio personali e esterni insiti nelle professioni di aiuto:

  • I problemi emotivi irrisolti, correlati con esperienze del paziente con Ptsd
  • L'eccessiva identificazione con il paziente
  • La sensibilita' empatica verso la sofferenza altrui
  • La continua esposizione all'esperienza dolorosa dell'altro.

Lo stesso Figley ha evidenziato alcuni fattori che possono aumentare la probabilità di sviluppare la compassion fatigue: l'esposizione prolungata a fattori traumatici e alla sofferenza, e le memorie di esperienze irrisolte e non elaborate da parte dell'operatore.

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Figley ha sottolineato la centralità dell'alleanza terapeutica e la partecipazione empatica tra clinico e paziente per l'efficace risoluzione della terapia . Proprio per la delicata modulazione di questi complessi fattori si è occupato della problematica della prevenzione e della formazione del professionista che si confronta quotidianamente, attraverso la relazione col paziente traumatizzato, con situazioni con un forte impatto emotivo.

Partendo dall'osservazione che l'esposizione ed il contatto quotidiano con le esperienze traumatiche dell'altro-paziente possa avere un forte impatto emotivo su chi svolge una professione di aiuto, Figley ha elaborato un Test autosomministrato per stimare il rischio di un eccessivo coinvolgimento nella relazione con il paziente e allo stesso tempo la percezione della propria professione. Il test, disponibile sul web, è composto di items che analizzano la condizione personale, l'identificazione con il proprio lavoro, il rapporto con l'ambiente di lavoro e coi colleghi, e fornisce un punteggio che misura il livello di soddisfazione nell'espletamento della professione di aiuto, il rischio generale di burnout, e la possibilità di sviluppare la compassion fatigue con le conseguenti sintomatologie già precedentemente indicate.

Vi sono due fattori importanti secondo Figley nel limitare questo stress derivante dall'aiutare gli altri: la capacità di separazione emotiva dall'angoscia del paziente e la soddisfazione per il lavoro di aiuto.

E' importante riconoscere questi rischi professionali e trovare un sostegno per prevenire ed eventualmente affrontare le problematiche della traumatizzazione vicaria .

Tali misure possono includere lo sviluppo della conoscenza di se', capire la propria capacita' di tolleranza allo stress, accrescere le informazioni e la coscienza della propria vulnerabilità, un adeguato supporto ambientale, la formazione, la supervisione ed il lavoro di gruppo e strutture istituzionali che possano occuparsi di tali problemi garantendo adeguati servizi.

 

Bibliografia 

-D.T.Blair,Ramones V.A. (1996), Understanding vicarious traumatization,J. Psychosoc.Nurs.Ment.Health Serv.,34(11),24-30
-Cherniss C. Staff burnout. Job stress in human service, California, Sage Publications, 1980.
-C.Figley Stress and the family vol 2 ,Jossey Bass,1989
-Figley C.R.(ed) Compassion fatigue: Coping with secondary traumatic stress disorder those who treat the traumatized. New York: Brunner/Mazel, 1995
-C.Maslach, Burnout, the cost of caring, New York, Prentice Hall Press, 1982
-Sgarro M., Post Traumatic Stress disorder. Aspetti clinici e psicoterapie,Ed. Kappa, Roma ,1

D.ssa Giovanna Saviantoni (Psicologa clinica Roma)
D.ssa Maura Sgarro (Psicologa, psicoterapeuta, Centro Traumatologico Ortopedico, Roma)

 

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Tags: trauma Disturbo da Stress Post-Traumatico

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