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Il paziente e l'uso del cellulare in seduta

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on . Postato in Il lavoro della psicologia | Letto 471 volte

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L'uso dello smartphone durante la seduta può rivelare qualcosa di significativo sul paziente? Come l'uso del cellulare in seduta può influenzare il rapporto tra terapeuta e paziente? E come può modificare tale relazione?

Il paziente e l'uso del cellulare in sedutaIl Dottor Benjamin Chaney, nella sua formazione ed esperienza di psichiatra e psicoanalista, ha imparato a prestare molta attenzione ai dettagli: nota quando i suoi pazienti cambiano tono di voce, quando il flusso di idee cambia direzione, o quando sembrano entrare in un nuovo stato emotivo.

Questo focus sui pazienti è essenziale per fare bene questo lavoro, ma può anche, a volte, oscurare qualcosa di significativo, ossia il modo in cui interagiscono con i loro telefoni.

Recentemente, il Dottor Chaney ha iniziato a chiedersi come gli smartphone abbiano influenzato il rapporto con i suoi pazienti; essendo un aspetto del tutto nuovo, rispondere a questa domanda può apparire abbastanza arduo e complesso.

Se avesse scritto questo articolo 10 o 15 anni fa, nell'epoca dei telefoni ”flip”, avrebbe potuto parlare di come la quiete del proprio ufficio fosse punteggiata da un segnale acustico, da un ronzio.

Oggi invece anche la semplice scelta di una suoneria può rivelare alcune informazioni sulla personalità del paziente.

Per esempio, una canzone pop del momento può suggerire un lato giocoso sconosciuto; nell'esperienza di paziente, il Dottor Chaney scoprì che, sia lui che il suo analista, avevano lo stesso telefono e la stessa suoneria: questo lo portò a concludere che erano davvero in sincronia.

Più interessante della suoneria, però, può essere come un paziente sceglie di gestire una chiamata in arrivo durante la seduta.

Nel corso degli anni, prestando sempre più attenzione a tale situazione, il Dottor Chaney iniziò a notare che le strategie di gestione della telefonata variavano abbastanza drammaticamente: per alcuni dei pazienti, una chiamata inopportuna era un possibilità per dimostrare di essere coinvolti in qualcosa di significativo - la seduta di analisi - o, viceversa, che nulla poteva interrompere quel momento.

È anche importante notare come i pazienti descrivono dove si trovano; alcuni annunciano con orgoglio “sono con il mio analista”, o persino lo identificano per nome all'altra persona.

Altri sono più riservati, commentando “sono in riunione”, oppure “non posso parlare adesso”.

Inavvertitamente i pazienti stanno fornendo informazioni su come si sentono durante le sessioni e cosa vogliono che gli altri pensino a riguardo.

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Come risultato, il Dottor Chaney non chiede mai ai suoi pazienti di silenziare i loro cellulari; anche se ha adottato per un lungo periodo una politica contraria, oggi dubita di poterla applicare, in quanto, oggi, molte professioni richiedono una disponibilità continua.

Molti dei suoi pazienti sono medici, ad esempio, quindi devono essere reperibili, anche se si trovano in analisi .

Nonostante il setting analitico rimane uno spazio riservato per i pazienti, non necessariamente deve anche trasformarsi in un luogo dove non è possibile essere raggiunti.

Avere un accesso al cellulare durante il trattamento significa anche che il telefono può assolvere un obiettivo difensivo, una sorta di buffer per i pazienti contro lo stress o le informazioni indesiderate.

Il Dottor Chaney spiega di aver visto molti pazienti allontanare improvvisamente i loro cellulari nel tentativo di distrarsi da un'interpretazione che era stata appena formulata.

E poiché le stanze di analisi, come le stanze del casinò, raramente hanno un orologio visibile, una rapida occhiata al telefono può offrire un promemoria sia dell'ora che dell'esistenza di un mondo esterno – una sorta di antidoto all'ansia che può accompagnare questa sospensione del tempo che caratterizza una sessione analitica.

Dall'altra parte, l'avvento dello smartphone ha dato a molti pazienti un nuovo modo di connettersi con l'analista durante la sessione, una modalità che non era possibile realizzare con i cellulari più semplici.

Piuttosto che descrivere un'interazione con un'altra persona, molti pazienti tirano fuori le prove dalle loro tasche, mostrando direttamente i messaggi di testo e le e-mail relative all'incontro.

Ora è bene sottolineare che questo approccio ha i suoi vantaggi, ma presenta anche un grave inconveniente, poiché leggendo direttamente lo scambio verbale digitale, i pazienti non si appellano più alla loro memoria o immaginazione.

La natura strutturale, spesso ambigua, dei messaggi di testo e delle e-mail può rendere questa interpretazione infinitamente più difficile.

Per aiutare i pazienti a canalizzare la loro attenzione verso l'interno, il Dottor Chaney chiede loro “Cosa pensi di voler imparare o di trasmettere dalla lettura di questi messaggi?”.

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Analogamente, quando i pazienti vogliono mostrare una “visione” di come hanno reagito, sentito o guardato rispetto ad una determinata situazione, incoraggiarli nell'esprimere quelle sensazioni in parole può rivelarsi molto utile.

Questo può essere però molto frustrante per loro, ma è bene anche sottolineare che è lo stesso processo terapeutico ad essere frustrante nel “design”, ossia in quelle regole che vietano un qualunque contatto umano con il paziente.

Come sappiamo, possono emergere delle sensazioni intense durante una sessione, ma per proteggere sia il paziente che il terapeuta, è vietato il contatto fisico, come un abbraccio, una pacca sulla spalla e così via.

All'interno di questo campo, qualsiasi contatto tra paziente e terapeuta è limitato allo scambio di pezzi di carta: fatture, assegni e prescrizioni. E anche questi punti di contatto scompaiono rapidamente in alcuni luoghi: nello stato di New York, la prescrizione elettronica obbligatoria ha ucciso le vecchie prescrizioni di carta scritta, così come i pagamenti che devono essere effettuati on line.

Sulla base di ciò, l'atto apparentemente innocuo di un paziente di consegnare il proprio telefono, può quindi rappresentare un desiderio di aggirare la barriera fisica e raggiungere quella connessione tangibile che il processo terapeutico non permette.

Ma il potere di qualcuno che consegna il proprio cellulare, e la fiducia che implica, non deve essere sottovalutato; i telefoni cellulare sono ormai vissuti come estensione del proprio Sè: contengono depositi di immagini personali, piani passati e futuri e sono un mezzo per comunicare con gli altri.

In questo modo, sono simili alle rappresentazioni fisiche della mente umana; in una sessione di terapia, chiediamo ai pazienti di guardare le cose più da vicino per portarli a conoscere qualcosa in più.

Ciò che dobbiamo però cercare di capire è se lo sviluppo di potenti macchine personali come i cellulari renderà questo processo più semplice o più complicato.

 

(a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

 

 

 

 


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Tags: paziente smartphone cellulare in seduta

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