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I vincoli ineludibili della natura umana

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on . Postato in Natura e Cultura: una riflessione ancora attuale? | Letto 1573 volte

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I discorsi sulla non necessità di "padre" e "madre" biologici; le manipolazioni genetiche; la terra distrutta; la preparazione del viaggio su Marte... discutiamone insieme.

Dottor Nicola Ghezzani

I vincoli ineludibili della natura umanaQuando assumiamo il punto di vista della biologia moderna, in particolare della biologia evoluzionistica, è agevole rendersi conto che il dualismo “natura / cultura” è arbitrario.

In epoca positivistica questo dualismo ha assolto alla funzione morale e politica di separare l’uomo non solo dalle altre specie viventi, ma ancor più dalla natura che egli stesso è.

La disidentificazione dell’uomo dalla natura era funzionale a distinguere gli uomini fra loro, dividendoli in classi, e giustificando questa divisione sulla base di un ordine ontologico, assoluto, collocato nella natura.

Alla luce di questa ideologia, l’uomo veniva visto in senso religioso come la “corona della creazione” o, in senso laico, come la “specie più evoluta del regno animale”, insidiata dalle sue origini animali, ma distinta dalle altre specie da un intelletto e una morale superiori.

Di fatto, nonostante il suo continuo appello alla scienza, il positivismo traspose in un linguaggio materialistico la tesi religiosa (ebraico-cristiana) della dicotomia generica “anima / corpo” e di quella radicale “bontà divina / malvagità diabolica”. In tal senso, postulava da un lato l’esistenza di spinte biologiche irrazionali e antisociali, i cosiddetti “istinti”; dall’altro affermava il singolare paradosso che l’uomo, sebbene fosse un animale ancora in parte selvaggio, era altresì dotato di una superiore coscienza morale. In un’ottica scientifica questo paradosso era un absurdum: infatti, se questa superiore moralità non proveniva dalla stessa natura umana, quale ne era la fonte originaria?

La concezione positivista rappresentava con evidenza una vetusta ideologia paternalistica, secondo la quale la massa umana è perlopiù composta da bestie brute e violente, ma alla sua sommità è posta una élite in grado di domare e educare la sua sfuggente natura. La derivazione religiosa di questa ideologia è evidente: la scissione fra una élite illuminata (il clero) e la massa brutale da educare (il popolo) ricalcava la vecchia scissione ontologica fra bontà divina e mondo diabolico.

Di questa dicotomia fu tributario lo stesso Freud, che immaginò la mente tripartita in tre istanze: l’Es, ossia il serbatoio degli istinti animali, il Super-io, cioè l’istanza psichica della coscienza morale, e l’Io, conteso fra le prime due istanze.

Il positivismo sbagliava (o, per meglio dire, si costruiva la sua verità ideologica). In realtà la natura non è mai intrinsecamente conflittuale. Tre miliardi e mezzo di anni di evoluzione della biosfera hanno reso ogni specie ed ogni singolo individuo tendenzialmente coerenti con se stessi e compatibili con l’intera ecosfera. Come hanno dimostrato Darwin e tutta la biologia moderna evoluzionista, i comportamenti animali (di cui il pensiero umano è solo una parte differenziata, come ci ha spiegato Jean Piaget) rispondono a una logica adattiva: il loro conflitto è in realtà una tensione dialettica funzionale che risponde sempre a un principio di coerenza interna. Un conflitto radicale fra i diversi comportamenti codificati dal DNA e di questi con i comportamenti acquisiti condannerebbe la specie a una rapida estinzione. Se l’uomo avesse un cervello sociale e allo stesso tempo il desiderio naturale di uccidere padri e figli, si sarebbe estinto da millenni. Nessuna specie che voglia sopravvivere può permettersi il lusso di un alto grado di disordine interno, perché questo favorirebbe l’entropia, cioè il caos e la morte.

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La mia teoria, la Psicologia dialettica, postula l’esistenza di due vettori psicobiologici che rappresentano le matrici dinamiche dello sviluppo e dell'organizzazione strutturale e funzionale della personalità. I due vettori sono il “bisogno di integrazione sociale” e il “bisogno di individuazione”. Il conflitto intrapsichico, genesi della psicopatologia, dipende dal modo come questi vettori vengono implementati, cioè riempiti di contenuti (detto in termini biologici: da come il genotipo diventa un fenotipo). Il bisogno di integrazione sociale, attraverso la funzione superegoica, vincola la libertà individuale all'appartenenza sociale, dunque alla fedeltà ai valori culturali locali e globali. Il bisogno di individuazione, invece, entra in sinergia o in antitesi dialettica con quei valori e, attraverso la sensibilità, l’intelletto e la volontà personali, fa sì che l’individuo possa consentire o dissentire dalla sua appartenenza.

Non di meno, il dissenso non può mai essere radicale; infatti la psiche presenta vincoli strutturali (vincoli superegoici) piuttosto esigenti. Questi vincoli difendono sempre, in ogni caso, la società di appartenenza, ossia la coerenza interna del sistema sociale. Non di meno, essi funzionano in quanto poggiano su un equilibrio che eccede l’ambito locale e coinvolge la stessa appartenenza alla specie umana. Faccio degli esempi. La crescente proibizione e tabuizzazione di atti potenziali quali l’incesto, la pedofilia, la schiavitù, il cannibalismo, la tortura, l’omicidio, il genocidio, dimostrano che la specie, una volta acquisto un valore auto-protettivo funzionale, lo rinforza, lo astrae e lo universalizza. Precisamente in questo senso, nella mia teoria io distinguo fra il “Super-io locale”, espressione di un gruppo, e l’”Altro”, ossia il sistema dei vincoli valoriali ad andamento tendenzialmente universale. Quando l’uomo ha scoperto che il linguaggio migliorava le sue prestazioni adattive, lo ha inserito nel DNA: e da allora nessun bambino nasce più privo delle strutture neurali che predispongono l’apprendimento di una lingua. Come suggerisce Lacan, l’Altro è funzione del linguaggio. Come dico io: l’Altro è il campo di attrattori funzionale a rendere coerente il sistema culturale locale e globale.

In conseguenza del bisogno di integrazione sociale, che ha origini più antiche del suo bisogno complementare, l'inconscio svolge la funzione di replicatore dei valori culturali locali e universali. Raggiunto un livello basilare di integrazione, l’inconscio può attivare il bisogno di individuazione e svolgere una funzione dialettica combinatoria e creativa, che consente a ciascun individuo di interferire o trasformare i valori culturali ereditati.

Ebbene, l’opposizione ai valori locali implica sempre un certo rischio di violare norme universali. Faccio un esempio: una cultura guerriera o rivoluzionaria o semplicemente competitiva (come quella odierna), che invita i figli alla sfida e all’odio nei confronti dei padri allo scopo di favorire il confronto violento fra i simili, può incitare ad abbattere sia i sistemi valoriali locali di una specifica società (i padri) sia le strutture d’ordine universali che organizzano l’assetto di ogni società umana (tutti i simili). E’ evidente che, come dimostrano le rivoluzioni o le conversioni religiose, il primo caso, caso di conflitti competitivi locali, possiede un grado di legittimità psicologica più elevato del secondo, nel quale il conflitto può scuotere la base della stessa appartenenza al genere umano, quindi il proprio sentirsi umani. Si può sfidare e persino uccidere il proprio padre, ma non si può sfidarlo o ucciderlo in quanto rappresentante del genere umano. Il senso di colpa ha una sua radice psicobiologica funzionale, che non va mai sottovalutata.

Faccio un ultimo esempio, preso dall’attualità: la maternità surrogata. Non pochi studiosi di antropologia affermano che la funzione paterna sia stata resa operativa da figure diverse dal padre naturale: uno zio materno, un dio, la società dei maschi adulti, ecc. Come suggerisce Lacan, il Nome del Padre (cioè la funzione paterna) può essere reso operativo tanto da una persona concreta, quanto da un sistema di segni. Condivido in pieno questa osservazione, che peraltro si poggia su dati antropologici obiettivi.

Su questa base, si è supposto che lo stesso possa accadere per la madre e l’intera coppia genitoriale. La supposizione è perfettamente valida allorché si parli di adozione legittimata da un difetto della struttura sociale nella sua funzione di accudimento e integrazione: bambini abbandonati o rimasti orfani o sottratti ai genitori naturali dal tribunale hanno il diritto psicologico naturale di essere adottati. Il caso della maternità surrogata è però diverso. Qui siamo di fronte ad una rinuncia volontaria della madre alla maternità, rinuncia finalizzata a fornire un servizio procreativo per una figura terza. Questa figura terza non interviene a sanare un difetto strutturale della rete sociale, come suggerisce il concetto lacaniano di Nome del Padre. Tra madre e cliente si è stabilito un contratto, non di rado economico, in cui la procreazione è concepita come un valore di scambio. Di fatto il bambino è concepito per essere offerto come un bene materiale, quindi come un valore d’uso. Il concetto normativo di “persona umana” tributaria di diritti intrinseci naturali viene così sostituito da un concetto per il quale la persona umana non è un valore in se stessa, bensì assume valore in quanto scambiabile sul mercato. Siamo di fronte a un caso simile a quello del bambino generato per esser donatore biologico di un fratello malato o eventualmente di un estraneo malato. Accade come ai tempi della schiavitù, quando il padrone ingravidava una schiava non per generare una persona umana, ma un nuovo schiavo, un bene personale. E la schiavitù è appunto uno di quegli atti disponibili alla libertà umana che la specie nel suo complesso considera ormai come un tabù. Così come è ormai ovvio che un bambino non possa essere generato per essere mangiato (cannibalismo) o usato come oggetto sessuale (pedofilia), allo stesso modo non è più possibile pensare che un bambino possa essere generato per servire bisogni adulti (schiavitù).

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I dubbi in questa nuova materia psicoetica sono incalzanti. Si può generare un bambino perché venga reso oggetto di una transazione sociale? Si può far nascere un bambino perché sia il sostituto di un figlio mancante o una banca di organi per persone terze? Dove finisce la norma locale, discutibile e anche rovesciabile, e dove comincia il diritto naturale della persona? I casi citati segnalano una violazione del diritto naturale della persona umana? Se lo sono, se sono una violazione, quali danni vengono inferti alla psiche del bambino e a quella degli adulti coinvolti in tali pratiche?

Sono domande che meritano di essere poste.

Per riprendere il tema da cui siamo partiti, possiamo affermare che la distinzione “natura / cultura” è arbitraria perché la cultura è parte intrinseca della natura dell’uomo (come del resto di ogni specie animale che sviluppa idiomi comportamentali, quindi “culture”, diverse da gruppo a gruppo). L’unica distinzione che possiamo fare in modo scientificamente sensato è fra valori locali ad alto tasso di estinzione selettiva, e valori universali con un basso tasso di estinzione selettiva, concepibili come espressioni della tendenza umana a generare valori specie-specifici il più possibile stabili e inclusivi. Nello stesso momento in cui un valore biologico si rivela adattivo per molte e molte generazioni, esso viene integrato nel DNA, a dimostrazione che la cultura, ossia i valori e i comportamenti, non sono altro che la parte sperimentale, fluida, creativa, della stessa natura.

 

 

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Tags: natura

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